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FAZIO, A. / VOUDI’ A. – The Tube 3: giorno zero

Titolo: Giorno Zero – The Tube 3
Autori: Alain Voudì e Antonino Fazio
Editore: Delos Digital
Formati: EPUB, MOBI
Pagine (stima): 90
Prezzo: 2,99 euro
ISBN: 9788867751020
[xrr rating=3.5/5]

Mentre l’orda di non morti dilaga, infatti, lasciandosi dietro una scia di devastazione in cui i pochi sopravvissuti se la cavano come possono, una squadra dei reparti speciali inviata in missione di soccorso scopre che gli zombie non sono che l’avanguardia di un pericolo ancora più subdolo, perché altrettanto letale e molto meno visibile. Che sia davvero l’inizio della fine per l’umanità come la conosciamo?

 

The Tube 3 è il terzo episodio di un mondo claustrofobico in cui all’improvviso tutto cambia e i morti cominciano a camminare sulla terra. “The Tube” è una serie narrativa alimentata dai lettori stessi, che possono contribuirvi partecipando al contest letterario sul forum della Writers Magazine Italia (www.writersmagazine.it/forum).

Nella prima puntata, “Stazione 27”, ci troviamo nella metropolitana di una città non precisata. Il giovane Milo si trova a bordo di una carrozza, intento ad ammirare Marika, una biondina di cui è perdutamente innamorato. Quando finalmente si decide ad abbordarla, il treno si ferma e le porte si aprono sulla banchina della stazione 27. Quello che succede dopo pare un incubo, o una sequenza di fotogrammi sgranati da un film dell’orrore: creature barcollanti cercano di entrare nel vagone, scavalcando corpi insanguinati e massacrati. Milo si trova costretto ad affrontare delle creature terrificanti, degli zombie che cercano di aggredirli, dimostrando un coraggio che sorprende lui per primo. Ma deve combattere per sopravvivere, e per impedire che quei mostri facciano del male a Marika. Dopo aver combattuto con i morti viventi, Milo, insieme a un manipolo di passeggeri, si rinchiude in un vagone del treno. Con loro c’è il conducente, che fa partire il convoglio. Ma cosa troveranno alle prossime fermate? E perché la metropolitana sembra non raggiungere mai la stazione successiva?

Nel secondo capitolo di “The Tube”, “La fame e l’inferno”, mentre Milo, Marika e gli altri lottano per sopravvivere nel vagone della metropolitana che pare diretto verso il nulla, in superficie un nuovo personaggio si aggira fra i morti viventi: è Tea, una donna che custodisce un segreto terribile, che le logora l’anima. Lei è umana, ma quando la Fame la tormenta, si trasforma in qualcosa che forse è ancora più letale degli stessi zombie. Tea incontra altri sconosciuti nei sotterranei della metro, e quando vedono arrivare un treno, non sanno chi, o che cosa, incontreranno…

In questo terzo capitolo, l’avventura continua estendendosi a protagonisti e situazioni nuovi.

Come premessa c’è da dire che concepire un racconto originale a tematica zombie è un’impresa praticamente impossibile; in un periodo che vede fiorire decine di serie televisive sembra d’obbligo cavalcare l’onda anomala di un successo che affonda le radici in un passato che seppur recente, per affollamento e inflazione sembra lontanissimo. Dai morti viventi di Romero sono trascorsi 45 anni, durante i quali gli zombie ci sono stati propinati in tutte le salse – termine che non credo di usare a sproposito – al punto da generare insofferenza e un pizzico di noia persino negli aficionados. Le motivazioni di tanto successo sono probabilmente da ricercarsi nelle paure ataviche che da sempre accompagnano l’essere umano: il morto vivente è uno dei maggiori archetipi dell’orrore, letterario e cinematografico, sin dall’epoca di Mary Shelley e della sua celeberrima creatura. Ma, si sa, lo sfruttamento esasperato delle materie prime porta sempre a un inaridimento che impoverisce il risultato finale.

Cimentarsi in un racconto innovativo e affascinante sugli zombie appare dunque una sfida davvero complessa; sfida che Fazio e Voudì affrontano con un’ottima tecnica narrativa e un espediente a suo modo vincente, quello di affiancare alla guerra vera e propria la storia di due antieroi dei giorni nostri, Nico e Lisa, impiegati prossimi alla pensione, afflitti dagli acciacchi dell’età matura che loro malgrado si ritrovano a fronteggiare una realtà fantascientifica in cui non avrebbero mai immaginato di trovarsi invischiati. Il legame con gli episodi precedenti viene fortificato dal rapporto parentale che li lega ai protagonisti degli altri racconti.

Parallelamente a quella di Nico e Lisa scorre la storia dei militari chiamati a compiere un’impresa più grande di loro, quella di combattere i non morti assiepati nel laboratorio da dove tutto è partito. Il racconto scivola in maniera piacevole nonostante le teste spappolate e le frattaglie mangiucchiate, proprio perché intervallata dalle grottesche vicissitudini di due persone qualsiasi, non belle, non atletiche ma a loro modo divertenti, in cui è facile trovare parallelismi con un qualunque vicino di casa o un qualunque collega di lavoro. Interessante anche scoprire i vincoli di sangue che legano i protagonisti di questo terzo episodio ai precedenti, poiché riescono a generare la curiosità necessaria per vedere come andrà a finire. Meno avvincente e meno originale ho trovato la parte più strettamente horror, poiché come già detto, è difficile parlare di zombie senza cadere nello stereotipo e nel “già visto”.

Nel complesso “The Tube 3” alimenta una serie che non offre spunti particolarmente innovativi, ma tutto sommato piacevole.

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MARONE, Lorenzo – Novanta

Titolo: Novanta
Autore: Lorenzo Marone
Editore: Tullio Pironti
Genere: Raccolta di racconti
Pagg. 168
Prezzo: Euro 10,00
[xrr rating=4/5]

Novanta. Come i numeri della Smorfia napoletana. Al significato di ogni numero corrisponde un racconto ispirato a una storia vera. Così Lorenzo Marone mette a nudo aspetti noti e meno noti della sua città, la bella Napoli, facendo affidamento a storie riferitegli e ad altre realmente vissute. Il quadro che ne viene fuori è del tutto autentico, disarmante da un lato, accattivante e surreale dall’altro. A Napoli le leggi che regolano i canonici rapporti tra le persone sembrano essere sovvertite, rovesciate in nome di un’autogestione bislacca delle dinamiche sociali, in cui il destino è deciso, spesso, dalla ciorta, un Caso beffardo e cialtrone che sembra giocare a dadi con la vita degli uomini. A Don Salvatore rubano la pensione all’esterno dell’ufficio postale, ma ha appena comprato un biglietto del Gratta e Vinci da duecentomila euro, perciò se la ride, nonostante l’accaduto. I bambini dei vicoli sono già uomini coraggiosi e disillusi, giovani Werther che si accontentano di stare per ore in strada a pazziare, dimentichi del resto, mentre gli adulti tentano di districarsi come possono fra le bizzarrie e le difficoltà di una città che non ha spazio per i sogni di tutti. C’è chi la difende e corre a pulire il parco la domenica mattina, chi la calpesta ogni giorno rubando i vestiti per i poveri o parcheggiando dove capita perché è l’ora del caffè, chi la tratta alla stregua delle altre metropoli e tenta di districarsi con la bici fra i vicoli del centro, chi infine se ne fa una ragione e la sera pensa solo a non uscire troppo tardi dall’ufficio poiché dopo le venti il quartiere si fa pericoloso. I morti, come i santi, sono presenti in mezzo ai vivi: compaiono nei sogni indicando “i numeri”, da giocare immancabilmente al risveglio, nella speranza di un colpo di fortuna che cambi la vita. Novanta racconti. Novanta storie vere. Novanta volte Napoli.

Che io sia un’appassionata sostenitrice di Lorenzo Marone è cosa ormai nota a chi si è trovato a passare da queste parti. A chi invece approda su Mondoscrittura per la prima volta, posso consigliare di dare uno sguardo QUI e QUI, premettendo che la sottoscritta, di norma, è tutt’altro che avvezza all’elogio sperticato.
Per quanto attiene a “Novanta”, opera che Lorenzo ha avuto la cortesia di regalarmi con tanto di dedica, credo che il contenuto e il tenore dei racconti siano spiegati alla perfezione nella presentazione dell’editore riportata qui sopra. D’altronde, quando ci si trova di fronte a un’opera di questo tipo, per la quale non è possibile fare un’analisi narratologica secondo uno schema classico poiché mancante delle componenti fondamentali che creano la struttura del romanzo, quello che viene spontaneo analizzare è l’impatto emozionale, le sensazioni che i brani suscitano in chi li legge.

“Novanta” ci racconta una Napoli indolente e vanitosa, capace di crogiolarsi nella sua mediocrità, forte del credito che vanta con la storia e soprattutto con l’arte. Una Napoli fatale come una bella femmina trascurata, e fatalista come un accanito giocatore del Lotto. Quella che emerge dalle pagine di “Novanta” è una città consapevole delle sue ferite ma anche della sua grandezza, che non si nasconde ai giudizi altrui, che vive di opere d’arte, tradizione, camorra e immondizia ma che in fondo riesce ancora a credere in un futuro migliore.

Il quadro che si dipinge lentamente davanti agli occhi del lettore è aspro, spigoloso, quasi crudele. Con l’ironia intelligente che lo ha sempre contraddistinto, Lorenzo Marone punta il dito contro i mali della sua città, senza fare sconti a nessuno. Ne emerge il ritratto di una Napoli agrodolce, dove due ragazzi che progettano le vacanze in Grecia muoiono soltanto perché si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato, mentre due loro coetanei vengono rapiti dalla maestosità di capolavori artistici di ineguagliabile bellezza. Ma per chi sa leggere tra le righe, in questo mare di immondizia, superstizione, violenza e sopraffazione, tra i panni stesi ad asciugare nei vicoli e le corse in motorino senza casco, è inevitabile venir colpiti dritti al cuore dal grande amore che traspare dal racconto di Lorenzo, un amore che sembra essere quasi rassegnato, perché se nasci e vivi a Napoli non puoi non amarla, nonostante tutte le sue brutture e i suoi difetti.

Di mio posso aggiungere che ancora una volta Lorenzo si dimostra all’altezza delle aspettative, arrivando addirittura a superarle con agilità; non era semplice raccontare Napoli senza cadere negli stereotipi e nei cliché. Lui, come sempre, ci è riuscito alla grande.

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LESS, Virginia – Mal di mare

TITOLO Mal di mare
AUTORE Virginia Less
EDITORE Autodafè, Milano
GENERE Giallo,Thriller,Horror
PAGG 128
PREZZO 13/9€ (scontato su varie piattaforme)

Nella cittadina immaginaria di Maraglia, icona non proprio felice del nostro Mezzogiorno, il capitano dei carabinieri Osvaldi svolge la sua opera di tutore della legge. Appassionato di storia e di cucina, ama ripetere a mo’ di mantra una citazione di Bloch e si rilassa preparando manicaretti che non può permettersi di mangiare.In collaborazione con il fido maresciallo Pellicciotta, Osvaldi affronta, in sette episodi, alcuni casi bizzarri o complicati, riuscendo anche a vincere la sua riluttanza per il mare. E proprio il mare, in particolare il mondo delle barche e dei velisti, è l’altro protagonista delle vicende, quasi tutte di ambientazione nautica.Con un pizzico di ironia, una solida coscienza morale e una buona dose di cultura, il capitano Osvaldi non solo ci guida alla scoperta degli autori dei delitti, ma si premura di sottolineare con costanza, nel suo investigare con tenacia, la passione civile di osservatore privilegiato del malcostume italico, tratteggiato nei sapidi ritratti dei vari tipi umani protagonisti e comprimari delle sette storie.

Ci troviamo davanti a una serie di racconti di stampo poliziesco ambientati in un’immaginaria cittadina del sud Italia. Protagonista dei vari episodi è il capitano dei carabinieri Osvaldi, la cui finezza intellettiva è in netto contrasto con il suo spessore fisico. In ogni racconto Osvaldi si trova a dover risolvere un crimine in qualche modo collegato al mare, poiché nonostante il nostro protagonista non ami particolarmente il sapore di sale, per sua sfortuna vive in una località marittima dove tutti sembrano scegliere proprio il mare come scenario perfetto per i propri crimini. L’impianto dei racconti è quello del giallo classico, dove le moderne tecniche investigative vengono messe da parte in favore di un ritorno in auge del buon vecchio intuito poliziesco. Attraverso le sue storie, risolte da Osvaldi e soci con brillanti deduzioni e una buona dose d’istinto, l’autrice ci racconta una Maraglia specchio di un’Italia che nostro malgrado conosciamo fin troppo bene, quella fatta di piccola e grande corruzione, di mafia, di ignoranza, di prevaricazione.

Devo premettere che non è stato semplice stilare questa recensione, motivo per cui ho deciso di non mettere alcun voto. Nella maggior parte dei casi quando finisco di leggere un libro ho ben chiari in testa quali siano i suoi punti di forza e quali quelli di debolezza, cosa che mi permette di dare (quasi) sempre un giudizio d’insieme, che va ad analizzare gli aspetti stilistici così come i contenuti. Ma per quelli che sono i miei gusti di lettrice e i miei canoni di congruenza stilistica, “Mal di mare” si è rivelato un libro ostico e complesso da giudicare, perché nonostante appaia quasi totalmente scevro da criticità sia nello stile sia negli intrecci, mentre lo leggevo avevo netta la sensazione che qualcosa non andasse nel verso giusto, anche se inizialmente non capivo cosa fosse a suonarmi storto.

Le trame dei singoli episodi sono originali e ben trattate, i personaggi vividi e sfaccettati, ed è indubbio che l’autrice si dimostri molto abile a giocare con le parole: la prosa è molto ricca, il lessico ampio, l’ironia di fondo che pervade quasi ogni racconto è ben integrata sia con lo stile utilizzato sia con le storie trattate. In sostanza, Virginia Less dimostra di scrivere bene. Ed è stato proprio questo il campanello che ha svegliato il mio sonnacchioso istinto di giallista, il mantra che mi ha sempre accompagnata da quando ho sfogliato le prime pagine dei miei libri preferiti: scrivere bene e saper scrivere sono due cose diverse. Il saper scrivere implica anche il saper adeguare il proprio stile al genere che si sceglie di affrontare, senza mai perdere di vista il lettore e senza mai cadere nel compiacimento tipico di taluni scrittori, anche se in questo caso non credo si tratti di vero e proprio compiacimento, quanto più di una marcata attitudine stilistica. Il giallo in particolare è uno di quei generi che richiede estrema attenzione nella scelta del ritmo narrativo, perché è proprio il ritmo a cadenzare le vicende e a diventare una componente fondamentale dell’opera, quanto e più della trama. Ho sentito spesso dire che la prosa degli odierni giallisti sia spoglia e ripetitiva, che utilizzi pochi e banali termini, che sia piatta e statica. Tutte cose che probabilmente sono anche vere, ma credo sia comunque necessario ricordarsi che un ritmo narrativo rapido non necessariamente implica una prosa povera, anzi. Così ho capito quale fosse il dente che mi doleva, quello dove la lingua andava puntualmente a battere verso la metà di ogni racconto di “Mal di mare”: mi perdevo. Il lettore di gialli è per sua natura un essere insofferente e avido, bisognoso di arrivare al quid per soddisfare le proprie voglie, che spesso coincidono con la soluzione del caso e relative intuizioni. Questo tipo di prosa, che personalmente trovo un po’ troppo agée, soffoca la componente gialla dei racconti. Più di una volta mi sono trovata a dover rileggere determinati passaggi, dove tra decine di parole si celavano indizi importanti alla comprensione degli intrecci, che una volta persi, compromettevano la risoluzione.

Da amante dello stile asciutto e rapido, quello che martella e ti fa trattenere il respiro fino all’ultima pagina, non sono riuscita ad apprezzare la coniugazione tra la suspense del giallo e la morbidezza di questo tipo di costruzione stilistica, più adatta ad altri generi letterari che per loro natura richiedono un respiro più ampio e una maggior tranquillità. Il fatto che l’attenzione del lettore si concentri più sullo scioglimento della prosa che su quello della trama, è a mio parere un fattore penalizzante per la buona riuscita del libro; ciò non toglie che come detto in premessa, questo sia soltanto il mio personalissimo gusto di lettrice.

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RAGO, Francesco – Il compleanno di Eva

TITOLO: Il compleanno di Eva
AUTORE: Francesco Rago
EDITORE: Parallelo45
GENERE: Narrativa Mainstream
PAGG: 234
PREZZO: Euro 12,00
[xrr rating=3.5/5]

C’è un filo invisibile che lega le vite di Vera, femmina conturbante fuggita da Budapest portandosi dietro un orribile segreto; Paride Brigati, ricco imprenditore della notte con il vizio della coca; Johnny P., famoso deejay all’apice del successo; Matteo Carli, ex enfant prodige dei fumetti e proprietario di una società di catering. Questo filo è incarnato da una ragazza di nome Eva, ed è destinato a spezzarsi proprio la notte del suo diciottesimo compleanno, quando va in scena una mega festa nella lussuosa villa di famiglia, sulle colline piacentine. Una festa che diventa il teatro perfetto per rievocare il passato e proiettarlo nel presente, in quella che si preannuncia una colossale resa dei conti.

Il diciottesimo compleanno di Eva Brigati, viziata e capricciosa diciottenne di provincia, è il vertice di un insolito quadrilatero sentimentale,  composto da una parte da Paride e Vera, genitori della ragazza, e dall’altra da Giovanni e Matteo, la cui amicizia nata tra i banchi del liceo, si è persa tra le pieghe della maturità. La festa di Eva sarà l’occasione in cui i quattro incroceranno le proprie vite dopo oltre vent’anni, riportando a galla segreti rimasti sepolti per troppo tempo, esperienze che riemergono con potenza devastante cambiando il corso delle loro esistenze.

Molte le tematiche toccate da questo romanzo, alcune più tangibili come la violenza e la miseria di una Budapest appena uscita dall’Autunno delle Nazioni, la prostituzione, la cocaina, l’omosessualità. Altre latenti ma ugualmente incisive, come il senso di inadeguatezza di chi si sente diverso e per questo sbagliato, la frustrazione di chi ha avuto tutti gli agi e tutte le comodità ma nonostante questo non riesce a essere felice, il coraggio di chi ha portato avanti le proprie idee arrivando a realizzare i suoi sogni.

L’intreccio, pur non rivelandosi particolarmente originale, a tratti risente di qualche eccesso di troppo, chiedendo uno sforzo marcato alla sospensione d’incredulità, ma nel complesso la scrittura di Francesco Rago compensa bene i passaggi più deboli. Apprezzabile la sua capacità di  adeguare lo stile al momento narrativo che racconta, uno stile che graffia quando sbatte in faccia al lettore la violenza e lo squallore e diventa più gentile e raffinato quando parla dell’amore e della sua sublimazione. Buona anche l’abilità nell’utilizzo di prolessi e analessi, che contribuiscono a dare ritmo all’esposizione e regalano quel pizzico di curiosità che spinge a proseguire nella lettura. Da evitare invece le troppe onomatopee presenti nei dialoghi e la mano troppo calcata nella caratterizzazione dei passaggi dialettali. Ma ciò che colpisce in positivo di questo romanzo è lo spessore dei personaggi, vero motore della macchina narrativa; questa è un’opera che parla di vite, che fa dell’introspezione la sua arma vincente, e i protagonisti ne escono rafforzati, vividi e taglienti nelle loro peculiarità, nei loro difetti, nelle loro piccole manie ma soprattutto nelle loro debolezze. Ciò che alimenta la vicinanza a Giovanni, Matteo, Vera e Paride è la verosimiglianza con cui sono delineati: in ognuno di loro è possibile rivedere persone che ognuno di noi ha conosciuto, assieme a loro è possibile rivivere esperienze comuni alla maggior parte di noi.

A incorniciare un buon quadro d’insieme c’è un’ottima ambientazione, che seppur presente e tangibile rimane sempre dietro le righe, senza mai risultare invasiva. Nel complesso, “Il compleanno di Eva” è un romanzo che si lascia leggere in poche ore con piacere, al netto dei piccoli difetti sopra evidenziati.

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SCARCIGLIA, Salvatore – Le verità altrui

TITOLO Le verità altrui
AUTORE Salvatore Scarciglia
EDITORE 0111 Edizioni
GENERE Thriller/Noir
PAGG 132
PREZZO 14€
[xrr rating=2.5/5]

Un uomo condannato alla verità. Un passato angosciante che lo ha traumatizzato al punto da renderlo speciale, dolorosamente unico. Un individuo che vive a stretto contatto con i propri incubi e che si trova costretto a fare i conti con il mondo che lo circonda. Una storia di dolore, di rivelazioni e di amore. Alla fine, l’unica domanda che ci spaventa è: siamo pronti per la verità?

Leggendo “Le verità altrui” salta immediatamente all’occhio il forte squilibrio tra sequenze riflessive e sequenze attive, tra azione e descrizione; già dall’incipit, che si dilunga inutilmente sulle condizioni meteorologiche, è difatti possibile avere un’idea del tipo di narrazione che ci si troverà davanti. Un’esposizione lenta e articolata, a discapito di un intreccio tutto sommato lineare e piuttosto ben elaborato, nonostante la tematica non sia tra le più originali e nonostante le pecche che analizzerò più avanti.

Dal punto di vista stilistico, la scelta di anteporre il climax allo sviluppo vero e proprio, che potrebbe risultare un azzardo se gestita male, appare invece ben congegnata: da apprezzare la capacità dell’autore di instillare il dubbio, costruendo un personaggio tormentato e misterioso attorno cui ruotano le vicende. Quello che non funziona è lo stile vero e proprio: farraginoso e statico, inutilmente annacquato da sequenze che non aggiungono nulla alla funzionalità della storia e che anziché fluidificare, appesantiscono la lettura.

L’opera potrebbe dividersi in due macrosezioni: la prima, fino all’omicidio, incentrata prettamente sul tormento del protagonista e sul suo dono, esplicitato soltanto durante la confessione con padre Fajtor. Questa prima parte appare indubbiamente la più lenta e la più introspettiva. La seconda parte invece ruota principalmente attorno all’omicidio della figlia del sindaco e alle indagini che ne seguono, in una girandola di testimonianze e interrogatori volti a ricostruire la verità su quella morte. C’è da evidenziare che nonostante la prima parte sia propedeutica alla seconda, le due macroaree appaiono troppo scollate: molto diverse sia nella retorica sia nelle intenzioni. Punto dolente lo scioglimento: nonostante non ci si trovi di fronte a un giallo canonico, la totale assenza di spiegazioni al fatto principale che regge tutta la seconda parte del romanzo, è assai penalizzante.

Su tutta l’opera aleggia il concetto di “verità”, assoluta e relativa, che viene trattato in maniera poco narrativa e molto filosofica, fattore che contribuisce a rallentare l’esposizione e ad aumentare l’insofferenza del lettore.

In conclusione, “Le verità altrui” si presenta con una buona base di partenza, che però avrebbe dovuto essere elaborata meglio sia dal punto di vista stilistico sia da quello strutturale.

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FERRI, Sabrina – Con gli occhi di Emily

TITOLO Con gli occhi di Emily
AUTORE Sabrina Ferri
EDITORE 0111 Edizioni
GENERE Narrativa Mainstream
PAGG 178
PREZZO 15,00 Euro

[xrr rating = 3.5/5]

Non c’è più sole negli occhi e nel cuore di Emily. L’anoressia le ha portato via ogni sorriso e soltanto le sue chiacchierate con Matilda, una voce immaginaria nella sua testa, le permettono di non esplodere nella follia e di aggrapparsi alla vita. Ma quando Emily varca le porte della Casa dei matti, una nota clinica di neuropsichiatria, sembra davvero arrivata la fine perché nulla è come appare e qualcuno si diverte a giocare brutalmente con la sofferenza dei matti. Finché, improvvisamente, Emily viene dimessa e il mondo ricomincia a girare. Nel segno di un destino capace di legare cose apparentemente lontane tra di loro, si lascerà travolgere da nuove amicizie e da un amore intenso e passionale. Fino a quell’ultimo giorno.

Sedici anni per Emily sono già troppi. Il suo dramma più grande è l’anoressia, derivante dal suo sentirsi vittima di maltrattamenti, più psicologici che fisici, ma comunque devastanti.
Emily è condizionata da un passato che non è stato in grado di regalarle ciò che sentiva di meritare: una madre iperprotettiva ma incapace di capirla, un fidanzato egoista che la spinge a fare ciò che lei non vuole. Emily è fragile, ha paura di perdere tutto, di rimanere sola, e sarà proprio per questo che si ritroverà rinchiusa in un ospedale neuropsichiatrico infantile, la Casa dei Matti, dove a tenerle compagnia saranno solo i matti, qualche infermiera impietosita, una direttrice arcigna e crudele e Matilda, la voce che Emily sente nella sua testa, con cui si confida quotidianamente, alla quale racconta il suo malessere e il suo disagio. Il raggiungimento dei 40kg le permetterà di uscire dall’ospedale, proiettandola in una nuova esistenza che Emily proverà a ricostruire mattone dopo mattone, nonostante il destino faccia di tutto per metterle i bastoni tra le ruote. Il messaggio che filtra dalla lettura di questo romanzo è che dai mali dell’anima si guarisce soprattutto grazie all’amore e alla fiducia, alla condivisione e alla vicinanza.

Il romanzo si articola in quattro parti, ognuna delle quali focalizzata su un momento particolare della vita di Emily, dal ricovero primaverile presso la Casa dei Matti, passando attraverso l’estate della rinascita, fino all’amaro epilogo natalizio. Una suddivisione resa ancora più netta dalle scelte stilistiche e semantiche della Ferri: una prima parte violenta, cruda, spietata, dove Emily viene fuori come una ragazza molto più matura della sua età, sottoposta a sevizie e castighi in nome di una salvezza che appare sempre più come un’utopia. Nella parte centrale, quando Emily cambia scuola e incontra nuovi amici e nuovi interessi, troviamo invece una ragazzina come tante, acerba, ingenua, piena di sogni, paure e voglia di scoprire il mondo. Caratteristiche queste che vengono riprese anche nel finale, dove Emily facendo leva sulle sue nuove convinzioni, dovrà affrontare una nuova, durissima battaglia.

Nella prima parte del romanzo il tema portante è senza ombra di dubbio l’anoressia, la lotta di Emily contro una malattia di cui è consapevole ma che non riesce a considerare completamente nemica. Qui troviamo tutti i topoi del genere: un amore finito male che mette in subbuglio la fragile psiche della protagonista, il controllo ossessivo delle calorie, il rapporto di amore-odio con la bilancia, l’autolesionismo e i conflitti con una madre impotente. Tuttavia, sebbene siano presenti tutti i cliché di una tematica molto attuale ma ancora poco conosciuta, la scrittura della Ferri, accattivante e coinvolgente, fa sì che il lettore riesca a penetrare la  storia e appassionarsi alle vicende della sfortunata adolescente. Che, c’è da dire, in questa prima parte tutto sembra tranne che un’adolescente: il modo di pensare di Emily, il suo rapportarsi alla malattia e più in generale alla vita, ci restituiscono un personaggio spigoloso e sfaccettato ma maturo e consapevole, che si fatica a inquadrare come una ragazzina di sedici anni. Il contesto dell’ospedale di neuropsichiatria infantile è approfondito e vivido, rendendo questa prima parte del romanzo la migliore dell’intera opera, per contenuti e linguaggio. Anche il ruolo di Matilda, l’amica immaginaria di Emily, contribuisce a regalare all’esposizione quel tocco di ossessività perfettamente in linea con la tematica raccontata.

Più debole ho trovato il resto, che presenta una parte centrale più lenta, meno densa di avvenimenti degni di nota, incentrata prevalentemente sulle giornate di un’adolescente come tante, tra scuola e uscite pomeridiane, incontri con militari di leva, primi baci e prime volte, ricostruzione del rapporto con i genitori e prese di coscienza mai troppo approfondite. Di contro, alcuni episodi appaiono un po’ troppo forzati, quasi votati ad assumere le sembianze di deus ex machina dei quali non si sentiva la mancanza; ma una volta inseriti, dovrebbero comunque trovare il giusto scioglimento, cosa che non sempre accade.

Dopo le dimissioni dalla Casa dei Matti la malattia di Emily passa in secondo piano, e sebbene continui a essere affrontata tramite le riflessioni della protagonista, le difficoltà nel riprendere una vita normale e gli accenni alle amiche, la narrazione si priva di quella componente deflagrante che accompagna il lettore per tutta la prima parte. Anche Matilda viene lentamente relegata in un angolo, poiché il suo ruolo viene assunto da amiche in carne e ossa.

La forza di un’opera come questa, che per sua natura possiede in sé il rifiuto e l’accettazione, la bellezza e l’orrore, l’amore e l’odio, risiede proprio nel suo essere scomoda e dirompente, diretta e persino violenta dove necessario; nel momento in cui l’anoressia abbandona il proscenio in favore di una normalità tanto desiderata ma – purtroppo – poco interessante proprio in funzione del suo essere normale, il potenziale del romanzo va pian piano scemando fino a rendere il testo piatto e banale, non più in grado di fornire gli interessanti spunti di riflessione e le emozioni, profonde proprio perché velenose e ispide, della prima parte.

Come detto in precedenza, la scrittura della Ferri è quella di una professionista, o quasi; l’assenza dei più comuni errori della narrativa esordiente riesce in parte a sopperire la mancanza di spessore della seconda parte del romanzo, rendendo nel complesso “Con gli occhi di Emily” un’opera interessante, ben scritta e godibile. L’unico appunto che mi sento di muovere all’autrice è proprio quello di aver allentato troppo la tensione, a discapito di un inizio tanto nervoso da promettere quasi un thriller, scrivendo invece una parte finale che entra prepotente nel romance, un po’ troppo sdolcinata rispetto alle aspettative create.

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MAITHUNA – Solo una bianca farfalla

Titolo: Solo una bianca farfalla
Autore: Maithuna
Editore: Fontana Editore
Genere: Erotico
Prezzo 1,99 €
[xrr rating=3/5]

Sto parlando ad una chat come a una me stessa che non conoscevo, sto parlando con un avatar e confesso quello che nessuno saprà mai di me, faccio le cose che mi chiede di fare, se mi avessero detto dieci anni fa che mi sarei passata del tempo davanti ad un monitor e con una persona che non si sa cosa sia, avrei detto che mi avrebbero potuto ricoverare…ora mi tocco e godo da sola come mai mi è successo, osservo e compro cose che pensavo non esistessero.

Una storia virtuale, dove è facile diventare ciò che nella vita reale non si ha coraggio di essere. Una storia di chat dove uomini e donne tirano fuori la propria, vera essenza, ritrovando la gioia di piccoli piaceri troppo spesso dimenticati. Protagonisti Shakti, Max e Mari; a tirare le fila è Shakti, misteriosa figura sospesa tra spiritualità new age e carnalità contemporanea. Shakti si ritaglia il ruolo di sacerdotessa, portatrice di armonia in una coppia che le abitudini e la quotidianità hanno logorato; Max non sa che la persona con cui chatta, Shakti, è la stessa che chatta negli stessi giorni ma in orari diversi con la sua fidanzata, Mari. Ed entrambi ignorano che Shakti con le sue parole, visionarie e suggestive, li sta guidando alla riscoperta di loro stessi.
Alla fine di ogni stralcio di chat, Max e Mari si abbandonano a riflessioni e pensieri, personali e vicendevoli, che aiutano il lettore a capire le dinamiche di coppia e i desideri inespressi dei protagonisti.

La figura di Shakti rimane sospesa fino alla fine in un limbo impenetrabile: difficile capire le sue intenzioni se il rapporto con lei si affronta solo con la testa, se si vuole tutto e subito, se si cerca il piacere fine a se stesso che brucia e si consuma troppo in fretta. Shakti vuole che i suoi interlocutori si abbandonino a piaceri atavici e pensieri primitivi; solo così sarà possibile conoscerla davvero, interpretare la sua volontà, renderla reale.

Il racconto è molto breve, la tematica affrontata poco originale, considerata la sua attualità. Ma l’opera è scritta con uno stile avvolgente e mai eccessivo che la rende interessante e incuriosisce il lettore, spinto a proseguire per conoscere l’epilogo di questo strano ménage à trois. Una narrazione sempre rispettosa del lettore, sospesa tra desiderio e razionalità, forse a tratti troppo politically correct per essere del tutto verosimile, ma tutto sommato gradevole.

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GRAMEGNA, Barbara – A qualcuno piace corto

Titolo: A qualcuno piace corto
Autore: Barbara Gramegna
Editore: Fontana Editore
Genere: Raccolta di racconti
Prezzo 4,99 €
[xrr rating= 2/5]

“…C’era una volta un bambino ciccio, ciccio, ciccio, che aveva una mamma ciccia, ciccia, ciccia e una nonna ciccia, ciccia, ciccia. Ludovico, così si chiamava il bambino, si alzava ogni mattina… si alzava forse è un po’ inesatto, diciamo che veniva scarrucolato ogni mattina giù dal suo letto, un letto che era stato rinforzato e che passava ogni qualche mese il controllo delle prove di carico insieme all’ascensore del condominio… si rimpinzava di ciambelle, macedonia, fagottini e tazze di caffelatte e andava a scuola con il servizio trasporto carichi eccezionali, la mamma rimaneva a casa a cucinare…”

Una raccolta deliziosa di piccoli racconti, da gustare uno dietro l’altro. Come deliziosi pasticcini, sono sapientemente farciti di storie, di vita, di occasioni, di rivelazioni, pranzi e, non ultimo, d’amore.

Racconti brevi, a volte brevissimi, vere e proprie schegge scritte utilizzando diverse tecniche narrative, dove non si scorge un vero e proprio fil rouge nonostante alcune tematiche ricorrano più di frequente rispetto ad altre. I racconti sono delle istantanee che ritraggono particolari momenti di vita di personaggi diversi, che ne esaltano gli umori, i pensieri, le paure, i disagi.

L’autrice sceglie di calarsi in maniera assoluta nei panni dei protagonisti che sceglie di raccontare: parla di bambini utilizzando uno stile fanciullesco e a tratti infantile, parla di adolescenti gergando e slangando, parla di adulti con tono composto e maturo.

Questa scelta stilistica, molto variegata – fin troppo – e molto distante dalla narrativa che siamo abituati a leggere, se da una parte potrebbe interpretarsi con il tentativo di personificare la diversità della società presa in considerazione, dall’altra appare decisamente forzata; ci vuole grandissima abilità per entrare nella psicologia e nell’intimo di personaggi così distanti tra loro, così come ci vuole consapevolezza per sapere dove e quando fermarsi per non cadere nell’eccesso. Questo confine viene travalicato sovente dall’autrice, che pur costruendo le sue microstorie giocando molto sull’ironia, scivola a tratti nell’esagerazione.

L’estrema difformità stilistica, le tante, troppe sfaccettature che s’incontrano leggendo, non agevolano la fluidità della lettura, già ostacolata dalla mancanza di tematiche di rilievo, di argomentazioni in grado di incuriosire; non è facile giudicare una raccolta di questo tipo, soprattutto in virtù del fatto che quasi tutti i racconti sembrano incompiuti; difficile trovare una morale in testi che sembrano esistere solo per compiacere chi li ha scritti, e a conti fatti non lasciano nulla in chi legge. Si potrebbe obiettare che le istantanee di vita debbano ricalcare la vita stessa, con i suoi contrasti e le sue contraddizioni, ma la narrativa a mio parere è un’altra cosa.