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SPERDUTI, Carlo – Caterina fu gettata

Titolo: Caterina fu gettata
Autore: Carlo Sperduti
Editore: Intermezzi Editore
Genere: Urban fantasy
Pagine: 130
Prezzo: 3 euro ebook
ISBN: 9788890505850

In un mondo scaturito dal sogno di un immortale, in cui si muore un numero imprecisato di volte, Caterina e Tommaso condividono un minuscolo appartamento con la gatta Gnaca. Mentre Caterina lavora al Dolce Bar Nulla, Tommaso perde il suo tempo coltivando, di volta in volta, i sogni della recitazione, della musica, della letteratura, senza ottenere apprezzabili risultati. La loro esistenza scorre tranquilla fino al giorno in cui Tommaso getta inavvertitamente la sua innamorata, innescando una serie di incontrollabili e sconclusionati eventi.

TRAMA

Caterina e Tommaso abitano in un comune monolocale e conducono una vita normale. Nella loro quotidianità c’è di strano solo il comportamento dell’enorme gatta Gnaca, il modo in cui si sono conosciuti e il fatto che Caterina sia già morta più di cento volte. L’idilliaca routine si incrina quando Tommaso, per errore, getta Caterina morta nel bidone della spazzatura e tutto si complica. Caterina verrà rinvenuta da un losco figuro senza scrupoli, insieme a un improbabile compagno di prigionia, mentre Tommaso aggiunge alla cronica inettitudine un atteggiamento illogico nei confronti della sparizione dell’amata. La rocambolesca conclusione lascerà sul campo vinti e vincitori, in un crescendo paradossale ed esilarante.

PERSONAGGI

I personaggi di questo romanzo sono, volutamente, privi di spessore psicologico: è la costruzione atipica del testo a renderli comunque dinamici e accattivanti. Volendo fare riferimento a delle categorie ( e non a degli stereotipi) potremmo dire che Caterina è la classica donna accomodante e un po’ succube, incapace di manifestare le proprie esigenze e difficoltà; Tommaso incarna il mammone italiano, quello con tre M e la ricerca di se stesso cucita addosso; Gnaca è l’emblema degli animali domestici iperviziati e con tendenze antropomorfe mentre il rapitore di Caterina non è altri che lo stalker, sfruttatore e privo di scrupoli. La banana… be’, è la banana!

STILE E FORMA

Lo stile dell’autore è irriverente e tutta la struttura del romanzo è costruita in modo da generare complicità con il lettore, spezzando i consueti schemi di scrittura e fruizione.
Sperduti si appropria degli errori più comuni dell’esordiente, rendendoli la forza stessa della narrazione: ecco che i paroloni non sono usati a sproposito o per dare sfoggio di erudizione, ma diventano il perno centrale dell’ironia della voce narrante. Il sorriso più grande me l’ha strappato la capacità di utilizzare l’abusato (e aborrito) punto interrogativo seguito da quello esclamativo: non è mancanza di cura nella revisione del testo, bensì un personaggio che domandesclama.

GIUDIZIO

Con la recensione di Caterina fu gettata si conclude la sfida che Mondoscrittura ha raccolto il 14 maggio scorso al Salone del Libro di Torino, decidendo di recensire tutto il catalogo acquistato in fiera. Mai conclusione fu più lieta: il testo di Carlo Sperduti è la conferma di quanto ho sempre sostenuto a gran voce. La scrittura è arte, un’arte che si basa su conoscenza della tecnica e  studio, oltre che sul millantato talento. Solo chi conosce le regole della narrativa può beffarsene, anzi di più: può decostruirle e sfruttarle per generare dei piccoli grandi capolavori.
La chiosa del romanzo è una perla, sintesi più efficace di mille lezioni di scrittura creativa.

VALUTAZIONE: 

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Ghebreigziabiher, Alessandro – L’intervallo

Titolo: L’intervallo
Autore: Alessandro Ghebreigziabiher
Editore: Intermezzi Editore
Genere: Urban fantasy
Pagine: 245
Prezzo: € 5,00 versione e-book
ISBN: 978-88-903576-1-9

L’intervallo è la storia di Mario, l’eroe del terzo millennio. Il prescelto è un uomo qualunque, uno come tanti. Solo qualcuno capace di vincere le proprie paure riuscendo a non fare pipì. Mario vive a Roma ed è un esperto viziato. La sua vita procede tranquilla, come un noioso film. Ed è proprio nell’intervallo di uno di questi, al cinema, abbandonando gli amici per andare al bagno, che il nostro verrà catapultato in un’avventura rocambolesca, della quale si ritroverà inaspettatamente eroe riconosciuto.

TRAMA

Chi lo dice che andare al cinema non è un’attività ad alto rischio? Mario beve un po’ troppa Coca-cola, e il bisogno di urinare lo conduce non in bagno, bensì in una Roma alternativa e parallela a quella in cui ha sempre vissuto.  In questa nuova Roma, con il cielo che sembra disegnato da un bambino (sempre meglio che dallo smog) Mario inizia quello che è a tutti gli effetti un Viaggio dell’Eroe, o meglio un ‘viaggio dell’eletto’. Incontra un guru molto poco ortodosso, dei compagni di viaggio talmente sui generis da far impallidire qualsiasi Compagnia dell’anello, due gruppi di estremisti che interpretano la vita secondo ferree regole di comportamento. Sulla storia incombe l’ombra nera di Malindrus, il sorcio infame che sodomizza tutti con la paura, insieme all’ironica capacità dell’autore di rendere metafora divertente ogni aspetto della quotidianità, dalla politica al trash in tv. Quando il termine del viaggio sembra ormai raggiunto, scopriamo che Mario ha un asso nella manica: perché lui, di farsi imbrigliare nello stereotipo dell’eroe, proprio non ne vuole sapere.

PERSONAGGI

Il romanzo di Ghebreigziabiher è ricco di personaggi freschi e divertenti, che si accomodano nel salotto della memoria senza nessuna intenzione di andarsene. Mario è un protagonista a tutto tondo, con le sue fragilità e le sue certezze: tuttavia lo scopriamo per quello che è solo nella Roma alternativa, dove appare in tutta la propria tridimensionalità, a differenza dell’inizio del romanzo, dove la voce narrante ce lo descrive decisamente piatto e monocorde. I numerosi amici che incontrerà durante il suo viaggio sono, ognuno a proprio modo, dei coprotagonisti: Milo e la sua convinzione di essere un bambino, non per l’aspetto esteriore ma per la sua anima pura;  Malachia, ex eletto con un forte desiderio di rivalsa ma la difficoltà a tenere a freno le emozioni; perfino Kurpatiello, il ratto trasformato in cane, ha una personalità ben definita pur non pronunciando mai (ovviamente) nemmeno una frase. Poi c’è il Baffo (un piccolo Dio in miniatura che mi ha ricordato il Baffometto), Amilcare con la vocetta deformata dagli steroidi, Teodoro il coach muto, Girolamo che tenta di nascondere le origini campane e innumerevoli altri. Una fra tutti, però, spicca rubando la scena a Mario come protagonista: Stella, il travestito barese compagna di Amilcare. Il suo ‘velato’ dialetto, l’incapacità cronica di utilizzare termini esatti e una semplicità di pensiero disarmante strappano più di una risata di cuore al lettore.

Meritevoli di comparire come personaggi sono anche le categorie e i gruppi generati dall’autore: gli imbracchi (adulti vecchi dentro) i narcisisti e i depressi. La storia di Nicolai Barlokkin fondatore dei depressi e la spiegazione della differenza tra narcisista e coatto sono vere e proprie perle.

STILE E FORMA

Lo stile di questo romanzo è fluido e scorrevole. L’autore mette in secondo piano la prosa per portare alla ribalta la metafora e l’ironia, con un risultato sorprendente. Le pagine corrono via veloci e gustose. Nel testo si trovano disseminate numerose riflessioni profonde e pregevoli.

Si  denota tuttavia una scarsa cura nella revisione della bozza: permangono le d eufoniche, l’utilizzo smodato di punto esclamativo e punto interrogativo insieme, diversi refusi specie nella parte della prigionia di Stella.

GIUDIZIO

Questo romanzo mi ha stupita all’inizio come in coda. L’esordio spiazzante è solo una mia colpa: il maledetto vizio di non voler mai leggere la quarta di copertina, per salvarmi dallo spoiler, mi ha catapultata in un urban fantasy quando invece credevo di avere in mano un classico mainstream. Ho faticato a entrare nel “mondo straordinario” di Mario, ma una volta compreso il meccanismo mi sono trovata completamente a mio agio, desiderosa di sapere come l’autore avrebbe sciolto la complicata e funzionale architettura messa in piedi. E la soluzione è stata quanto mai inaspettata: gli elementi per una perfetta struttura alla Vogler c’erano tutti, così come numerosi indizi sui possibili finali previsti. Invece Ghebreigziabiher ti spiazza sul finale, congedando gentilmente tutte le convenzioni da perfetta sceneggiatura americana e rifugiandosi in un inatteso finale pirandelliano.

VALUTAZIONE: 

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ANDREINI, Damiano – Slowtuscany

Titolo: Slowtuscany
Autore: Damiano Andreini
Editore: Intermezzi Editore
Genere: arte, storia
Prezzo cartaceo: Libro + CD, € 14.00
Ebok: € 3.00

Slowtuscany è un insolito “viaggio in Toscana” alla scoperta di opere d’arte note e meno conosciute, strade poco percorse, borghi abbandonati, storie misteriose, personaggi che ne hanno fatto la storia, leggende che ne costituiscono il fascino. Il racconto si propone come utile strumento per il viaggiatore che desideri visitare questa regione, cogliendone il vero “senso”, gustandone, lentamente, tutti i sapori, gli odori, i colori e per chi, già conoscendola o magari abitandoci, senta l’esigenza di riscoprirla e di assaporarne i più sottili retrogusti.

L’essenza di Slowtuscany è tutta nelle prime frasi del libro:

…nel corso degli anni ho maturato l’impressione che l’offerta di materiale informativo per i visitatori della Toscana sia spesso, purtroppo, sostanzialmente di due tipi: poco esauriente quella di certe guide tascabili; troppo complessa e settoriale quella reperibile in diverse pubblicazioni che, copertina rigida ed elegante carta patinata, fanno bella mostra di sé nelle vetrine delle librerie nostrane, finendo per rimanervi a lungo prima di essere tristemente esposte, a metà prezzo, nei mercatini domenicali.Lo sviluppo di questo insolito “viaggio” in Toscana è avvenuto in seguito ad alcune riflessioni su come si potesse colmare il “vuoto” di contenuti cui ho accennato.

Così inizia un excursus che prende spunto da quanto fatto da Johann Wolfgang Goethe. Dopo un lungo viaggio nel bel paese, il tedesco scrisse Italienische Reise, Viaggio in Italia, ma anche una serie di lettere inviate ai suoi amici.

La formula funziona, ci si trova subito immersi nel caleidoscopio di opere, paesaggi, persone e non si può fare a meno, in parallelo, di fare qualche ricerca su ciò di cui l’autore ci parla prendendoci da parte. Forse proprio perché egli si esprime con semplicità, mettendo su carta il filo logico di pensieri alimentati dal gusto vero per la riscoperta di luoghi e sensazioni, conditi da una cultura polivalente che aiuta a conferire al tutto uno spessore concreto. Per questo, dopo aver letto i primi riferimenti a Giovanna Tornabuoni, bisogna trovare il ritratto del Ghirlandaio su web e viene spontaneo annotare mentalmente che non sarebbe male dare una sbirciatina dal vivo al pregevole quadro di una bella donna morta prematuramente di parto. Per andare oltre le considerazioni di Andreini, per farne di nostre.

L’intento di Andreini è quasi scientifico, vuole dimostrare che lo spirito della Toscana è… rintracciabile in ogni aspetto della vita, dalla gastronomia alla letteratura, dall’arte all’agricoltura, dal folklore all’accoglienza turistica.

La dimostrazione ha pieno successo nonostante qualche termine ripetuto, qualche imperfezione nello stile e qualche ingenuità, elementi che tuttavia pesano meno che in un generico altro contesto narrativo, vista la connotazione molto colloquiale del libro. Lo sguardo incantato di Andreini spazia ovunque. Si distende su un cielo antico, quasi fosse in compagnia di un paio di pastori attratti da qualcosa di misterioso. Indugia sul celeberrimo David di Donatello. Si fissa innanzi alla Trinità del Masaccio, particolarmente sentita dall’autore che non manca poi di evidenziare la necessità di sostare nella Chiesa di Santa Maria Novella che si trova proprio di fronte alla Stazione. Andreini elegge il cipresso albero-simbolo della regione, della nostra regione, anzi, specifica, rivolgendosi al suo pubblico per eccellenza, tutto toscano. Salvo poi scoprire che l’albero pizzuto è solo una scusa per affrontare il tema della rappresentazione del paesaggio nell’arte figurativa.

Andreini gioca a tutto campo, dunque. Prosegue senza indugi nella sua carrellata cercando di cancellare l’oblio che circonda la figura di Giovanni Gonnelli, il Cieco di Gambassi. Affiancandoci nell’esplorazione di 17 misteriose cappelle disposte intorno a un convento in mezzo a un bosco di collina. Dicendoci che il formidabile Buzzacchiotto è un pesciolino lungo non più di cinque centimetri ingordo e ghiotto di larve di zanzare. Osservando con dovizia di particolari come la sorte di tale Gostanza da Libbiano, accusata di stregoneria nel lontano 1594, venne condizionata dall’intervento di un inquisitore fiorentino, certo Dionigi da Costacciaro. Puntando il dito verso un paese fantasma dove vive un novello eremita che fa il sommozzatore.

Insomma, si toccano gli argomenti più disparati, si viaggia avanti e indietro nel tempo, sopra e sotto la superficie dell’acqua, dentro e fuori palazzi, musei, case e chiese. Senza alcuna regola, avvolti dal puro piacere di leggere di cose che sanno di Toscana.

VALUTAZIONE: 

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SCANDOLIN, Matteo – È tutto qui

Titolo: È tutto qui
Autore: Matteo Scandolin
Editore: Intermezzi
Genere: Raccolta di racconti
Prezzo: 10 € ebook € 2,99

Un libro di storie. Storie di ragazze e di ragazzi, di città del nord, di viaggi, incontri, treni, appartamenti, bar. Donne e uomini che invecchiano, ricordano, si ubriacano, tradiscono, litigano, si innamorano. Si raccontano, mentre fuori sta per piovere, mentre l’acqua sale, mentre stanno cercando un lavoro o aspettano l’inizio del secondo tempo, in quegli intervalli di vita fatti di parole scelte e ordinate.

Scandolin propone una raccolta di racconti brevi, ambientati prevalentemente in Veneto, che rubano pezzi di quotidianità a gente comune: studenti, giovani coppie, pendolari, commesse, piccoli imprenditori, e lo fa con uno stile in apparenza essenziale e immediato alternando pensieri, punti di vista, flussi di coscienza, dialoghi e descrizioni. Parlo di stile immediato solo in apparenza perché in realtà dietro la scelta di usare una focalizzazione piuttosto che un’altra sembra esserci un’attenta analisi dei personaggi e del risultato che si vuole ottenere. I giovani di Scandolin sono spontanei così come lo stile con cui ce li racconta, sfrontato e disinteressato alle più basilari regole narrative. Di contro, quando il focus si sposta su personaggi più maturi anche la narrazione diventa più morbida e convenzionale, dimostrando una grande abilità da parte dell’autore nel plasmare la propria tecnica narrativa alle storie che racconta.

L’avvicendarsi di istantanee di vita quotidiana, a volte solo abbozzate, altre fotografate più nel dettaglio, crea un collage di esistenze in cui ognuno può ritrovare qualcosa di sé.  C’è la donna che giustifica un compagno violento, la coppia in crisi dopo un tradimento, le difficoltà di chi ha un lavoro precario, gli incontri fugaci davanti a un whisky & cola.

È tutto qui, esattamente come preannuncia il titolo. Non ci sono trame complesse, non ci sono deus ex machina, non ci sono eventi straordinari, solo tanti fotogrammi di vite normali ripresi in momenti normali, con un obiettivo capace di cogliere il dettaglio e trasporlo su carta. Ed è proprio il realismo che permea l’intera raccolta la chiave di volta di quest’opera, che se da una parte amplifica l’immedesimazione dall’altra potrebbe, man mano che le storie scorrono, lasciarsi dietro un pizzico di noia e un senso di passività.

VALUTAZIONE:

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MURPHY, Martin – La prigione di Ojeda

Titolo: La prigione di Ojeda

Autore: Martin Murphy
Editore: Intermezzi
Genere: Narrativa
Pagine: 112
Prezzo: Euro 10,00 , ebook Euro 2,99

 

Ojeda è un impiegato scialbo e abitudinario. Sposato, senza figli e quasi senza amici, vive in pace e tranquillità grazie al suo lavoro nel reparto amministrativo di un’impresa. A seguito di un ridimensionamento aziendale viene promosso a supervisore: questa nuova condizione di responsabilità, però, sgretola il suo mondo spingendolo a rinchiudersi in una prigione fatta di complicati calcoli matematici o minuziose descrizioni che appunta maniacalmente sul suo blocco note. Poco a poco si concentrerà sugli oggetti che lo circondano, escludendo e rovinando definitivamente le relazioni con altri esseri umani. La sua auto-reclusione diventa sinonimo di una reinvenzione dell’universo attraverso le parole, un compito che si rivela troppo pericoloso, poiché l’esistenza del mondo dipenderà esclusivamente da ciò che Ojeda deciderà di descrivere.

RECENSIONE

La prigione di Ojeda è un viaggio, lento ma inesorabile, nella progressiva alienazione di un impiegato amministrativo assuefatto alla routine di un’insipida vita sociale e lavorativa. La massima aspirazione di Ojeda, a trentadue anni, è fare zapping sul divano dopo una giornata trascorsa a compilare tabelle.
L’inizio della malattia coincide con i cambiamenti lavorativi imposti dall’azienda; Ojeda, abituato a nascondersi nella monotonia di gesti e pensieri sempre uguali, non riesce più a metabolizzare la realtà, preferendo rifugiarsi in un mondo maniacale costruito dalla sua psiche ballerina.
I malesseri si mostrano inizialmente a livello fisico, ma i continui dolori non sono altro che la manifestazione esterna di un profondo disagio interiore; le prime avvisaglie del vortice che risucchierà Ojeda si hanno già alla festa a cui sua moglie Betina lo trascina: mentre tutti si divertono, lui passa il tempo a ricostruire il contenuto dei cassetti del suo comò e calcolando quanta polvere si sarà accumulata accanto al bidet dall’ultimo passaggio della donna delle pulizie.
Il confronto con lo psichiatra Nero convincerà Ojeda che l’unico modo per non venire inghiottito dal panico è trovare conforto in qualcosa di sicuro: azioni ripetitive che gli impediscano di distrarsi, di pensare al proprio disagio. Comincia così il rapporto ossessivo di Ojeda prima con i numeri, poi con le parole, poi ancora con i numeri, alla disperata ricerca di un equilibrio che non arriva. Il progressivo distacco dalla realtà lo porterà prima al licenziamento, poi all’abbandono di Betina, facendolo decidere di rinchiudersi in casa sigillando porte e finestre, mantenendo come unico contatto con l’esterno il supermercato a cui ordina le provviste. Eccola, la prigione di Ojeda, una prigione che prima di essere fisica è soprattutto interiore; Ojeda è schiavo delle proprie compulsioni, e i palliativi di Nero non bastano a liberarlo dal recinto in cui la sua mente lo ha rinchiuso.

I personaggi sono poco più che tratteggiati, l’ambientazione inesistente; eppure “La prigione di Ojeda” è un romanzo vivo e pulsante, in grado di mostrare le manie e le paranoie del protagonista senza mai scadere nel cliché. La struttura del libro infatti è disegnata ad arte sul contenuto: l’inizio è lento, routinario, formale, quasi faticoso. Dal momento in cui il disturbo ossessivo di Ojeda viene portato alla luce, il ritmo aumenta e il romanzo diventa affascinante e coinvolgente. Il viaggio nella psiche distorta di Ojeda è un’allucinazione continua, che non permette di distinguere dove finisca la paranoia e dove inizi la realtà.

Un buon romanzo, una scrittura capace di cogliere i dettagli più significativi per risucchiarti nelle sabbie mobili della follia.

 

VOTO FINALE: [rating=7]

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GHOSH, Munmun – Gente di Mumbai

Titolo: Gente di Mumbai
Autore: Munmun Ghosh
Editore: Intermezzi
Genere: Narrativa Etnica
Prezzo: Euro 14,90 – Euro 5,00 ePub

 

 

Riflettevo su come i sogni si realizzino in modi inaspettati. Da bambina desideravo lo scoppio di una guerra così da potermi arruolare come soldato e combattere per il mio Paese. Essere un pendolare in questa città era come essere parte di un esercito. Uomini e donne camminavano in questa città con sguardi decisi, concentrati. Maria diceva che i treni locali le ricordavano quegli slogan che sentivamo nel nostro college giù al sud. “Lavoratori di tutto il mondo unitevi.” Noi ci univamo nel treno. Le voci degli immigrati e dei pendolari di Mumbai si inseguono e si alternano. Un romanzo corale che scorre come un fiume, attraversa la ferrovia, le strade e i bassifondi, colma ogni spazio della città indiana e ne restituisce gli odori, i colori e la musica.

RECENSIONE

La gente di Mumbai si sfiora nei treni indiani, zeppi di pendolari e divisi in scompartimenti per donne e per uomini. È proprio il treno il leitmotiv del romanzo, con la sua ferrovia che scorre parallela ai bassifondi, rivelando un’India assai lontana da come gli scintillanti film Bollywodiani ce l’hanno fatta conoscere. Vite che si agganciano l’una all’altra capitolo dopo capitolo come i vagoni di quei treni, vite che si susseguono e si accavallano mostrandoci un mondo in cui le persone fanno la fila per comprare l’acqua, una realtà dove bruciare cadaveri di bambini che nessuno reclama è un mestiere come un altro.

“Gente di Mumbai” non ha un vero e proprio intreccio; più che un romanzo è un insieme di racconti brevi, dove ogni brano è un piccolo viaggio attraverso i sogni, le speranze e le aspirazioni di uomini, donne e bambini della megalopoli indiana. Ogni capitolo è agganciato all’altro in una staffetta di voci narranti che creano punti di vista differenti, permettendoci di entrare a fondo nelle vite dei vari protagonisti, alternando narrazione in prima persona a focalizzazioni esterne, a volte anche all’interno dello stesso capitolo. Le storie scivolano via veloci in un romanzo circolare, dove l’ultimo capitolo si aggancia al primo ricordandoci quanto sia vero che la felicità, in fondo, è desiderio di ripetizione.

Nel mezzo un fluire di esistenze e sensazioni ci regala lo spaccato di un’India moderna e piena di contraddizioni, dove manca l’acqua corrente, si fatica a mettere in tavola due pasti al giorno e si muore per una febbre curata male, ma il televisore è acceso giorno e notte e le colonne sonore dei film hindi scandiscono le vite di tutti.

Lo stile dell’autrice si dimostra consapevole e maturo, rendendo “Gente di Mumbai” un’ottima lettura, avvolgente e intensa, mai noiosa né ripetitiva nonostante le tematiche trattate.

 

VOTO FINALE: [rating=8]

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GALLO, Luca – Prossima fermata Trambusto

Titolo: Prossima fermata Trambusto

Autore: Luca Gallo
Editore: Intermezzi Editore

Genere: Romanzo mainstream
Pagine: 266

Prezzo: € 5,00 versione e-book, 14,90 versione cartacea
ISBN: 9788897440130

 

Tarek è italiano ma tutti lo credono “arabo” perché suo padre era tunisino. Chioma ha un sogno: diventare il “dominatore” delle strade di Torino. Lama è un abile maneggiatore di coltelli, un temuto picchiatore e un appassionato d’arte. Tutti e tre hanno perso qualcosa nella corsa dell’adolescenza e ora la loro prossima fermata sarà Trambusto, improbabile progetto di recupero, luogo delle seconde possibilità. Ma le difficoltà si annidano anche tra i tram e i bus trasformati in alloggi del centro di riabilitazione sociale a cielo aperto e presto i tre ragazzi si troveranno a dover affrontare molto più che corsi educativi e tornei di futbolin: per guadagnarsi un futuro dovranno fare i conti con la violenza e la corruzione del mondo degli adulti, ma soprattutto con loro stessi, con la forza dell’amicizia vera e con la loro reale volontà di prendere una nuova corsa.

TRAMA

Una lunga spirale di tram convertiti in unità abitative, una comunità a cielo aperto, punto di partenza per coloro che hanno sbagliato una volta ma non sono criminali, per evitare che il carcere vero e proprio ce li trasformi: questo è Trambusto. Nato dal sogno visionario dell’architetto Scarpitta, il progetto parte sotto i migliori auspici. Lama, Chioma e Tarek si ritrovano ospiti a Trambusto pur essendo innocenti, ognuno a modo proprio. Tre storie di vita diverse che si attraggono come calamite, fino a ritrovarsi vicini a sorseggiare birra sotto le stelle. Un cane da combattimento che “si chiamava Cortes” e un ispettore di polizia illuminato aiuteranno i tre ragazzi a sopravvivere a se stessi e alla fine di Trambusto, conducendoli verso un dovuto lieto fine.

PERSONAGGI

Con i personaggi di questo romanzo, l’autore riesce nella non facile impresa di dagli spessore e renderli gradevoli anche se basati su diversi stereotipi: Lama è il ragazzo difficile, figlio di madre tossicodipendente e padre violento, che nasconde un animo d’artista; Chioma è il “figlio di papà”, prodotto di una famiglia borghese più attenta alle apparenze che alla forma; Tarek è italiano di prima generazione, figlio di un tunisino e di una poliziotta, alle prese con la difficile realtà duale della sua identità e delle sue origini. Nonostante la base psicologica sia piuttosto abusata, Luca Gallo è riuscito a lavorarla in maniera approfondita e ironica, al punto di rendere i personaggi autentici. I tre protagonisti sono pertanto non bidimensionali (il che sarebbe un difetto) ma duali (che è un gran pregio) divisi tra “la buccia” e “la polpa”.
Una nota di menzione speciale va ai coprotagonisti, Scarpitta l’architetto e Verrazzano l’ispettore di polizia. Se il primo, in qualche modo, appartiene ancora al mondo dello stereotipo (l’anti self-made man, l’uomo che ha fatto strada grazie alla posizione politica del suocero) il secondo è un guizzo frizzante e a mio parere il personaggio più riuscito del romanzo. Verrazzano intuisce la polpa dentro la buccia ma non si lascia intenerire, prova sentimenti di invidia buona e generosità rimanendo però ligio ai propri obblighi verso la divisa che indossa: con lui la giustizia trionfa senza favoritismi.

STILE E FORMA

Lo stile di questo romanzo è asciutto ed essenziale, affilato come la lama di un pattada. Di particolare pregio è la capacità dell’autore di muoversi attraverso metafore e allegorie, tutte originali: questo aspetto si può considerare una peculiarità del suo stile, che lo distingue e ne valorizza il lavoro.
La terza persona permette di limare quelle piccole sbavature sul PDV che si erano riscontrate nel romanzo d’esordio: da segnalare però l’uso veloce che ne fa Gallo, con il risultato di confondere a volte il lettore a causa del repentino passaggio da un personaggio all’altro.

GIUDIZIO

Avendo gradito “Come l’insalata sotto la neve”, esordio di Luca Gallo, ho scelto di recensire subito dopo “Prossima fermata Trambusto”: la crescita stilistica dell’autore da un romanzo all’altro è macroscopica. La terza persona gli è sicuramente più congeniale, poiché permette di spaziare nelle menti e nel passato dei personaggi con maggiore libertà espressiva e concettuale. La trama è molto più ricca, l’idea di fondo innovativa. Il valore aggiunto di questo romanzo è la capacità (non da tutti) di mostrare i luoghi comuni spogliandoli della retorica. Il voto è un otto bello pieno, con l’augurio di leggere presto un nuovo romanzo di questo promettente autore del panorama italiano.

VOTO FINALE: [rating=8]

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GALLO, Luca – Come l’insalata sotto la neve

Titolo: Come l’insalata sotto la neve
Autore: Luca Gallo
Editore: IntermezziEditore
Genere: Romanzo mainstream
Pagine: 167
Prezzo: € 14,90 cartaceo – 2,99 versione e-book
ISBN: 9788897440000

Tre cose adoro fare: cercare termini difficili nel dizionario e utilizzarli per darmi un tono, come fanno gli scrittori, ripetere frasi di mio fratello per darmi un’età e ripensare alle parole di Emma per darmi un senso. Gambier ha tredici anni e un nome che è un tannino per conce, un fratello maggiore che è il suo idolo e una compagna di classe che è il suo primo amore. Ma anche un padre violento e una madre fragile, la voglia di crescere e di inventarsi un vita. Intanto aspetta e resiste, come l’insalata sotto la neve e, in attesa della primavera, racconta.

 

TRAMA

Gambier è un tredicenne immobile in un luogo che non riesce a identificare: lo descrive con una metafora, quella dell’insalata sotto la neve, in paziente attesa dell’arrivo della primavera. “L’insalata Gambier” occupa il tempo ricordando: ricorda un padre violento, una madre succube, una fulgida compagna di classe, un fratello maggiore venerato come un dio, un amico che lo inizia ai segreti della sessualità; ricorda la vita di un adolescente intrappolato in un’esistenza difficile che assume i toni dell’incubo. Dopo che il padre ha quasi picchiato a morte il fratello, questi scappa di casa e Gambier perde la parola. Il mutismo sarà solo il primo di uno degli eventi a catena che portano la famiglia al collasso e Gambier “sotto la neve”. Al termine del romanzo, “l’insalata sotto la neve” si rivela un’azzeccata e innovativa allegoria del coma, e lo “scioglimento” della neve coincide con lo scioglimento delle vicende del giovane.

 

PERSONAGGI

Gambier è il protagonista del romanzo: la psicologia dell’adolescente, profondo come un adulto ma con le ingenuità ancora tipiche del bambino è resa molto bene dall’autore. L’innamoramento per Emma, l’incapacità di odiare la madre, il divismo verso i miti del rock e perfino l’ansia per gli esami della scuola media sono tratteggiati in modo vivido e verosimile.

Tari, fratello maggiore di Gambier, è un diciassettenne ironico e intraprendente. Ha un approccio alla vita che ricorda quello di un sessantottino e il suo comportamento di fronte al mutismo del fratello è a dir poco toccante.
Lingua, migliore amico di Tari, con il califfone anni 90 e un’illimitata conoscenza del rock, è uno dei personaggi secondari più accattivanti.

Emma e Giuseppe, rispettivamente l’innamorata e il migliore amico di Gambier, sono il ritratto perfetto dei figli della media borghesia: contestatori a parole, anime affamate di emozioni nei fatti. Tutti e due vogliono bene a Gambier, e rappresentano l’appiglio grazie al quale il protagonista si mantiene a galla nel mare della propria famiglia.

I genitori di Gambier sono l’icona della famiglia disastrata, nonostante un buon livello socioeconomico: il padre è un uomo paradossale, al quale le promozioni hanno eroso spazio e tempo mentale, rendendolo incapace di emozioni positive; la madre di Gambier è una donna passiva, intenta a negare e minimizzare quanto le accade intorno, ma dentro è una “rondine” che desidera solo riprendere il volo.

I personaggi risultano godibili e per nulla stereotipati, in grado di mostrare le idiosincrasie dell’essere umano vestite con un velo di plausibile amarezza.

 

STILE E FORMA

Lo stile dell’autore è fluido e abbastanza scorrevole, così come la struttura del romanzo: i capitoli dei ricordi vengono introdotti da una “parola chiave” che li identifica e li distingue da quelli in cui Gambier tenta di capire dove si trova. Questa scelta è accattivante e piacevole.

Compaiono alcune imprecisioni relative alla gestione dei tempi verbali (nelle pagine conclusive stonano in modo particolare), un paio di ingenuità relative alla gestione del PDV e numerose D eufoniche. L’autore dimostra una buona capacità di gestire alcune peculiarità della trama, rispondendo in maniera credibile ad alcune apparenti incongruenze.

Una riflessione d’obbligo è relativa ai termini inglesi: avendo Gambier una marcata antipatia per questa lingua, le parole vengono riportate nel testo “italianizzate”, per come si pronunciano e per come il protagonista le pensa. La trovata desta simpatia, anche se sarebbe stato opportuno marcarle visivamente, ad esempio con l’utilizzo del corsivo, poiché (specie all’inizio del romanzo), il lettore che si trova a leggere parole come “Elton Gion” pensa a un errore.

 

 GIUDIZIO

La lettura di questo romanzo è intensa, poiché nella sua leggerezza fornisce numerosi spunti di ragionamento. L’incipit è buono, e anche se la parte centrale procede in maniera meno fluida, la cavalcata finale verso la soluzione dell’enigma tiene avvinto il lettore. Gambier ci insegna molto sulla disabilità, sull’amore incondizionato, sulla gestione della solitudine. Nel testo sono disseminate riflessioni avvincenti, che con la loro poetica e amara brutalità ci insegnano molto sulla vita per come la percepiamo. Una su tutte?  La madre di Gambier che corre con una sola ciabatta verso l’ennesima, fallimentare, invenzione del dispotico marito: un quadro dell’amore e del verismo italiano di rara bellezza. La storia della famiglia Fugata ci mostra come tutte le nostre famiglie potrebbe collassare sulla scia di una, singola, scelta sbagliata.

La conclusione, veloce e votata all’happy ending, stride con il gusto di rassegnata ineluttabilità che permea tutto il romanzo, riportandolo verso un’impostazione più “anglosassone” che Gambier stesso, forse, non avrebbe apprezzato.

 

VOTO FINALE: [rating=7]