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DANIEL, Pee Gee – Il politico

il-politico coverTITOLO Il politico
AUTORE Pee Gee Daniel
EDITORE Golena Edizioni
GENERE Narrativa Mainstream
PAGG 117
PREZZO 9,00 Euro
[xrr rating=4/5]

Il protagonista del romanzo è un essere umano mosso dai più bassi istinti, chiuso in un’indolenza quasi morbosa, ma capace di inconsulti atti di violenza. Un’assoluta nullità che vedremo scalare, quasi controvoglia, l’intero sistema sociale, sino a raggiungere la posizione più elevata, nel ruolo di deputato della Repubblica Italiana. “Il politico” è un romanzo caustico, in cui il dramma di un sociopatico si trasforma nell’efficace descrizione di una società allo sbando e in un esplicito quanto preciso atto di accusa verso quegli stessi apparati politici e istituzionali che ne permetteranno e favoriranno l’ascesa sociale. Un libro imperdibile per chi, attraverso la lente grottesca della letteratura, voglia davvero comprendere i tempi che stiamo vivendo.

“Il politico” è la storia di una nullità, talmente insignificante da non aver neppure un nome: per l’intera durata della narrazione viene identificato semplicemente come “lui”, o con i soprannomi affibbiatigli dai compagni di scuola prima e da quelli di partito poi. Caratteristica, questa, che già la dice lunga sul taglio che l’autore da alle vicende e sul tono, mai troppo velato, di denuncia in merito al livello di mediocrità raggiunto dal nostro Paese.

Lui è un essere che fa dell’ignavia la sua compagna fedele; ci viene presentato come un individuo incapace di reagire di fronte ai soprusi ma non perché intimorito, semplicemente perché indifferente. Sempre la stessa espressione, sempre la stessa – inesistente – reattività. Una figura ripugnante sotto ogni punto di vista: morale, fisico, intellettivo. Nella quarta di copertina viene definito come un sociopatico, ma il nostro lui va ben oltre la sociopatia, patologia che comunque prevede la capacità di guidare i propri gesti al raggiungimento di un obiettivo. In questo senso più che un sociopatico il nostro protagonista appare come un disadattato: parla pochissimo, per lo più si esprime a mugugni e gesti, mai troppo vivaci, non prova sdegno né entusiasmo. Caratteristica predominante di questo essere cinico e indolente è che tutte le sue azioni paiono fatte “tanto per”. Tanto per farle, senza esserne mai né convinto, né interessato. Non esiste nulla in grado di scuoterlo dall’apatia, dal torpore intellettivo ed emozionale in cui sembra essere nato e cresciuto. Anche l’incontro con il Movimento, formazione pseudopolitica di stampo xenofobo che farà parte di lui per il resto della vita, avviene per caso e nel caso continua a galleggiare. Si ritrova nella corrente e dalla corrente si fa trascinare. Eppure, la sua passività non nasconde un’indole bonaria, tutt’altro; lui già da ragazzino riesce a esprimere una spietatezza e un crudeltà invise al comune senso del pudore: stacca le ali alle libellule e le lascia divorare vive dalle formiche, mangia pesci siluri a morsi mentre sono ancora vivi, stupra e malmena le prostitute, causa – con tutta probabilità, anche se non viene detto apertamente – la morte di un cugino.
Non è propriamente uno stupido, perché stupido significherebbe essere comunque qualcosa. È  un groviglio di difetti che lo rendono semplicemente una nullità, e come tale viene dipinto. E poiché anche le nullità hanno possibilità di deambulare, il nostro lui usa questa capacità nel modo peggiore possibile: risse, aggressioni, stupri, violenze. Tutto quello che gli viene detto, lui lo fa. E anche quello che non gli viene detto ma che nel suo cervello da protozoo assume un sembiante giusto.
Caratteristiche queste che il nostro lui sublimerà con l’ingresso e la militanza nel Movimento, culla di una mediocrità che sconfina nella più bassa arretratezza sociopolitica, fino a diventarne un esponente di prima fascia. Anche se tra i tanti aggettivi che viene spontaneo associare a una figura simile, onorevole proprio non c’è.

Molte le tematiche affrontate da Pee Gee Daniel in quest’opera, anche se a prevalere sulle altre è sicuramente l’ignoranza, intesa nell’accezione più ampia del termine, capace di generare pericolosissimi mostri. Ma anche il vuoto, il vuoto più assoluto di ideologie, di pensiero, di azione. Lui, indiscusso protagonista del romanzo che impariamo a riconoscere prima come Mangiamerda e poi, una volta nelle file del Movimento, come Lupo Mannaro, è un essere abietto, privo di qualunque stimolo a qualunque livello, incapace di provare indignazione persino di fronte allo stupro di una bambina.

Seguiamo la sua ascesa politica, anch’essa dettata dal nulla di un Movimento che lo sfrutta per arrivare rapidamente agli obiettivi, e assieme a lui – ma tenendoci sempre a debita distanza – osserviamo un Paese sfatto, amorfo, sfibrato dall’imbecillità e dall’assenza di ideali. Una trama non particolarmente originale ma ben raccontata, soprattutto perché inquadrata in un contesto orrendamente tangibile con uno stile diretto e incisivo. Pee Gee Daniel riesce a caratterizzare il suo protagonista in maniera talmente nitida che è impossibile non provare ribrezzo. È intorno a Lui che tutto ruota, ed è proprio Lui il solo volto da mostrare, come l’autore ha magistralmente fatto. Unico appunto che mi sento di muovere alla tecnica narrativa di Pee Gee Daniel, peraltro impreziosita da un’ironia pungente e facente mostra di un lessico invidiabile, è la tendenza a sovraccaricare la narrazione con periodi ricchi di subordinate e aggettivi a volte ridondanti, che a tratti affaticano la lettura e appaiono segnale di una certa compiacenza autoriale.

Nel complesso ritengo che “Il politico” sia un romanzo affascinante, da non ridurre a un semplice atto di accusa contro le formazioni politiche dell’ultima ora come si potrebbe fare a una prima, superficiale analisi. Non credo che Pee Gee Daniel volesse far passare un messaggio di destra o di sinistra, quanto piuttosto volesse alzare un grido di indignazione contro la mediocrità imperante, l’ignoranza sfrenata e l’appiattimento culturale che spadroneggia da oltre un ventennio in Italia. E un’anima snob come la mia, un’opera simile non poteva che apprezzarla.

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MEMMO, Andrea – Mr. Bad Guy

TITOLO Mr. Bad Guy
AUTORE Andrea Memmo
EDITORE Edizioni La Gru
GENERE Giallo,Thriller,Horror
PAGG 336, cartaceo – 239 eBook
PREZZO 18 euro
[xrr rating=3/5]

Sul luogo dove hanno rinvenuto i corpi straziati di diverse persone, due poliziotti trovano anche un video, registrato da chi si dichiara l’assassino, che motiva la strage col desiderio di fare qualcosa di eccezionale, di cui tutti parleranno, rendendolo così famoso. I flashback che costituiscono il corpo del romanzo rivelano, ora con molto realismo, ora con un’ironia tendente al grottesco, i retroscena e le motivazioni per cui una serie di personaggi, apparentemente lontani tra loro (una pornostar, un nonno farmacista, un fratello punk…) confluiscono alla fine in un disegno di morte, alcuni come carnefici più o meno consapevoli, altri come vittime, tutti tessere del mosaico di cui nel corso del romanzo si va progressivamente costruendo l’immagine. Al centro un giovane come tanti, con problemi familiari, incomprensioni, rapporti non semplici con i compagni di scuola, ma caratterizzato anche da una forte capacità di analisi introspettiva e dei comportamenti altrui, che scivola pian piano in una sorta di lucido delirio di vendetta. Solo nell’ultimo capitolo il lettore scopre tutte le fasi e i dettagli della macchinazione di cui le prime pagine mostrano l’epilogo.

La prima cosa che si nota iniziando a leggere Mr. Bad Guy è che questo non è un libro che puoi trattare con superficialità. Non è uno di quei libri che ti permettono di lasciarti trascinare dagli eventi, seguirli con un occhio aperto e uno chiuso e poi riprenderli sul finale che tanto non ti sei perso granché. Queste sono pagine che vanno prima lette e poi rilette, perché sin dalle primissime battute vieni sballottato di continuo avanti e indietro, a destra e sinistra, scontrandoti con una serie di personaggi bizzarri e con i loro discorsi, mischiati senza soluzione di continuità a intricati flussi di coscienza. Come se ciò non bastasse, a un’ambientazione più o meno normale si alterna una scenografia psichedelica degna di un consumatore abituale di acidi.

Andrea Memmo apre il romanzo con una classica scena da giallo poliziesco, il ritrovamento di alcuni nastri in cui un misterioso assassino denuncia i propri crimini. Da qui parte una lunga – fin troppo – ricostruzione dei fatti, in cui appare subito chiaro che il protagonista delle diverse storie che s’intrecciano è tale Stefano Vanalli, adolescente vessato da una famiglia atipica e una compagnia dedita al bullismo più sfrenato. Da questo punto di vista si potrebbe dire che l’intreccio di Mr. Bad Guy non si discosta molto dai precedenti illustri che hanno caratterizzato il filone del pulp. I protagonisti delle storie di questo genere sono quasi sempre personaggi frustrati e insoddisfatti in cerca di riscatto e notorietà, che ritengono di non avere nulla da perdere e tutto da guadagnare, disposti a compiere i crimini più efferati pur di raggiungere la propria vendetta.

Da un punto di vista tecnico, l’autore decide di utilizzare una focalizzazione zero assumendo di volta in volta il punto di vista di un personaggio diverso; e poiché tra questi personaggi non sembra essercene nessuno convenzionale, la narrazione procede tra riflessioni paranoidi e visioni del mondo che definire particolari è un eufemismo, in perfetto stile Tarantiniano. Anche il montaggio delle scene si discosta parecchio dalla narrativa tradizionale: una lunga serie di prolessi e analessi sezionate in tante parti minori che si accavallano e si sovrappongono.
Queste scelte, indubbiamente coraggiose, hanno pro e contro; se da un lato simili peculiarità potrebbero intrigare per il gran potenziale innovativo e per l’irriverenza con cui l’autore tratta le tematiche affrontate, dall’altra esistono due rischi concreti: il primo è quello di muoversi pericolosamente vicino al confine della scimmiottatura di maestri come Palahniuk e lo stesso Tarantino, il secondo, a mio parere ancor più pericoloso, è quello di disincentivare il lettore, a cui, specialmente nella prima metà del testo, viene richiesto uno sforzo di attenzione troppo marcato.

Mr. Bad Guy non è un libro adatto a tutti. È zeppo di violenza, sangue e pornografia. Della follia pulp che impregna queste pagine ci sono tutti gli eccessi, le esagerazioni, le violenze gratuite, le paranoie e la psichedelia. Personalmente mi ha lasciata perplessa; si vede che Andrea Memmo è uno che sa scrivere, che sa usare le tecniche narrative, che sa dosare il proprio lessico e sa fare sfoggio sapiente della propria predisposizione alla scrittura, e forse proprio per questo mi aspettavo qualcosa di più, invece tutto sommato Mr Bad Guy l’ho trovato banale e forse ancora un po’ acerbo. Dell’introspezione di cui si fa menzione nella quarta non ho trovato che pochi accenni e mai approfonditi. Nel complesso ho avuto l’impressione di trovarmi a leggere un’opera di un giovanissimo scrittore che sembra avere tutte le carte in regola per emergere dalla massa, ma che in questo caso ha cercato di ovviare alla prevedibilità della trama attraverso lo sfruttamento esasperato dei cliché del genere, senza aggiungere nulla di quell’originalità che traspare dal suo stile.

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SPARKS, F. G. – Ultimo domicilio sconosciuto

TITOLO ULTIMO DOMICILIO SCONOSCIUTO
AUTORE F. G. Sparks
EDITORE Narcissus.me
GENERE Giallo,Thriller,Horror
PAGG 105
PREZZO 1,99
[xrr rating=2.5/5]

Kim è minorenne, è incinta ed è scappata di casa. Mentre un investigatore privato la cerca per riportarla a casa la sua vita scorre, in una metropoli cupa e violenta ma capace anche di slanci di grande generosità, fino ad un tragico e disperato epilogo in cui si scoprirà che il destino di Kim è già stato deciso e pianificato…

In “Ultimo domicilio sconosciuto” ritroviamo i protagonisti del precedente “Sette anime dannate“, in particolare l’investigatore privato Colby Forester, poiché stavolta la presenza del poliziotto Samuel Bosley, figura di spicco della prima opera, è assai più marginale.
“Ultimo domicilio sconosciuto” è la storia di Kim, adolescente di buona famiglia che scompare improvvisamente dalla lussuosa villa dove vive con la matrigna e il maggiordomo a seguito della morte del padre. A indagare sul caso è chiamato Colby, che durante il percorso investigativo scoprirà i segreti che la ragazza si è portata dietro, in primis un misterioso fidanzato che la mette incinta, la convince a scappare per rifugiarsi in una squallida camera in affitto e poi sparisce lasciandola sola e senza soldi. Il drammatico epilogo che metterà in luce la verità arriva a sistemare le tessere del mosaico scomposto all’inizio.

Il romanzo si legge con piacere, cadenzato da un buon ritmo narrativo e da uno stile fluido, seppur viziato da qualche ripetizione di troppo. I personaggi sono delineati meglio rispetto all’opera precedente, anche se si sente comunque la mancanza di un background più accurato che riesca a renderli tridimensionali. Sarebbe magari stato utile inserire dei flashback per raccontare il passato di Kim, il rapporto con il padre scomparso anni prima, quello con la madre morta quando lei era solo una bambina e soprattutto quello con la matrigna, vera figura di spicco del romanzo. In questo modo la scelta di allontanarsi dalla villa di famiglia, oltre che a Kim, sarebbe stata chiara anche al lettore.

Anche qui, come avevo già evidenziato per “Sette anime dannate”, l’impianto narrativo è piuttosto elementare; e mentre nel precedente romanzo avevo puntato il dito contro gli stereotipi e i cliché utilizzati dall’autore, in questo caso devo dire che il problema principale sembra essere proprio l’intreccio, soprattutto in virtù della sua semplicità, che si traduce in un finale troppo “telefonato”.  Riducendo la critica ai minimi termini, si può dire che “Ultimo domicilio sconosciuto” non poteva finire in altro modo di come è finito: la mancanza di elementi di contorno, di personaggi e situazioni in grado di depistare il lettore, portano a un’interpretazione univoca che non può che essere quella corretta. A contribuire a questo cammino a senso unico c’è anche la scelta di caratterizzare il colpevole in maniera decisamente negativa fin dalle prime battute: schivo, sbrigativo, rigido, in poche parole troppo sospetto per non essere sospettato. In questo senso la scelta di introdurre una figura fondamentale ma di fatto assente come quella di Martin, fidanzato di Kim, per quanto risulti un buon espediente narrativo non basta a compensare la prevedibilità dell’impianto: sarebbe stato necessario giocare molto di più con questo personaggio, trasformarlo magari in uno specchietto per le allodole. Anziché limitarsi a mostrare solo i suoi lati positivi di compagno innamorato e premuroso, mettere in luce anche quelli che potevano apparire come lati negativi (paura delle responsabilità, insicurezza per il bambino in arrivo ecc…ecc…) in modo da creare sospensione e dubbio attorno alla sua figura.

Anche in questo caso ho trovato buone le sequenze dialogiche: le conversazioni tra i protagonisti sono accattivanti e verosimili, e riescono a ovviare alla mancanza di show don’t tell delle sequenze riflessive. Il linguaggio è realistico e il lessico, a tratti ruvido, appare adatto al genere affrontato. Ottime anche le ambientazioni, soprattutto quelle più povere, dal cui disegno si percepisce tutto lo squallore che l’autore vuole trasmettere.

Nel complesso credo che “Ultimo domicilio sconosciuto” presenti ancora delle lacune piuttosto importanti, ma le fondamenta sembrano essere più solide rispetto al romanzo precedente, il che non può essere che un buon segno per i lavori futuri di F.G. Sparks.

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CARAMANICO, Tina – Oltre l’incerto limite

TITOLO Oltre l’incerto limite
AUTORE Tina Caramanico
EDITORE Runa Editrice
GENERE Narrativa Mainstream
PAGG 130
PREZZO brossura 10 euro/eBook 1,99 euro
[xrr rating=4/5]

Cosa hanno in comune una falsa geisha sul Duomo di Milano e un figlio adottivo in crisi? Cosa lega un’adolescente obesa a una gemella stanca di essere eternamente in coppia? Tutti noi sopportiamo o ci costruiamo dei limiti per esistere, dei confini che ci definiscono e ci contengono, ma che possono andarci stretti, come l’abbraccio di una madre ansiosa: confini mentali, etici, culturali, fisici.  Confini che hanno a che fare con le nostre origini o col nostro futuro, con la nostra identità e i nostri sogni. A volte i protagonisti di queste storie vanno oltre, per scelta o per caso, per amore o per rabbia. Quel passo li perde o li salva. Li porta in un altrove da cui, se mai torneranno, torneranno trasformati per sempre. Altri personaggi, invece, il coraggio di superare i loro limiti, di fare quel passo non ce l’hanno e restano così, in bilico, immobili eppure già cambiati irreparabilmente da quello che, per un attimo, hanno solo intravisto di là.

“Oltre l’incerto limite” è la seconda raccolta di racconti di Tina Caramanico che ho il piacere di leggere e recensire. Molti i parallelismi con la prima opera, “Le cose come stanno“, soprattutto per quanto riguarda l’approccio contenutistico. Anche in questo caso i racconti non sono mai un puro esercizio di stile, piuttosto dei pretesti per trattare tematiche intime e irrazionali, nello specifico i limiti dell’essere umano, quei confini invisibili – ma spesso invalicabili – che ognuno di noi si costruisce nel corso della vita. A pennellare un quadro preciso e dettagliato di ciò che ci si troverà davanti è la stessa autrice nella quarta di copertina: confini mentali, etici, culturali, fisici.

Ognuno dei dodici racconti affronta un tema diverso: il suicidio, l’impotenza, il razzismo, l’obesità, l’amore ovviamente, e molti altri ancora, ma in tutti è possibile scorgere un minimo comun denominatore: i limiti sono in grado di condizionare – e cambiare profondamente – l’esistenza sia di chi li supera, sia di chi non ha il coraggio di oltrepassare la soglia dell’azzardo. E se da una parte una simile considerazione potrebbe apparire decisamente amara, dall’altra è importante ricordare che non sempre cambiamento è sinonimo di negativo.

“Oltre l’incerto limite” somiglia alla precedente raccolta anche in termini stilistici: una delle caratteristiche predominanti della scrittura di Tina Caramanico è l’abilità di delineare ambientazioni e personaggi con pochi ma efficaci dettagli, peculiarità in grado di sopperire alla mancanza di un vero e proprio show don’t tell, anche se a onor del vero è necessario dire che la forma del racconto è congegnale a una simile tecnica, e sarebbe assai più difficile applicarla a un romanzo.
Come mi era capitato di dire per “Le cose come stanno,” anche in questo caso alcuni racconti sembrano tendere a un finale che non arriva, apparendo incompiuti. L’autrice non spiega: sospende, sussurra, riflette. Credo però che questa non sia una carenza strutturale, bensì una precisa scelta stilistica, poiché anche in quei racconti che sembrano troncati sul più bello è possibile scorgere una direzione ben precisa, che il lettore, avendo in mano tutti gli elementi necessari, può tranquillamente percorrere da solo.

Di solito non cito mai i racconti migliori e i peggiori, è quasi ovvio che in un’antologia ci siano testi più riusciti e altri meno, ma in questo caso devo fare due menzioni particolari. La prima è per “Maria la strega”, un racconto forte e vigoroso, in grado di immergere il lettore in un’Italia che si crogiola tra superstizioni e credenze popolari, un’Italia ruvida, maschilista e ignorante, soprattutto un racconto dove l’abilità descrittiva della Caramanico emerge in tutta la sua prepotenza e permette di vedere con gli occhi della mente le immagini di un Paese tanto bello quanto stupido. La seconda, più intima e personale, è per “Al bivio”, perché ho avuto l’impressione che l’autrice mi abbia letto dentro e abbia trasposto su carta quello che io, nonostante gli sforzi, non sono ancora riuscita a fare.

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CORELLA V, SOPRANI F – I figli del pozzo di carne

Titolo: I figli del pozzo di carne – Victorian Solstice episodio III
Autore: Federica Soprani, Vittoria Corella
Editore: Lite Editions
Genere: Erotico / Thriller
Prezzo: Euro 1,99
[xrr rating= 5/5]

ll terzo episodio del feuilleton Victorian Solstice. Nella Londra Vittoriana Uomini Neri e Boogeymen esistono davvero. I Mostri sono veri e hanno fame. Vengono e portano via quelli che hanno più paura. Per sconfiggere i Mostri ci vuole coraggio, follia e un pizzico di disperazione. Una nuova avventura di Jericho e Jonas nella pancia della Londra più nera.

Per la terza, e purtroppo ultima volta, mi ritrovo a commentare le avventure dell’ormai ex poliziotto Jonas Marlowe e del tanto misterioso quanto affascinante medium Jericho Marmaduke Shelmardine. Chi si fosse perso le prime due puntate, può trovarle QUI e QUI.

Jonas e Jericho hanno ufficializzato la partnership investigativa fondando la J&J Investigations. La loro quotidianità è addolcita dalla presenza di Imogene Tipperary, piccola ma volitiva donna di servizio con aspirazioni da segretaria. In questo terzo episodio li troviamo immersi nella Londra più misera, nei bassifondi più lordi e immorali, per risolvere il mistero della scomparsa di Ansel, il figlio di Yentl Bashevis, personaggio del circo Binewski, i cui esponenti, manco a dirlo, sono legati al passato di Jericho. Scopriamo l’esistenza del Mondo-di-Sotto, la fatiscente realtà fognaria londinese in cui vive il Re dei Topi. Ed è dal Mondo-di-Sotto, terra dimenticata da Dio e dagli uomini, che spariscono i bambini.

Questo terzo episodio è più ruvido dei suoi precedenti, ma suggestivo e accattivante in egual misura, se non addirittura superiore. C’è più sangue, più sporcizia, più buio, più crudeltà. Stavolta Federica e Vittoria decidono di sfruttare alcuni degli archetipi classici dell’horror: il circo, gli aghi, la follia, i bambini, i sequestri, la macelleria. In una parola, l’Uomo Nero. E l’Uomo Nero, da che mondo è mondo, fa paura.
Qualcuno potrebbe obiettare che per essere un racconto erotico, “I figli del pozzo di carne” manca della componente sessuale, meno marcata qui che nei precedenti due episodi. Ma una simile obiezione non farebbe che palesare una scarsa conoscenza del genere. Perché non c’è nulla di più erotico del saper eccitare un lettore senza sbattergli in faccia tonnellate di carne sudata e grugnente. E Federica e Vittoria lo sanno fare. A prescindere da questo, trovo che definire Victorian Solstice solo come “racconti erotici” sia troppo limitativo. Nei tre brani che compongono la raccolta c’è molto di più. Ci sono suggestione, emozione, amore, passione, e soprattutto ci sono due autrici che sanno amalgamare la propria scrittura come mai mi è capitato di vedere prima. E rischiando di sembrare ripetitiva, devo tornare a dire che la penna di Federica e Vittoria riuscirebbe a vendere congelatori agli eschimesi. Una penna che rapisce, che non ti permette di interrompere la lettura nemmeno se sai che stai facendo tardi, che devi preparare la cena, che devi andare a dormire, che la sveglia ti sorprenderà ancora immerso nelle pagine. Leggendo “I figli del pozzo di carne” non si ha mai l’impressione di trovarsi intricati in un horror, non si è mai infastiditi dalla violenza delle scene, nemmeno quelle più crude. L’unica cosa che ho da eccepire a queste due autrici, i cui nomi sono ormai garanzia di qualità, è che sono riuscite a commuovermi, e io detesto commuovermi.
Il voto pieno, che mi conosce sa quanto raramente venga concesso, va a premiare non solo questo episodio – a mio parere comunque il migliore dei tre – ma anche i due precedenti. La serie di Victorian Solstice si può riassumere con un solo aggettivo: sublime. Leggetela.

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SPARKS, F. G. – Sette anime dannate

TITOLO Sette anime dannate
AUTORE F. G. Sparks
EDITORE Narcissus.me
GENERE Giallo,Thriller,Horror
PAGG 140 ca
PREZZO 1,99 Euro
[xrr rating=2.5/5]

In una città senza nome un misterioso serial killer massacra le sue vittime con un martello. Ma è solo la follia oppure c’è qualcos’altro che muove la mano dell’assassino?

Samuel Bosley è il tenente chiamato a risolvere il caso del serial killer che uccide le sue vittime a martellate in faccia. Tutto inizia con uno strano delitto: il cadavere carbonizzato e irriconoscibile di un uomo viene ritrovato in un magazzino fatiscente. Di fronte al magazzino viene rinvenuta un’automobile intestata a un certo Archer; Bosley visita l’appartamento di quest’ultimo, preleva alcuni capelli da una spazzola e archivia il caso come suicidio dopo aver ottenuto conferma che il DNA dell’uomo carbonizzato è quello di Archer. Poco dopo inizia la sequela di omicidi del killer del martello, individui legati tra di loro da rapporti amicali o professionali. Durante le indagini, Bosley viene affiancato da un ex collega della Omicidi, Colby Forester, dedito oggi all’investigazione privata. I due, indagando assieme, riusciranno, ognuno a proprio modo, a scoprire l’identità del killer e le motivazioni che lo hanno spinto a uccidere.

L’impianto narrativo è lineare, ma stereotipato, e proprio per questo fragile; anche volendo soprassedere sulla tematica logora del killer che uccide per vendetta, è impossibile non notare un enorme non-sense che fa perdere credibilità all’intera storia: puntare il dito con tanta insistenza sul modo in cui l’assassino uccide le proprie vittime e basare lo scioglimento sul fatto che i detective se ne accorgano solo dopo la quinta vittima. Perché basta aver visto anche solo pochi episodi di una qualunque serie televisiva che analizza i comportamenti criminali per pensare immediatamente che tra il modo in cui l’assassino agisce e il movente dei suoi omicidi ci sia un collegamento. Appare dunque assai inverosimile che due detective esperti arrivino a capirlo solo quando i morti sono ormai cinque. Anche la facilità con cui il killer penetra nelle vite e nelle abitazioni dei suoi bersagli contribuisce ad aumentare il senso di mancata verosimiglianza.

Un altro punto debole del testo è che ci sono davvero troppi cliché; Samuel Bosley è il classico esempio dello stereotipo unidimensionale: vedovo, non troppo intuitivo, soffre di emicrania perenne, si imbottisce di aspirine inghiottite con il caffè e si accompagna con un altro detective molto più sensibile e sveglio di lui. Stesso discorso è applicabile al killer.

ATTENZIONE: SPOILER! SelectShow

Ciò che mi ha colpita positivamente è la capacità dell’autore di intessere degli ottimi dialoghi, vero punto forte del romanzo, ma nel complesso anche se non credo che “Sette anime dannate” sia completamente da dimenticare, devo dire che non è un libro che consiglierei. Nonostante s’intravedano le potenzialità dell’autore, su tutta la narrazione aleggia troppa superficialità. I personaggi sono stereotipati, l’intreccio non è originale ma soprattutto manca di tecnica: questo romanzo non è in grado di catturare il lettore perché non c’è sospensione, non c’è passione, è zeppo di avverbi che cercano di sopperire, senza peraltro riuscirci, alla mancanza dello show don’t tell. Ci si trova davanti solo un elenco di azioni asettiche che portano alla soluzione del caso, senza che ci si senta mai realmente coinvolti dalle vicende raccontate.

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GERINI, Valentina – Volevo un marito nero

TITOLO Volevo un marito nero
AUTORE Valentina Gerini
EDITORE 0111 Edizioni
GENERE Mainstream
PAGG 162
PREZZO 14,50 euro
ISBN 978-88-6307-616-5
[xrr rating=1.5/5]

Da Zanzibar alla Repubblica Dominicana, si raccontano le avventure di Federica che per lavoro si ritrova a vivere per alcuni mesi in luoghi esotici e, con grande spirito di adattamento, voglia di conoscere il mondo, desiderio di fondere le diverse culture e coraggio nell’affrontare le difficoltà, riesce sempre ad ambientarsi. Lei crede in importanti valori quali l’amicizia e l’amore ed è certamente quest’ultimo, travolgente e inaspettato, ciò che muove tutte le situazioni e influenza le sue decisioni al punto di cambiare la direzione del suo viaggio. Fin da piccola aveva desiderato di sposarsi con un uomo straniero e il suo sogno alla fine si avvera. Crede ciecamente nel destino e tutto quello che una veggente un
giorno le aveva predetto, diventa presto realtà. Volevo un marito nero è una breve opera ispirata ai viaggi che Valentina Gerini ha realmente intrapreso e alcune esperienze che ha realmente vissuto. Per il rispetto della privacy di tutte le persone che hanno fatto parte di questi viaggi, sono stati inventati per loro nomi di fantasia.

“Volevo un marito nero” è un libro frutto di esperienze realmente vissute dall’autrice, come specificato da lei stessa nella pagina dei Ringraziamenti. E come tutti i libri che raccontano storie realmente vissute, presenta molti difetti che ne pregiudicano la riuscita.

Per quanto possa sembrare ovvio vorrei premettere che la scrittura è – o dovrebbe essere – una forma di comunicazione: si scrive per essere letti. Per raccontare qualcosa a qualcuno. Dunque è legittimo sostenere che si scrive sempre per gli altri, mai soltanto per se stessi. E scrivere per gli altri dovrebbe implicare il fatto che l’autore si ponga delle domande sulle storie che vuole raccontare, sul come raccontarle, e soprattutto sul perché farlo. Quest’ultimo aspetto è quello che mi interessa di più, poiché la maggior parte delle volte in cui mi ritrovo tra le mani un testo autobiografico, mi chiedo perché l’autore abbia sentito l’impellente necessità di mettermi al corrente proprio di quegli avvenimenti e di farlo in quel determinato modo. E di solito quando ho questa reazione significa che l’autore non è riuscito a rendermi partecipe della sua storia.

Il testo preso in esame è assimilabile a un memoir, un genere letterario basato su ricordi relativi a momenti di vita del protagonista. Ma scrivere soltanto per raccontare eventi che si sono vissuti porta solo a un autobiografismo esasperato che il lettore nella maggior parte dei casi non può né apprezzare, né condividere, a meno che l’autore non sia talmente padrone delle tecniche narrative da riuscire a trasformare la propria storia in qualcosa di fruibile dal pubblico. Perché l’obiettivo primario di uno scrittore di narrativa dovrebbe proprio essere quello di permettere l’immedesimazione del lettore. In questo caso, purtroppo, l’autrice non si dimostra ancora pronta ad affrontare un compito tanto gravoso.

Il racconto di Valentina Gerini difatti non è efficace, poiché presenta una lacuna a mio parere incolmabile: una scrittura acerba e inespressiva, incapace di sollevare una trama priva di elementi di particolare interesse. Il libro appare difatti come un resoconto poco sviluppato, frettoloso e quasi mai approfondito della vita di un’animatrice turistica, che prima scopre le meraviglie dell’Africa lavorando diversi mesi a Zanzibar, e poi trova l’amore a Santo Domingo, unendosi a Ronny, sposandolo e trasferendosi a vivere in Italia. Di elementi da approfondire in realtà ce ne sarebbero diversi: il razzismo, la corruzione, la miseria dei paesi in via di sviluppo, ma purtroppo l’assenza di tecnica fa sì che il motore narrativo non venga mai messo in moto.

Sono solita dire che anche le storie più comuni e banali possono diventare dei capolavori, se trattate con metodo ed esperienza; ma la storia che ci viene raccontata dalla Gerini è solo raccontata e mai mostrata, con troppe ripetizioni, con concetti reiterati, con descrizioni statiche e poco incisive e dialoghi inesistenti. Indubbiamente, un accurato lavoro di editing e revisione avrebbe giovato.

Mi permetto di ricordare per l’ennesima volta ai nostri lettori e agli autori che ci inviano i propri testi per le recensioni che la narrativa non è la vita reale: la narrativa è finzione, una finzione che deve essere il più possibile verosimile per non incrinare il patto di sospensione dell’incredulità con il lettore. A questo proposito ritengo utile citare una frase di Francis Scott Fitzgerald che ormai è diventata il mio mantra: in letteratura non descrivere la noia e la stanchezza come sono, perché, fondamentalmente, la noia annoia e la stanchezza stanca.

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FAZIO, A. / VOUDI’ A. – The Tube 3: giorno zero

Titolo: Giorno Zero – The Tube 3
Autori: Alain Voudì e Antonino Fazio
Editore: Delos Digital
Formati: EPUB, MOBI
Pagine (stima): 90
Prezzo: 2,99 euro
ISBN: 9788867751020
[xrr rating=3.5/5]

Mentre l’orda di non morti dilaga, infatti, lasciandosi dietro una scia di devastazione in cui i pochi sopravvissuti se la cavano come possono, una squadra dei reparti speciali inviata in missione di soccorso scopre che gli zombie non sono che l’avanguardia di un pericolo ancora più subdolo, perché altrettanto letale e molto meno visibile. Che sia davvero l’inizio della fine per l’umanità come la conosciamo?

 

The Tube 3 è il terzo episodio di un mondo claustrofobico in cui all’improvviso tutto cambia e i morti cominciano a camminare sulla terra. “The Tube” è una serie narrativa alimentata dai lettori stessi, che possono contribuirvi partecipando al contest letterario sul forum della Writers Magazine Italia (www.writersmagazine.it/forum).

Nella prima puntata, “Stazione 27”, ci troviamo nella metropolitana di una città non precisata. Il giovane Milo si trova a bordo di una carrozza, intento ad ammirare Marika, una biondina di cui è perdutamente innamorato. Quando finalmente si decide ad abbordarla, il treno si ferma e le porte si aprono sulla banchina della stazione 27. Quello che succede dopo pare un incubo, o una sequenza di fotogrammi sgranati da un film dell’orrore: creature barcollanti cercano di entrare nel vagone, scavalcando corpi insanguinati e massacrati. Milo si trova costretto ad affrontare delle creature terrificanti, degli zombie che cercano di aggredirli, dimostrando un coraggio che sorprende lui per primo. Ma deve combattere per sopravvivere, e per impedire che quei mostri facciano del male a Marika. Dopo aver combattuto con i morti viventi, Milo, insieme a un manipolo di passeggeri, si rinchiude in un vagone del treno. Con loro c’è il conducente, che fa partire il convoglio. Ma cosa troveranno alle prossime fermate? E perché la metropolitana sembra non raggiungere mai la stazione successiva?

Nel secondo capitolo di “The Tube”, “La fame e l’inferno”, mentre Milo, Marika e gli altri lottano per sopravvivere nel vagone della metropolitana che pare diretto verso il nulla, in superficie un nuovo personaggio si aggira fra i morti viventi: è Tea, una donna che custodisce un segreto terribile, che le logora l’anima. Lei è umana, ma quando la Fame la tormenta, si trasforma in qualcosa che forse è ancora più letale degli stessi zombie. Tea incontra altri sconosciuti nei sotterranei della metro, e quando vedono arrivare un treno, non sanno chi, o che cosa, incontreranno…

In questo terzo capitolo, l’avventura continua estendendosi a protagonisti e situazioni nuovi.

Come premessa c’è da dire che concepire un racconto originale a tematica zombie è un’impresa praticamente impossibile; in un periodo che vede fiorire decine di serie televisive sembra d’obbligo cavalcare l’onda anomala di un successo che affonda le radici in un passato che seppur recente, per affollamento e inflazione sembra lontanissimo. Dai morti viventi di Romero sono trascorsi 45 anni, durante i quali gli zombie ci sono stati propinati in tutte le salse – termine che non credo di usare a sproposito – al punto da generare insofferenza e un pizzico di noia persino negli aficionados. Le motivazioni di tanto successo sono probabilmente da ricercarsi nelle paure ataviche che da sempre accompagnano l’essere umano: il morto vivente è uno dei maggiori archetipi dell’orrore, letterario e cinematografico, sin dall’epoca di Mary Shelley e della sua celeberrima creatura. Ma, si sa, lo sfruttamento esasperato delle materie prime porta sempre a un inaridimento che impoverisce il risultato finale.

Cimentarsi in un racconto innovativo e affascinante sugli zombie appare dunque una sfida davvero complessa; sfida che Fazio e Voudì affrontano con un’ottima tecnica narrativa e un espediente a suo modo vincente, quello di affiancare alla guerra vera e propria la storia di due antieroi dei giorni nostri, Nico e Lisa, impiegati prossimi alla pensione, afflitti dagli acciacchi dell’età matura che loro malgrado si ritrovano a fronteggiare una realtà fantascientifica in cui non avrebbero mai immaginato di trovarsi invischiati. Il legame con gli episodi precedenti viene fortificato dal rapporto parentale che li lega ai protagonisti degli altri racconti.

Parallelamente a quella di Nico e Lisa scorre la storia dei militari chiamati a compiere un’impresa più grande di loro, quella di combattere i non morti assiepati nel laboratorio da dove tutto è partito. Il racconto scivola in maniera piacevole nonostante le teste spappolate e le frattaglie mangiucchiate, proprio perché intervallata dalle grottesche vicissitudini di due persone qualsiasi, non belle, non atletiche ma a loro modo divertenti, in cui è facile trovare parallelismi con un qualunque vicino di casa o un qualunque collega di lavoro. Interessante anche scoprire i vincoli di sangue che legano i protagonisti di questo terzo episodio ai precedenti, poiché riescono a generare la curiosità necessaria per vedere come andrà a finire. Meno avvincente e meno originale ho trovato la parte più strettamente horror, poiché come già detto, è difficile parlare di zombie senza cadere nello stereotipo e nel “già visto”.

Nel complesso “The Tube 3” alimenta una serie che non offre spunti particolarmente innovativi, ma tutto sommato piacevole.