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Mondoscrittura a Più Libri Più Liberi 2013

Mondoscrittura sarà presente nello spazio BIBLIOLIBRERIA della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria Più Libri Più Liberi edizione 2013, che come di consueto si svolgerà a cavallo del ponte dell’Immacolata.

La Bibliolibreria è uno spazio collettivo gestito dalle Biblioteche di Roma. I libri potranno essere acquistati al prezzo di copertina o presi in prestito dai visitatori che li dovranno poi restituire in una delle Biblioteche del circuito comunale che si impegnano all’acquisto del volume.

Sono previsti degli slot per le presentazioni dei nostri romanzi.

Vi aspettiamo al

PALAZZO DEI CONGRESSI di Roma

Piazzale J.F. Kennedy 1

dal 5 al 8 Dicembre 2013

Per maggiori informazioni potete consultare il sito internet della manifestazione.

Non mancate!

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Ognuno ha il suo punto di vista. Ma che narratore ha alle spalle?

Carissimi amici (ormai vi posso considerare tali, no?)
oggi prendo spunto da uno scambio di battute con un nostro lettore che mi chiedeva delucidazioni in merito all’utilizzo del punto di vista in uno dei nostri romanzi.
Facendo editing e valutazioni ormai da diversi anni, posso affermare che uno degli errori principali che commettono gli aspiranti scrittori è quello relativo al punto di vista narrativo. Ci sono, come sempre quando si parla di narrativa, diverse scuole di pensiero a riguardo. Oggi voglio parlarvi della mia esperienza di addetta ai lavori.
Innanzi tutto lasciatemi dire che non mi piace per niente parlare di “punto di vista”, perché secondo me questa definizione è incompleta, poiché tralascia una figura fondamentale come quella del narratore. Preferisco difatti parlare di focalizzazione, ossia dell’angolatura da cui vengono riprese le vicende, al cui interno si sviluppa il ruolo del narratore.

In narratologia la focalizzazione si divide in tre macroaree. Focalizzazione zero, che si realizza ogni qualvolta i fatti vengono narrati da un narratore onnisciente, cioè da colui che conosce tutto e legge i pensieri e gli animi dei personaggi, spesso arrivando a giudicarli. È il narratore che racconta le vicende aleggiando su tutto e tutti, che spesso s’intromette con considerazioni più o meno pregnanti e invasive, come per esempio ne “I promessi sposi”.
Focalizzazione interna: il narratore assume il punto di vista di un personaggio, e la narrazione è quindi effettuata dall’interno dell’ambiente rappresentato. La focalizzazione interna è fissa quando i fatti sono filtrati da un unico personaggio, multipla quando la prospettiva cambia e nella narrazione si intrecciano diversi punti di vista, ossia quelli dei diversi personaggi. La focalizzazione interna dunque prevede quasi sempre una narrazione in prima persona, ma possono rientrarvi anche alcune opere scritte in terza, dove i fatti vengono presentati attraverso l’ottica di uno o più personaggi, per esempio come nei romanzi di Italo Svevo. I mezzi di espressione maggiormente usati sono il discorso indiretto libero, il monologo interiore e il flusso di coscienza.
Focalizzazione esterna: è il racconto oggettivo nel quale si presenta al lettore l’azione dei personaggi senza mai venire a conoscenza dei loro pensieri o dei loro conflitti interiori. Il narratore è solo un testimone esterno che racconta al lettore soltanto ciò che egli vede da spettatore. Questo tipo di focalizzazione è tipica dei romanzi gialli, d’avventura, che attirano il lettore proprio perché vi è un mistero.

Una volta stabilito il tipo di focalizzazione da usare, è fondamentale che l’autore non si discosti mai dalla scelta fatta. Il che non significa, come molti erroneamente pensano, non spostare mai il punto di vista. Significa per esempio che dove c’è la necessità di penetrare i pensieri e gli stati d’animo di più personaggi, si scelga una focalizzazione zero e si sposti, attraverso il narratore, il punto di vista da un personaggio all’altro, facendo ben attenzione a non confonderli. Se in un romanzo abbiamo necessità di spiegare al lettore cosa pensano Gino e Pino, possiamo tranquillamente spostare la nostra penna dai pensieri di Gino a quelli di Pino, ma dobbiamo farlo con criterio, ossia utilizzando una focalizzazione zero attraverso un narratore onnisciente. E attenzione: in questo caso sarà il narratore a riportarci i pensieri di Gino e Pino, poiché è solo lui a conoscerli. Gino non conoscerà i pensieri e le intenzioni di Pino, né viceversa.

Il narratore, dicevamo. Il narratore è un’istanza narrativa, una figura mitologica strettamente correlata al tipo di focalizzazione che si sceglie di usare. Può assumere molteplici aspetti e una serie quasi infinita di forme. La prima distinzione da fare è quella tra narratore interno alle vicende (omodiegetico, che tranquilli, non è una malattia né una devianza) ed esterno (eterodiegetico). Ma esistono tantissime sfumature che caratterizzano entrambi i narratori; un narratore eterodiegetico può essere sia onnisciente, ossia conoscere alla perfezione situazioni del presente, passato e futuro, conoscere la psicologia dei personaggi, ciò che pensano,come agiscono, perché agiscono, e dunque sarà utilizzato nell’ambito di una narrazione con focalizzazione zero, ma può essere anche ignorante, e in questo caso sarà inserito all’interno di una narrazione con focalizzazione esterna. Un’ulteriore, sottilissima distinzione è quella tra narratore interno intradiegetico, ossia colui che partecipa alle vicende, o le ha vissute in prima persona, e narratore esterno extradiegetico, quando si colloca completamente al di fuori della storia narrata.

La narrativa offre dunque possibilità diverse a seconda delle esigenze di chi scrive. Tutto sta nel saperle padroneggiare, e soprattutto, nel rimanere coerenti con le scelte fatte.

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ISBN: Io Sono Bravo, Neh?

Si dice il peccato, ma non il peccatore. Questo sia chiaro fin da subito. Però dopo il mio ritorno tra il serio e il faceto, prima di iniziare l’autunno di Mondoscrittura che si presenta ricco di avvenimenti importanti, devo togliermi un sassolino dalla scarpa. O meglio un mattone dallo stomaco.

Come tutti sapete, il servizio di recensioni che offriamo è completamente gratuito. Come dovrebbe essere, e come purtroppo spesso non è in questo panorama editoriale. Cosa chiediamo agli autori che vogliono la nostra opinione e il nostro tempo? Due semplici cose: che non abbiano pubblicato a pagamento (avete mai visto qualcuno che ammette di averlo fatto? Io davvero pochi…) e i dati completi del testo. Quali dati? Copertina, quarta, titolo, casa editrice e ISBN. E via via ci siamo fatte sempre più esigenti nel pretendere che ci mandino PRIMA questi dati, perché nonostante la nostra disponibilità senza richiesta di pecunia, molti non si premurano di mandarci tutto quello che serve per svolgere un buon servizio. E perché, purtroppo, molti pagano per la scorrettezza di pochi. In particolare, con UNO, ho commesso un errore. L’errore dell’ingenuità. Il sedicente artista ha autopubblicato ben due romanzi, e ce li ha sottoposti per la recensione. Il giudizio sul primo è stato… misero, se vogliamo essere buone. Il giudizio sul secondo era misero allo stesso modo. Tuttavia, nel momento in cui stavamo per pubblicare la recensione, mi sono accorta che il “capolavoro” mancava di ISBN. In pratica, non è una vera pubblicazione. E noi streghe siamo fiscali, molto fiscali. E precise, al punto che per non “sporcare” il nostro portale con un testo che in realtà non è un testo pubblicato, abbiamo aspettato. Abbiamo scritto all’autore chiedendogli di mandarci l’ISBN e lui ha risposto che lo avrebbe fatto a giorni. È passato quasi un anno. Un anno in cui quel testo è lì, nella coda, quasi a dire che Amelia non ha fatto il suo lavoro lasciando un romanzo a vagare sperduto nel web. E ora non ci sto più, perché io il mio lavoro l’ho fatto.

Che l’esimio autore abbia volutamente dimenticato questo dato perché la prima recensione era negativa? Oppure ancora non ha capito la funzione dell’ISBN? Propendo di più per la prima ipotesi, ma ormai non mi interessa più. Che ne pensate, dovremmo ignorarlo oppure pubblicare lo stesso la recensione?

Io la mia decisione l’ho già presa, ma una vostra opinione sarebbe comunque gradita.

Grazie a tutti.

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Di uguaglianza, libertà e opportunità.

Mondoscrittura è un’entità composta da più teste, più cuori e più anime che vanno avanti assieme cercando di navigare sempre sulla stessa lunghezza d’onda, ma (incredibile!) siamo anche persone che si confrontano con l’esterno e prendono spunto dalle proprie esperienze personali per finire a parlare sempre, e inevitabilmente, di scrittura e lettura. Quest’articolo nasce da una conversazione avuta con un mio amico in merito alla possibilità di un aspirante scrittore di pubblicare il proprio testo. È un argomento piuttosto complesso, specialmente se affrontato con chi non è addentrato a sufficienza nel mondo degli autori esordienti e della lettura come vera e propria passione.
Dopo alcune dissertazioni sulla bontà di un manoscritto autopubblicato (non suo) che mi aveva sottoposto – manoscritto che io ho reputato pessimo, cercando di spiegare all’autore con molta onestà le ragioni del mio giudizio – una sua frase in particolare mi ha colpita:

Tutti dovrebbero avere le stesse possibilità, sta poi al consumatore scegliere. Purtroppo siamo letteralmente guidati su tutto.

Apriti cielo! Fermate Grimilde prima che commetta un amicicidio!
Ho inspirato ed espirato tre o quattro volte, ho contato fino a cento, dopodiché ho risposto molto diplomaticamente che non ero del tutto d’accordo con questa visione, a mio parere un po’ troppo libertaria. Riflettendoci con più calma, ho poi cercato di comprendere il suo punto di vista. Ma non ci sono riuscita. O meglio, ci sono riuscita soltanto in parte, chiudendo occhi, mente e bocca, perché appena li ho riaperti ho compreso che quella visione libertaria in realtà è una visione molto, ma molto superficiale, che scredita un’arte nobile come quella della scrittura e foraggia la micidiale tendenza di considerare il mestiere di scrivere come qualcosa che tutti possono fare per diritto acquisito. D’accordo, è una visione molto romantica, ma ahimè (ahimè per me che sto invecchiando…) avevo circa diciotto o diciannove anni quando ho capito che l’anarchia, che tanto mi piaceva fino a quel momento, non è la soluzione a nessun problema. Un po’ perché l’essere umano per sua natura è incapace di autogestirsi, un po’ perché il mercato esiste, da sempre muove il mondo e per quanto romantici ci si senta, prima o poi bisogna farci i conti.

In linea teorica il ragionamento del mio amico non farebbe nemmeno troppe grinze. Mi capita spesso di sostenere che nel momento in cui si decide di pubblicare qualcosa e di metterlo in vendita, scrivere non è più soltanto un hobby, ma diventa un mestiere a tutti gli effetti. Lo scrittore diventa dunque un venditore: offre un prodotto a un certo prezzo a una certa fascia di consumatori.  E sono i consumatori a decretarne il successo, poiché il commercio, dalla notte dei tempi, si basa sulla legge della domanda e dell’offerta. Quindi, a conti fatti, potrebbe anche essere corretto affermare che tutti dovrebbero avere le stesse possibilità, lasciando al consumatore l’opportunità di scegliere.

Ma, c’è un ma. Anzi, più di uno. Se consideriamo la scrittura come un commercio, dobbiamo anche pensare a tutte le altre forme di commercio che esistono e alle leggi che le regolano. E allora mi chiedo: se a tutti devono essere date le stesse possibilità, andreste mai a farvi curare da un uomo con la passione per la medicina che ha aperto uno studio senza avere la laurea? Andreste mai a mangiare nel ristorante di un tizio che adora cucinare e allo stesso tempo ha una passione smodata per i topi, tenendoli a bighellonare per i fornelli? Vi rechereste mai ad acquistare ortaggi dal fruttivendolo che cura con tanta passione il proprio orticello ma vi propina pomodori al DDT? Io credo di no. E potrei fare decine di esempi simili, ma la sostanza non cambierebbe.

Di più: se ci penso bene, tutte le forme di commercio hanno la possibilità di essere valutate, in positivo o negativo. Tutti i mestieri possono essere messi sotto i riflettori senza che nessuno gridi allo scandalo. Tutti tranne quello dell’aspirante scrittore. Nessuno si indigna se mi fermo all’angolo della strada a discutere con una massaia del pescivendolo che sul banco ha il merluzzo avariato. Nessuno alza gli scudi se grido ai quattro venti che un certo gestore telefonico mi ha truffata addebitandomi importi non consumati. Nessuno mi punterà il dito contro schiumando bava se mi azzardo a dire che il negozio di scarpe di Via degli Aranci vende prodotti cinesi spacciandoli per made in Italy. Ma guai a dire che un libro di un autore emergente non è degno di essere letto: potrei trovarmi contro orde di sostenitori inferociti pronti a lavare con il sangue l’onta del loro pupillo. L’aria risuonerebbe di tamburi mortiferi che scandirebbero il ritmo su frasi come Chi sei tu per dire una cosa del genere? Beh, intanto sono una che legge da qualche decina d’anni. Sono anche molte altre cose, ma chissenefrega. Diciamo che sono una che ritiene di avere un minimo di esperienza per distinguere un libro scritto bene da uno che fa schifo. Perché parliamoci chiaro: esistono libri belli e libri brutti. Libri scritti bene e libri scritti male. E la maggior parte dei libri degli scrittori esordienti sono scritti male. Perché? Perché ormai si è talmente diffusa la convinzione che tutti possono scrivere da considerare sacrilego qualcuno che afferma il contrario.

Del self publishing se n’è già parlato tanto, non solo qui, e più di una volta si è sottolineato quanto la pratica dell’autopubblicazione abbia inquinato e appesantito un mercato già saturo come quello dell’editoria. Vero è che potersi pubblicare un libro da soli è un’opportunità, ma è altrettanto vero che questo, se ce ne fosse bisogno, alimenta l’illusione di poter diventare scrittori senza averne le capacità. E così come non è giusto pretendere di curare le persone senza essersi fatti prima il mazzo sui libri per decenni, così come non è giusto dar da mangiare alla gente cibi che sono stati passerelle per topi, allo stesso modo non è giusto dare alle stampe qualcosa che non raggiunge nemmeno i confini della decenza.

Intendiamoci: non intendo demonizzare l’autopubblicazione tout court. Per alcuni (pochi, pochissimi) è una scelta consapevole e ponderata: sono quegli autori che hanno sperimentato l’editoria indipendente e ne sono rimasti insoddisfatti, in alcuni casi indignati, e preferiscono fare da soli piuttosto che affidare i propri prodotti a chi si è rivelato totalmente incapace di gestirli. Ma per la maggior parte degli utenti delle piattaforme di print on demand, il self publishing è una scappatoia comoda e facile per non affrontare la realtà, ossia che non sono in grado di scrivere qualcosa che un editore voglia pubblicare. I motivi possono essere tantissimi: da tematiche troppo di nicchia a mancanza di tecnica, da stupri di grammatica ad argomenti sciocchi e banali, ma la verità è una sola: pubblicare non è e non può essere considerato un dirittoIl diritto è imparare a scrivere. Questo sì, non dovrebbe essere negato a nessuno. Ma imparare a scrivere implica avere l’umiltà di ammettere che di scrivere un libro non si è capaci. Implica il dover capire che la pubblicazione è un traguardo da raggiungere dopo un severo allenamento, dopo tanta gavetta e tante porte sbattute sui denti. È una questione di rispetto. Rispetto verso gli altri scrittori, ma soprattutto verso i consumatori. Perché se è vero che bisogna dare al consumatore la possibilità di scegliere e decretare i trend di mercato, dall’altra è altrettanto vero e sacrosanto che il consumatore ha tutti i diritti di lamentarsi se si ritrova tra le mani un prodotto che fa schifo. Spetta al venditore, e non al consumatore, fare in modo che i propri prodotti siano all’altezza di una vendita. Fare in modo che sul mercato arrivi qualcosa che sia il più possibile al riparo dalle critiche. E viene da sé che questa è una consapevolezza che non può in nessun caso cadere dal cielo ma deve essere acquisita grazie allo studio della materia e al confronto con la realtà.

Mio malgrado devo ammettere che non è solo l’autopubblicazione la causa di questa convinzione: anche l’editoria indipendente ci mette del suo. Ogni giorno mi ritrovo tra le mani libri prodotti da piccole case editrici che meriterebbero di finire dritti nel cestino senza essere letti. A volte basta solo aprirli e guardare la prima pagina per capire che si è incappati in qualcosa che non ha ricevuto nessun trattamento prima di essere sbattuto sul mercato. Ma non è solo una questione formale: sono soprattutto i contenuti a essere lacunosi. Anche qui i motivi sono molteplici: incompetenza dell’editore, fretta di tirare fuori un profitto, mancanza di esperienza, mancanza di collaboratori validi. E a rimetterci non è solo il lettore, che mal che vada avrà buttato qualche decina di euro, ma anche e soprattutto l’autore. Perché immettere sul mercato un prodotto mediocre significa bruciarsi la possibilità di essere seguiti in futuro. Tornereste a mangiare in quel ristorante dove avete visto i topi gironzolare attorno ai fornelli? Tornereste dal fruttivendolo che vi ha venduto i pomodori al DDT facendovi trascorrere una tranquilla notte di terrore al pronto soccorso? E allora perché dovreste acquistare il secondo libro di un autore che alla sua prima uscita vi ha fatto sanguinare gli occhi?

È il mercato, bellezze. E il romanticismo non è mai riuscito a cambiarlo.

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Ragion della critica (im)pura

Ah, quanto mi piace giocare con le parole… per chi non avesse colto il ludico titolo mi sento ancora abbastanza buona da spiegarlo. Alla fine di quest’articolo però potrei non esserlo più, quindi meglio che lo faccia subito. Il buon vecchio Kant nel suo “Critica della ragion pura” offriva un’analisi critica dei fondamenti del sapere. Io invece oggi voglio farvi sapere la mia idea circa i fondamenti di un’analisi critica. Insomma, parliamo ancora di recensioni.

Non è la prima volta che Mondoscrittura affronta l’annoso argomento: abbiamo già detto cosa sono le recensioni, o meglio, cosa dovrebbero essere, e a cosa servono. Eppure quotidianamente m’imbatto in discussioni più o meno costruttive sull’effettiva potenza della critica. Per un fenomeno che potrei definire curioso – se non sapessi che in realtà è patetico –  sembra che le recensioni portino a conseguenze diametralmente opposte a seconda del contenuto: quando sono positive, la maggior parte delle volte non servono a niente e non se le fila nessuno. Quando sono negative invece, quasi sempre contengono un potenziale distruttivo pressoché infinito attirando frotte di paladini che avanzano con gli scudi levati. Paladini inviati ovviamente dall’autore o dall’editore di turno, che spesso sostengono quanto una recensione negativa, seppur motivata e razionale, sia capace di radere al suolo in un istante la carriera di uno scrittore emergente dalle sicure prospettive. Sicure?

Ci è stato recriminato di non essere politically correct perché nelle nostre recensioni ci capita spesso di dire la verità. Questo perché a mio parere si è perso il senso ultimo della recensione, visto che da un po’ di tempo si assiste al dilagante fenomeno del più sfrontato e imbarazzante marchetting che viene fatto passare per critica. Oppure a un’altra spiacevole attitudine presente in molti pseudoblog del settore che mira a recensire testi limitandosi a esporne la trama e i personaggi principali, senza che il critico di turno si sbilanci in alcun modo nel dare un giudizio per non inimicarsi lo squadrone dell’autore. Peccato che il verbo recensire derivi dal latino e significhi proprio esaminare. Peccato che la recensione sia proprio l’analisi dell’opera nel suo complesso, con annesso giudizio, positivo o negativo che sia.

Per tornare sull’argomento recensioni, oggi prendo spunto da un testo di Melfino Materazzi e Giovanni Presutti del 1999 intitolato “Nonsolotema. Guida alle nuove prove scritte di italiano per la maturità. No, non ho nostalgia dei miei diciott’anni (occhio al naso… BUGIA! Ne ho tantissima, anche se questo non interessa nessuno…) ma in quest’opera c’è un capitolo che ritengo particolarmente significativo, sia per gli autori che si accingono a pubblicare e intendono chiedere delle recensioni, sia per chi le recensioni le redige.

il recensore si pone tra l’autore e il lettore e il suo scopo è invitare alla lettura di un libro e confezionarne una “pre-lettura”. Il giudizio critico espresso dal recensore si basa sulla sua “enciclopedia”, ossia sul suo patrimonio di conoscenze e orientamenti critici e ideologici.

La recensione è dunque un testo interpretativo-valutativo, la cui struttura consta di tre elementi fondamentali:
a) una parte a carattere informativo, con notizie sull’autore, titolo del libro, casa editrice, anno di pubblicazione, eventualmente il prezzo di copertina;
b) una parte a carattere interpretativo, dove si specifica il genere letterario cui appartiene l’opera. In caso di opera di tipo narrativo, si accennerà alla trama, ai temi e ai motivi affrontati dall’opera, alle soluzioni di linguaggio e di stile, adottate dall’autore. Per argomentare le proprie tesi l’estensore della recensione potrà riportare citazioni dirette dall’opera esaminata;
c) infine una parte a carattere valutativo, consistente nel giudizio sul valore estetico e comunicativo del libro recensito.

La recensione dovrebbe essere un testo breve, che si prefigge di informare, spiegare e valutare. Il recensore accorto, nel proprio lavoro, si servirà di alcune tecniche nella redazione del suo testo:
a) lettura selettiva: il recensore selezionerà di un’opera i passi che egli ritiene significativi;
b) uso di relazioni intertestuali: l’estensore farà riferimento ad altri testi conosciuti dal pubblico dei lettori;
c) uso di strutture lessicali e sintattiche particolari: chi scrive la recensione ricercherà un giusto equilibrio fra linguaggio tecnico ed esigenze di leggibilità.

PREMESSA: forse è superfluo specificarlo, ma forse no. La prima cosa che un recensore deve fare è LEGGERE. Ma leggere tanto. Imparare a considerare la lettura non più solo come un piacere, ma anche come un lavoro, da affrontare con serietà e precisione. Perché un giudizio imparziale può scaturire solo dal confronto, dalla conoscenza. La lettura e la critica “di mestiere” non si discostano dagli altri mestieri, dove la competenza e l’abilità si acquisiscono soprattutto con l’esperienza.

Innanzi tutto lasciatemi dire che all’inizio di questo breve inciso c’è una frase che non mi trova del tutto concorde: il giudizio critico espresso dal recensore si basa sulla sua “enciclopedia”, ossia sul suo patrimonio di conoscenze e orientamenti critici e ideologici.
Se da una parte è indubbio che la recensione esprima sempre il punto di vista di chi la fa, dall’altra è altrettanto vero che la critica occupa una posizione intermedia tra l’opera e il pubblico. E il pubblico, quanto più è allargato tanto più è appiattito sui principi del senso comune. Per questo ritengo che una simile affermazione sia pericolosa. Credo che il giudizio critico non possa basarsi esclusivamente sull’enciclopedia del recensore, perché egli fa parte del pubblico, e in quanto pubblico, il suo giudizio sarà viziato da ciò che il senso comune impone. Una buona critica invece dovrebbe rimanere aderente a quelli che ormai possono essere considerati canoni universali da prendere in considerazione, perlomeno per la narrativa. Quali sono dunque questi canoni?

Una cosa nelle parole di Materazzi e Presutti è fondamentale: il recensore si pone tra l’autore e il lettore e il suo scopo è invitare alla lettura di un libro. In altre parole, il recensore dovrebbe essere in grado di consigliare o meno la lettura dell’opera in questione. E come potrebbe essere in grado di farlo se non possiede i rudimenti della critica? Possibile limitare tutto a “è bello” oppure “fa schifo”? No, non è possibile e non è giusto, perché dire che un libro è bello o che fa schifo è un giudizio del tutto opinabile e soggettivo. Perché è necessario argomentare le proprie tesi con spiegazioni mirate che vadano oltre il semplice gusto. E l’oggettività si raggiunge solo attraverso la conoscenza della materia.

In primis quindi, chi scrive una recensione dovrebbe conoscere il genere in cui il romanzo è inserito: l’analisi di un poliziesco, per esempio, per forza di cose sarà molto diversa da quella di un fantasy, perché sono gli elementi peculiari, i topoi, le caratteristiche dei due generi a essere profondamente differenti, così come differenti sono gli approcci stilistici: se leggo un poliziesco che si perde in prolisse descrizioni di ambientazioni o divagazioni sui generis, del tutto inutili ai fini della fruibilità del romanzo, sarà inevitabile evidenziare che l’autore non è stato in grado di imprimere il giusto ritmo alla propria esposizione, che non è stato capace di mettere in risalto gli elementi chiave del genere annegandoli in un mare di futilità.

A questa considerazione se ne aggancia un’altra, riservata agli autori: evitate l’invio selvaggio e selezionate con attenzione i destinatari delle vostre richieste di recensione. Perché se avete appena terminato di scrivere un noir dai risvolti introspettivi e lo mandate alla blogger tiziacaiastellineebacetti il cui sito è zeppo di cuoricini sbrillucicosi e recensioni di chick-lit o young adults, probabilmente la povera ma volenterosa tiziacaia non avrà i mezzi necessari per offrirvi un giudizio critico esaustivo e competente, perché magari preferisce leggere altro rispetto al vostro noir introspettivo. Soprattutto, prima di inviare un testo in recensione, date un’occhiata al tenore delle recensioni già presenti su quel sito: potreste scoprire che l’ipercriticità di quel recensore non è nelle vostre corde, o al contrario, che le argomentazioni a supporto delle sue critiche non vi convincono e potrebbero risultare penalizzanti per il vostro romanzo.

Pensiamo poi che un romanzo si definisce tale quando di esso presenta almeno la struttura: in questo articolo di qualche mese fa ve ne ho già parlato. Viene dunque da sé che un testo privo di una o più di queste componenti, sia un testo che parte già con una marcia in meno rispetto a un’opera meglio costruita. E no, il discorso “l’arte è soggettiva, non può essere confinata e io sono un’artista” non regge: l’arte della scrittura come tutte le arti risponde a delle convenzioni che prima di essere scardinate devono essere assimilate, messe in pratica e ottimizzate. Poi, e solo poi, eventualmente, ci si potrà permettere di uscire dal seminato che qualcuno, di sicuro molto più illustre di noi, ha tracciato proprio per evitare di farci commettere errori.

L’analisi dei personaggi è indubbiamente una delle componenti fondamentali di una recensione, considerando che sono proprio i personaggi il vero motore della macchina narrativa. Ma attenzione, il giudizio non può basarsi sui sentimenti che i personaggi suscitano nel lettore, perché anche qui si entrerebbe nel soggettivo, senza considerare che spesso quando un autore restituisce un personaggio odioso, lo fa con cognizione di causa. L’esame di un personaggio deve invece basarsi su criteri più oggettivi quali lo spessore, la verosimiglianza, la coerenza, le qualità specifiche che permettono al lettore di distinguerlo dagli altri personaggi. Se in un romanzo ci capita di confondere il principe azzurro con lo stalliere della principessa, a meno che il principe non sia soggiogato da un incantesimo che lo costringe ad assumere una doppia identità, significa che nella caratterizzazione messa in piedi dall’autore c”è qualcosa che non funziona.

Un fattore imprescindibile da considerare è la fluidità della lettura, facendo bene attenzione a non cadere nell’errore di considerare un romanzo fluido come un romanzo leggero o peggio ancora, superficiale. Una scrittura fluida può essere morbida, avvolgente, seduttiva come può essere incalzante, martellante e rapida. Un romanzo fluido può contenere anche mille pagine ed essere scritto talmente bene da farle bere al lettore come fossero cento. Avere una scrittura fluida vuol dire lasciar scorrere le parole senza mai incartarsi su di esse, vuol dire dare piacere agli occhi di chi legge senza mai costringerlo a fermarsi su periodi troppo complessi, dal punto di vista del significato o della costruzione. Una scrittura fluida è quella talmente tecnica da sembrare spontanea. In altre parole, una scrittura fluida è quella che incolla il lettore alle pagine e gli fa guardare l’orologio esclamando “CACCHIO! Ma è già passato tutto questo tempo???”
E a proposito di costruzione, discorso a parte lo merita proprio la costruzione formale e stilistica: credo di non dover essere io a dire che un testo che presenta errori sintattici, grammaticali, ortografici o di qualunque altro tipo, sia un testo fortemente compromesso, che verrà letto con forte pregiudizio e probabilmente non verrà goduto come meriterebbe, andando a inficiare il parere complessivo.

Pensiamo anche che la narrativa non è la vita reale. La narrativa è finzione, è romanzo, è bellezza e orrore al tempo stesso. La narrativa in alcuni casi può simulare la realtà, ma non deve mai scimmiottarla. La narrativa, per quanto possa sembrare sacrilego, è soprattutto tecnica. Se i contenuti di un libro sono avvincenti ma sono scritti in maniera mediocre, quel libro non interesserà nessuno se non a chi l’ha scritto. E per l’autore quella può essere anche la storia più emozionante del mondo, perché è la sua, ma la verità è che al lettore non gliene frega niente di sapere che quella storia è vera, o è frutto di anni di fatiche, perché quella storia non gli piace, punto. Il lettore vuole emozionarsi, vuole vivere in prima persona le vicende, vuole scoprire l’assassino prima dell’investigatore, vuole sentire l’orgasmo della protagonista, vuole vivere la storia fregandosene se sia autobiografica o completamente inventata. Le regole che muovono la vita reale non possono valere anche per la narrativa: ogni elemento in un romanzo deve essere introdotto con uno scopo preciso. Ogni situazione deve trovare il giusto scioglimento, ogni personaggio deve avere un ruolo definito. Per dirla con le parole di Cechov

se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.

Per dirla con parole mie, invece, in un romanzo non devono essere introdotti più elementi rispetto a quelli necessari. Ogni elemento piazzato nella storia deve avere una propria funzione; se quella pistola non spara, il lettore deve comunque percepire che ciò sia accaduto per un determinato motivo, che sia stato l’autore a scegliere in maniera consapevole e funzionale di non premere il grilletto.

In ultimo, voglio dire una cosa che dico spesso in privato a quegli autori che si sentono penalizzati dalle nostre recensioni: pubblicare un libro significa rendere pubblico qualcosa. E nel momento in cui si decide di rendere pubblico ciò che si è scritto, si deve necessariamente mettere in conto che il prodotto delle nostre fatiche potrebbe non essere perfetto come si pensa. Il fatto di aver trovato un editore disposto a pubblicare il nostro libro non significa che esso sia scevro da errori: ricordate sempre che la pubblicazione è solo il primissimo passo verso il sogno di diventare uno scrittore. 

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Bravo, bravissimo… ma chi ce lo dice?

Qualche settimana fa, nel post Autopsia di una recensione ho iniziato a sviscerare il tema delle recensioni, uno tra i servizi più richiesti (e più discussi) di Mondoscrittura.
Oggi vorrei compiere un passo in più, raccontandovi la mia esperienza di un altro, ahimè, dilagante fenomeno.

Quando inizio un romanzo, di solito mi astengo dal leggere anche la quarta di copertina, se questa invece di riportare un passo del testo ne descrive la trama. Lo faccio perché voglio arrivare al libro senza spoiler o anticipazioni di nessun tipo. Stesso vale per le sinossi inviate dagli autori. Una volta chiusa l’ultima pagina, e prima di iniziare la recensione, faccio un giro sul web per vedere cosa hanno detto gli altri. Lo faccio sia per testi classici sia per testi di emergenti e in particolar modo quando un testo non mi ha convinta. Questo non perché io mi lasci influenzare, ma perché sono consapevole di quanto una recensione negativa possa incidere su un autore esordiente, specie se autopubblicato. Infatti, se posso valutare con 2 stelline “Cinquanta sfumature di grigio” senza correre il rischio che la recensione incida sulle vendite del romanzo (né sull’ego dell’autrice) la stessa cosa non è vera per gli autori nostrani esordienti.

E qui accade una cosa curiosa. Per le recensioni di testi editi mi trovo quasi sempre in linea con quanto leggo: i giudizi possono espressi in maniera più o meno marcata, ma se ho rilevato ad esempio che i personaggi di un determinato romanzo risultavano stereotipati, lo stesso rilevano altri recensori. Mi riferisco sempre a siti che fanno recensioni e non “marchette”, ovviamente.

Le sorprese arrivano quando cerco il rating su siti di self publishing come ilmiolibro.it (solo per citare il più conosciuto).

Ecco comparire rating di 5 stelle su 5 per romanzi zeppi di errori grammaticali e sintattici, con gravi incongruenze sui tempi verbali, con una cura del testo a dir poco inesistente. E questo, prima ancora di arrivare ai buchi nella trama, alla piattezza dei personaggi, alla banalità dei dialoghi. Com’è possibile trovare solo lodi sperticate, anche se a dire il vero molto poco contestualizzate?  Dopo un primo attimo di stupore, ecco le ipotesi:

–       ho appena terminato di leggere un capolavoro della letteratura moderna e non l’ho capito?

–       chi ha commentato ha potuto leggere solo l’incipit, e sulla base di quello non è in grado di fornire un giudizio globale?

–       chi ha commentato, a sua volta, non conosce le basi della lingua italiana?

–       i commenti sono lasciati da amici e parenti dell’autore?

–   in questi siti gli autori costruiscono una sorta di “rete di supporto”, scambiandosi reciprocamente stellette per incrementare la vendita del testo?

Giro a voi, cari utenti, queste domande, dato che io un’idea me la sono fatta. E se volete un indizio-consiglio, per evitare di farvi abbindolare da troppo luccicare di stelline, prima di acquistare un testo così infiocchettato fatevi un giro sui social network e sui blog dell’autore. Qualche risposta potreste trovarla.

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Show me, don’t tell me.

Più proseguo nella lettura di testi di esordienti, più mi rendo conto che la differenza tra un romanzo e un Romanzo risieda per la maggior parte nella capacità di utilizzare una semplice tecnica: show me, don’t tell me.

Utilizzo volutamente il termine ‘capacità’ e non ‘scelta’ perché quando uno scrittore comprende questa tecnica, difficilmente potrà poi fare a meno di usarla. E anche perché editando e suggerendone l’utilizzo, mi è capitato di trovarmi di fronte autori con la faccia a punto interrogativo (uno, per fortuna). Così come un lettore  a volte non percepisce realmente cosa lo “acchiappa” in un romanzo e cosa invece lo lascia a bocca asciutta.

“Marina e Luca litigarono selvaggiamente: lei era arrabbiatissima, lui era rassegnato. Il loro matrimonio fini’ burrascoso, mentre fuori il sole splendeva in una tersa mattina d’estate.”

Questa è una frase ben costruita, senza errori grammaticali o di sintassi, nella quale ho inserito anche parole non troppo comuni, un bell’avverbio (che ci sta sempre bene) e una descrizione ambientale da libro Cuore. È una frase che farebbe la sua bella figura in un tema, in una tesina, in una relazione o in un articolo di giornale. E state certi che amici e parenti mi loderanno: ‘dovresti fare la scrittrice’ oppure ‘sei una scrittrice fantastica’.

No, so scrivere correttamente, dovrei rispondere. Uno scrittore avrebbe fatto altro:

«Tu non mi hai mai amata» urlo’ Marina, sbattendo con forza le nocche sul tavolo. Aveva le guance in fiamme. Luca sedeva con la testa tra le mani, gli occhi infossati nelle orbite quasi se ce li avesse piantati Lucifero in persona.
«Non dire cosi’…» mormoro’ fissando la moglie.
«Taci, inetto!» lo aggredi’, sovrastando le sue parole. «Ora vai in camera, prendi quei quattro stracci che ti ritrovi ed esci per sempre da questa casa.»
L’uomo spalanco’ la bocca, ma Marina fu piu’ lesta, non concedendogli diritto di replica: attraverso’ il corridoio di marmo bianco diretta in camera da letto. Luca senti’ sbattere ante e cassetti. Rimase seduto a immaginare le sue belle camicie gettate alla rinfusa nel borsone da palestra…

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E via di questo passo. La differenza è palese. Nel secondo caso non mi sono limitata a dire che Marina era arrabbiata: l’ho mostrata, nel linguaggio parlato e in quello non verbale, così come ho mostrato la rassegnazione di Luca. E ho anche inserito dettagli che ci parlano del carattere dei personaggi: Luca è interessato alle sue camicie in un momento del genere, mentre Marina sta praticamente chiudendo in autonomia discussione e rapporto matrimoniale. Questa differenza permette al lettore di non trovarsi di fronte qualcosa di già predigerito: può vedere la scena con i propri occhi e farsi la propria idea personale sui sentimenti che muovono gli attori in campo.

Avete presente quelle belle discussioni tra amici? ‘Secondo me Luca era esasperato’ e l’altro ‘No, secondo me era rassegnato’. Ecco, se l’autore fornisce già al lettore la parola ‘arrabbiato’ non potrebbero esistere.

Inoltre, mostrare invece di raccontare permette di fornire elementi che non risultino infodump e fa entrare nel vivo della scena.

È una tecnica che richiede molto più tempo, perché mostrare significa immaginare gli eventi nei dettagli ed essere in grado di trasmetterli al lettore utilizzando solo quelli salienti. Non solo tempo di stesura, ma tempo narrativo, perché per mostrare rallenta il ritmo (e allunga il numero di battute).

Lo show don’t tell va dosato, alternato con sequenze descrittive, sequenze riflessive, flashback.

Così, quando mi trovo di fronte un romanzo di cento pagine che racconta trent’anni di storia di quattro protagonisti, quasi per certo so che l’autore non ha minimamente usato questa tecnica. O, peggio,  l’ha centellinata, riservandola a pochi passaggi. Quella che leggerò sarà una sinossi, una sceneggiatura, un riassunto di quello che magari è un libro potenzialmente geniale e ben scritto.

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[QUATTRO CHIACCHIERE CON…] Scrittura & Scritture

Oggi Mondoscrittura intervista, CHANTAL E ELIANA CORRADO editrici di Scrittura & Scritture.

Salve benvenute in Mondoscrittura. In questa intervista cercheremo di far conoscere meglio ad autori e pubblico la vostra casa editrice, Scrittura & Scritture,  aprendo una finestra sul mondo della piccola e media editoria italiana. Sarà una chiacchierata tra donne, ma visto che noi siamo Streghe ci sarà anche qualche domanda cattivella. Pronte? Partiamo! 

Scrittura & Scritture è stata fondata nel 2005: in un mondo editoriale dove le nuove case editrici sorgono e tramontano in un anno, qual è il segreto della vostra longevità?
Crediamo che la nostra longevità stia nel porsi sempre degli obiettivi concreti e raggiungibili che ci portano ad una crescita, seppur graduale. Lavoriamo sodo, sognamo ma rimaniamo con i piedi per terra, soprattutto in questo periodo di crisi economica nazionale.

logo-mailPotete raccontarci come si svolge il processo di scrematura e selezione dei manoscritti, fino ad arrivare al prodotto libro?
I testi che arrivano spontaneamente vengono filtrati da alcuni lettori che quindi operano una prima scrematura per poi approdare al nostro vaglio, quelli inviati dalle agenzie vengono letti direttamente da noi. Poi, tra quelli “papabili”, viene fatta un’ulteriore scrematura, in base ad una serie di svariati parametri, e si passa ad una scelta definitiva e alla pianificazione delle uscite.

Quanti manoscritti, in linea generale, riceve in un anno la vostra casa editrice? In percentuale, quanti sono di qualità sufficiente per la pubblicazione?
Riceviamo circa un 500-550 testi all’anno. La percentuale di quelli pubblicabili è del 1% per quelli inviati spontaneamente, un mezzo punto percentuale in più relativamente a quelli inviati dalle agenzie.

Scrittura & Scritture accetta in valutazione solo testi in formato cartaceo: pensate che questo riduca il numero di manoscritti che ricevete, rispetto a chi accetta il formato digitale?
Sì, riteniamo che sia già una selezione a monte, che l’autore prima di spedire indistintamente il testo  a tante case editrici contemporaneamente abbia valutato quelle più consone al genere del suo manoscritto e, di conseguenza, più interessate a leggere e valutare il suo testo.

Vi è mai capitato di ricevere un buon testo, ma di non averlo scelto perché ‘poco commerciale’?
Sì è capitato di aver ritenuto un testo valido ma, a nostro parere, poco spendibile.

Sul vostro sito scrivete che “Scrittura & Scritture pubblica libri di autori che della scrittura ne fanno una ragione di vita, un impegno da continuare nel tempo (e non un hobby), così come le due editrici hanno deciso di fare dell’editoria il loro unico lavoro”. Non vi sembra una richiesta forte, nel panorama editoriale italiano?
Poiché lavoriamo anche con autori esordienti riteniamo che scrivendo così si abbia fin da subito l’idea  che scrivere e pubblicare un libro sia divertimento ma anche impegno, che vada coltivato nel tempo, insomma non la vanity press fine a se stessa. Per noi non basta pubblicare il libro bisogna avere del tempo per migliorarsi nella scrittura, tempo per partecipare alle presentazioni, leggere (quello sempre e tanto), guardarsi intorno,  andare in giro per la promozione del libro, tutte cose impegnative, spesso da fare nel tempo libero che va, quindi, alle volte “impegnato” per questo! Se, invece, si pensa che il libro, una volta pubblicato, vada avanti da solo, e già si sa di non avere questo tempo a disposizione, o di non volerlo destinare a tutto ciò, allora, forse, quell’autore non è congegnale alla nostra realtà editoriale.

Pensate sia possibile, per un autore che abbraccia questa filosofia, vivere di sola scrittura?
Pubblicando con una piccola realtà editoriale certamente no, sarebbe utopico  e i nostri autori lo sanno bene.

Siete soliti ‘fidelizzare’ l’autore, proponendo dei contratti che prevedono il diritto d’opzione o la prelazione, oppure tendete a contrattualizzare il singolo testo?
Tendiamo a tenere l’autore in cui abbiamo intravisto delle potenzialità, ad instaurare con lui una continuità. L’opera singola non ci interessa.

Concorsi letterari: credete in questa realtà? Inviate i vostri testi oppure si tratta di un ambito riservato alle ambizioni dell’autore?
Selezioniamo noi i concorsi letterari per editi in base, prima di tutto, al fatto che non vengano richieste quote economiche di partecipazione e iscriviamo i nostri titoli ritenendo che sia un’opportunità per l’autore.

Scrittura e Scritture  è una casa editrice NoEap: nella vostra esperienza il lettore percepisce la differenza tra casa editrice a pagamento e free?
Secondo noi no, nel senso che il lettore comune, al momento dell’acquisto non percepisce la differenza, forse anche perché non la conosce, ma di sicuro, se anche la conoscesse, non sarà certo questo l’aspetto che condizionerà l’acquisto.

Che effetto vi fa condividere spazi importanti, come le fiere, con editori a pagamento? Vi piacerebbe esplicitare la differenza in modo più marcato?
Non ci fa nessun effetto. Non crediamo che le fiere debbano marcare una tale differenza (e sarebbe anche utopico farlo). L’ultima parola, almeno per quanto riguarda l’acquisto, è sempre e solo del lettore.

Vi occupate in via esclusiva della promozione oppure create una sinergia con gli autori?
La sinergia è importante. Chiaramente l’autore non è mai lasciato da solo, il nostro ufficio stampa ha delle direttive e si muove anche indipendentemente dall’autore, organizzando e pianificando gli eventi legati al suo libro che, però, vengono sempre concordati con lui. L’autore viene supportato, consigliato, se necessario, e il confronto sui diversi passi da muovere è sempre aperto confrontarsi. Insomma, l’obiettivo è comune: la promozione del libro!

Le fiere e le presentazioni sono momenti produttivi a livello pubblicitario o per le vendite?
Sicuramente entrambi.

Per una casa editrice medio piccola è difficile essere diffusa in modo capillare: esiste un reale ostruzionismo da parte dei librerie?
In parte sì, anche perché gli spazi si stanno riducendo sempre più a fronte, a parer nostro, di una iperproduzione. I librai sono sfiduciati verso autori sconosciuti e/o pubblicati da case editrici non note, quindi, alle volte, una serie di fattori concorre a vedersi chiuse le porte.

Si dice che il vero costo dell’editoria sia la distribuzione: concordate?
Tra i tanti costi per produrre un libro certamente la distribuzione ha il suo notevole peso di circa il 55%, alle volte 60%, del prezzo di copertina riducendo così i margini di guadagno dell’editore e dell’autore.

Sul sito compare un catalogo digitale ma non è attivo: amore per la carta stampata o semplice work in progress?
Work in progress, nel 2013 ci saranno i nostri e-book, rimanendo però fedeli  anche al cartaceo.

Credete che le recensioni siano un mezzo utile per far conoscere la casa editrice?
Sicuramente è uno degli aspetti che contribuisce a far conoscere la produzione della casa editrice, quanto efficace dipende da una serie di fattori!

In quale modo incidono sulle vendite?
Direi che non si può parlare di equazione recensione=vendite (e viceversa). Di sicuro può servire ad innescare un certo passaparola, a richiamare l’attenzione, ma anche qui il discorso sarebbe molto articolato perché vede in gioco fattori molteplici. Di certo però da sola non basta.

Mondoscrittura è un’agenzia di servizi editoriali: gradite un testo che sia stato precedentemente editato oppure preferite lavorare sul prodotto grezzo?
Accettiamo l’editing dell’agenzia, anche se comunque non pubblichiamo alcun testo senza il nostro di editing (se e quanto necessario)

Scrittura e scritture verso il 2013: parlateci dei vostri progetti per il futuro.
I progetti sono tanti ma… da noi la scaramanzia la fa da padrona! Preferiamo sorprendere di volta in volta con la diretta realizzazione di essi.

Grazie per la disponibilità.
Siamo noi che ringraziamo le streghe di Mondoscrittura!