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DE BLASIO, Ferdinando – Ali di ruggine

Titolo: ALI DI RUGGINE
Autore: FERDINANDO DE BLASIO DI PALIZZI
Editore: NULLA DIE
Collana: LEGO NARRATIVA
Pagine: 116
Prezzo: EURO 12,00
ISBN 978-88-97364-40-5
[xrr rating = 4/5]

 

ROMANZO FINALISTA AL PREMIO LETTERARIO MONDOSCRITTURA SEZIONE EDITI

Quando sul giovane Pippo, detto Senzamotivo, si abbatte senza riguardo tutta la violenza del suo tempo, gli restano solo due alternative: fuggire o resistere.
Resistere. Come un albero che, colpito da un fulmine, non si spezza, lottando al fianco dei propri amici, difendendo le proprie montagne.
Resistere, nella lieve consapevolezza che la guerra fa schifo, nella voglia di combattere per qualcosa di bello. Oscillando tra la realtà di un freddo inverno del ’43 e l’irrazionalità del mondo dei sogni, fra la rabbia e l’allegria, tra il sentimento e l’ironia. Resistere. Giocando a fare il “parmigiano”, quello con la “M”, perché quello con la “T” non è un gioco, ma un affare pericoloso: ci si rischiano le penne.
Come accade quando le brutte notizie arrivano sul serio, il ritmo cambia, la storia cambia, il finale, irrimediabilmente, cambia. E le cose di sempre, tanto amate, cominciano a colorarsi di malinconia, diventano ricordi, come fiori non ancora appassiti in mezzo a collezioni di oggetti arrugginiti.
Sentimento e ironia: sono questi gli elementi che raccontano di un ragazzo che voleva fare il “parmigiano”, di resistenze personali, di amori radicali.

RECENSIONE
Scegliere di esordire con il termine Resistenza in bella mostra sul frontespizio denota coraggio e sicurezza nei propri mezzi. Un lettore difatti, potrebbe esserne scoraggiato, temendo di ritrovarsi a nuotare in fiumi di inchiostro politicizzato increspati da sangue partigiano. Ma non è questo il caso di Ali di ruggine, che come recita il sottotitolo, più che un romanzo è una favola, raccontata con un dileggio e un’ironia evidenti già dalle prime battute. In questo senso più dell’immagine è la quarta di copertina a dare un indizio sul tipo di libro che ci ritroveremo tra le mani.

Nell’opera di esordio del giovane de Blasio la Resistenza più che un periodo storico è un modus vivendi, un pretesto per raccontare una storia che potrebbe prendere corpo in altri luoghi e in altre epoche. L’autore infatti sceglie di ambientare le vicende in una cornice assai nitida, avvalendosi di descrizioni calzanti e accurate, lasciando di contro poco spazio alla connotazione temporale, sganciando l’opera dallo specifico contesto in cui dovrebbe collocarsi. Tutto ciò che nell’immaginario comune viene associato al termine “Resistenza” non rientra tra le componenti basilari di questo romanzo: gli stenti, le rappresaglie, le battaglie feroci, le lotte per la sopravvivenza e la povertà esasperata vengono solo sfiorati, a volte lasciati da parte, in favore di argomenti più soft come l’amicizia, la fratellanza, la libertà.
Caratteristica principale del breve romanzo d’esordio di questo giovane autore è la prosa frizzante; grazie a un’impronta irridente e quasi canzonatoria de Blasio riesce, soprattutto nella prima parte, a scardinare i più basilari principi di narratologia, creando un’opera in cui le convenzioni stilistiche e i formalismi perdono d’importanza. Questa peculiarità è molto più spiccata nei capitoli iniziali, in cui il protagonista è affiancato dal nucleo di amicizie storiche; in questi episodi, carichi di allegorie e disfemismi, l’esposizione riesce a rimanere uniforme, disinvolta e stravagante. Ciò che forse può essere recriminato al giovane de Blasio è quella tendenza a voler calcare troppo la mano sull’ironia a tutti i costi, che in alcuni passaggi dà alla narrazione un’impronta un po’ artefatta, anche se nel complesso il testo si presenta elastico e divertente.

In contrapposizione al brio e alla verve esibiti nella conduzione della prima parte del racconto, de Blasio sceglie di adottare, per la seconda, uno stile più sobrio ed essenziale. Il romanzo si può difatti suddividere in due macrosezioni, in cui la partenza di Senzamotivo per la città rappresenta la linea di confine tra due tronconi che presentano differenze marcate anche sotto l’aspetto stilistico.
Nella seconda parte, più “seria” dal punto di vista contenutistico, anche l’effervescenza dello stile sembra un po’ afflosciarsi in favore di una narrazione meno originale. Gli espedienti narrativi, come la ribellione degli intellettuali nei confronti dei roghi di libri oppure il saluto romantico di Arianne a Senzamotivo, sono logorati dall’usura di autori che ne hanno già usufruito in abbondanza, rendendo la seconda parte del romanzo un po’ più debole della prima.

Nel complesso, Ali di ruggine è comunque una lettura piacevole e divertente, che strappa più di un sorriso e dimostra le potenzialità di un giovanissimo autore dalla penna sardonica ma attenta ai dettagli. È difatti impossibile non scorgere i cammei che l’autore dedica a esponenti del cantautorato italiano, in special modo l’accenno alla sublime descrizione del “Giudice” di Faber o l’atto eroico di un Ottone di Gucciniana memoria.
Peccato per le piccole sbavature di forma disseminate lungo la narrazione: le ripetizioni, gli errori nei verbi, la punteggiatura che qua e là manca e la tendenza a spezzettare troppo le unità narrative guastano un po’ il piacere di una lettura altrimenti agile e fluente.

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NEXE, Peter J. – Voltastomaco

Titolo: Voltastomaco
Autore: Peter J. Nexe
Editore: Lulu.com
Genere: Biografico
Numero di pagine: 80
Prezzo: 10 euro (cartaceo) – 4 euro (ebook)

[xrr rating=3/5]

Apologia del disgusto, celebrazione del caos, trionfo della distruzione, magnificazione della decomposizione. Fiera della mediocrità, coacervo di dubbi. Descrizione di una vita e altare sulla quale essa è sistematicamente e continuamente immolata. Una confessione e un commiato.

La voce interiore è la vera protagonista del romanzo: senza lasciarsi frenare, esplora uno stralcio della vita di un personaggio che resta senza nome, dalle sue filosofie di vita che si originano dall’importanza dell’ozio, per arrivare all’esito della sua storia d’amore, dove ritrova, ciclicamente, di nuovo le filosofie di vita.

Nel racconto non ci sono veri personaggi. Le uniche persone che il protagonista incontra sono dei contraltari che servono a rappresentare un’opinione quando il flusso narrativo deve scontrarsi da qualche parte, tanto che si presentano solo con l’iniziale del nome e senza alcuna descrizione. Anche dello stesso protagonista conosciamo quasi esclusivamente il flusso costante delle sue idee, intervallate dai fatti della sua vita (spesso fuori cronologia) che fanno da accompagnamento ai pensieri, o quando serve li scatenano.

Piuttosto che un romanzo fortemente introspettivo, la narrazione è un flusso di pensieri, filosofie e idee sulla vita che si appoggiano su una descrizione di eventi fisici di quando in quando (se serve). Il discorso segue il flusso come una catena di approfondimenti, divagazioni, salti di punto di vista, passando anche da un argomento all’altro senza una struttura fissa. Molto sotto al continuo cambiare di argomenti c’è la sequenza di eventi che è la storia del protagonista, e si intuisce, in modo sottile, un tono continuo di fondo che ne è lo stato morale, inizialmente di inedia e via via appesantito dagli eventi.

L’autore tenta di unire in un’unica storia visioni di vita diverse (ma non contrastanti), e a costruirne uno spaccato più o meno omogeneizzato dai pensieri del protagonista, e in seconda battuta dalle sue vicende umane. È apprezzabile un lavoro che potenzialmente dà moltissimi spunti di riflessione, tuttavia il susseguirsi di pensieri, spunti ed eventi risulta molto caotico. Se da una parte è funzionale a rappresentare il caos nella vita del protagonista, dall’altra inficia il livello di lettura più profondo, quello sulla struttura delle sue filosofie di vita.

Il risultato è un libro che può essere curioso da leggere ma che non riesce a dare un’impronta forte in nessuna direzione. Avrebbe la possibilità di essere incisivo ma nel tentativo di voler racchiudere troppo spreca la possibilità di essere sinceramente profondo. A fine lettura rimane la sensazione di un libro che ha parlato molto e che non ha lasciato granché.

È altresì interessante apprezzare il timbro di fondo degli stati d’animo del protagonista, che traspare dal dipanarsi dei pensieri e degli eventi che racconta.

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FADDA, Luca – Bentesoi

Titolo: Bentesoi
Autore: Luca Fadda
Editore: Nulla die
Genere:
Pagg: 268
Prezzo: € 20,00
ISBN: 978-88-97364-64-1

VALUTAZIONE: discreto

L’amore è una finestra che si spalanca sulla vita, portando una ventata d’aria fresca. Ma quando la tempesta si scatenerà e verrà il momento di richiudere le imposte, lo si farà tentennando nella speranza che si plachi, fino a che non sarà troppo tardi. Le conseguenze di quel gesto intempestivo saranno danni irreparabili. Del persistente mutamento di questo sentimento si percepisce in maniera nitida solo la fase terminale, il suo divenire qualcosa che, a quel punto, non ha più niente in comune con la pulsione originaria, se non il medesimo oggetto, ora obiettivo di un’immorale ossessione. Una diversa ragione di vita, figlia della follia e della solitudine interiore, che non distingue più la realtà del mondo da quella raccontata nelle parole di un intimo diario. Pagine che inesorabili riportano la genesi di quel cancro che consuma l’anima, istigando a cercare la pace in un pindarico ritorno alle origini che non sarà mai indolore. Per nessuno.

Anche se nella vita ognuno deve seguire la propria strada, non possiamo fare a meno di legarci affettivamente a quelle persone che sentiamo simili; e fra queste, le amicizie più strette e più antiche diventano parte integrante della nostra stessa vita. Se due strade troppo strette si dividono, la separazione che ne scaturisce può sembrare un abisso invalicabile. Si corre il rischio di cadere e perdersi, se si rimane troppo a lungo fermi a cercare quel che si è perduto.
Quando i suoi amici Angelo e Marina scelgono di lasciare la Sardegna, Sergio vuole restare ancorato alle sue radici; ma si ritrova improvvisamente immerso in un vuoto incolmabile, che toglie ogni senso alla strada che ha davanti e che ora sente di odiare. Il dolore della separazione si mischia a invidie, alla solitudine e all’amore per Marina così a lungo represso.
Col passare degli anni Sergio sprofonda in una vita di cui non riesce più a trovare una ragione, schiavo di pensieri e recriminazioni che sfoga in un diario solo per continuare a rileggersi; alla lunga distrugge gli affetti e i ricordi, lasciandolo in preda alle parti più basse dell’animo umano.

La storia ruota attorno alle figure dei tre amici ma l’unico vero protagonista è Sergio, di cui si seguono gli eventi della vita e il progressivo decadimento morale; è seguito da due punti di vista: all’esterno dal narratore e all’interno da brevi stralci del suo diario. Sergio inizia a essere interessante quando inizia a diventare un personaggio negativo; tuttavia manca un approfondimento dell’evoluzione mentale che, negli anni di solitudine, l’ha portato al suo punto più basso. Il poco che viene descritto non è sufficiente ad approfondirne le fasi di decadimento, e quindi a farlo davvero conoscere al lettore.
Angelo e Marina sono personaggi abbastanza lineari e non riescono a far da contraltare a Sergio, che rimane quindi l’unico personaggio sviluppato della storia. Anche i brevi momenti di approfondimento sulla vita di Angelo ne svelano la piattezza: un ragazzo brillante di discreto successo, che realizza il suo status sociale con l’acquisto della Mercedes dei suoi sogni, ma continua a tenere la carriera davanti al concedersi il desiderato primo figlio.

La narrazione, in terza persona, è dedicata quasi per interno alla storia di Sergio. Raramente si lascia il punto di vista di Sergio per raccontare la situazione all’esterno.
La narrazione è oggettiva, e l’introspezione è affidata all’alternarsi dei passaggi del diario di Sergio, che ne svela i sentimenti più profondi e le intenzioni, a volte quasi anticipando i pensieri del personaggio stesso.
L’esposizione procede con uno stile chiaro e curato, e accompagna con ritmo veloce la lettura. Ci sono però diversi elementi che andrebbero rivisti o eliminati: l’autore usa spesso frasi fatte ed espressioni proverbiali, descrive scene che (per scelta o semplicità) fanno scadere la narrazione nel cliché, e spesso ripropone più volte gli stessi concetti o pensieri, quando una volta dovrebbe essere sufficiente.
Di tutt’altro registro è il linguaggio del diario, elaborato, metaforico e complesso, come a rappresentare l’intrico della mente di un Sergio sempre più irraggiungibile. È molto interessante il grosso cambiamento di stile, e riesce a rendere bene la divisione fra i due punti di vista. Tuttavia si accusa una stonatura proprio per questa differenza: se dalla narrazione Sergio sembra piuttosto diretto e chiaramente oscuro, la scrittura del diario lascia supporre un personaggio diverso, più ermetico e incomprensibile; insomma molto bene la differenza, ma sembra troppa.
Un ultimo appunto va fatto sui dialoghi, che risultano poco incisivi, spesso dilungati. Il testo è più vicino al linguaggio parlato rispetto a quello scritto, ancora carico di elementi lessicali che non sono adatti alla lettura.

L’intreccio scorre abbastanza fluido, e Fadda riesce a tenere il lettore sul filo della storia fino alla fine. Le situazioni che si susseguono, sempre più particolari e insolite, spingono in avanti la lettura, e il meccanismo del genere thriller ne è rafforzato.

Riguardo allo stile, il libro avrebbe bisogno di un’ulteriore stesura, mettendo più attenzione al linguaggio e all’uso di cliché, eliminando le porzioni ridondanti della narrazione e snellendo i dialoghi. Tutta la prima parte non sembra apportare un significativo approfondimento dei personaggi, e al punto che la storia potrebbe iniziare da momento in cui Sergio e Angelo si rincontrano a Milano.
È interessante come il racconto segua la discesa psicologica di Sergio, ma l’impatto introspettivo espresso dal diario non è sempre supportato dai fatti altrettanto profondi; per rendere al meglio la storia interna del personaggio sarebbe servito un intreccio più fitto e un carattere più complesso e meno comprensibile. Ciononostante, con la voce interiore espressa dal diario, Fadda riesce a dare una buona profondità almeno al protagonista.

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LIVORATI, Juri – L’eredità

Titolo: L’eredità
Autore: Jury Livorati
Editore: 0111 Edizioni
Pagg. 260
Prezzo: 16,00€
ISBN 9788863074543

VALUTAZIONEmediocre

La morte di Simona in un tragico incidente, nell’estate del 2006, sembra non avere altra spiegazione che una banale distrazione alla guida. Ma suo marito Roberto non ne è del tutto convinto. Dopo un terribile sogno e una strana telefonata, i suoi sospetti trovano un seguito. Si farà infatti viva Erika, una vecchia amica della vittima, che dichiara di essere a conoscenza di un suo importante segreto. In realtà Erika è al corrente della minima parte di una terribile verità che affonda le sue radici nel 1400, in un villaggio del modenese sconvolto dalla messa al rogo di una donna accusata di essere una strega. Grazie a un’ultima testimonianza che Simona aveva lasciato temendo proprio di essere uccisa, e che Roberto ritrova con l’aiuto di Erika, sua figlia Cristina scopre tutti i particolari di un assurdo destino, l’eredità che dal passato è arrivata fino a lei e che minaccia di distruggerla. Ma, come sua madre, anche lei sceglierà la via della ribellione.

La riuscita di un romanzo dipende principalmente dal giusto mix di tre fattori: stile, forma, trama. Ne “L’eredità”  il contenuto, tutto sommato discreto anche se non particolarmente originale, è soffocato dallo stile e dalla forma scelti dall’autore: inutilmente cerimonioso e arzigogolato il primo, ridondante e statica la seconda.

“L’eredità” è  un romanzo che presenta più di un punto debole, ma credo che il problema più ingombrante, dal quale derivano poi tutti gli altri, sia la mancata corrispondenza tra il genere affrontato e il ritmo narrativo: ci troviamo di fronte a un’opera ibrida tra un urban fantasy e un thriller, che anziché essere incalzante e rapida come il genere richiederebbe, si accartoccia su se stessa fino a far implodere la tensione narrativa. E – diciamolo pure – fino a creare una tale insofferenza nel lettore da portarlo molto presto alla noia. Ed è un peccato, perché tutto sommato la struttura messa in piedi dall’autore è solida e ben congegnata, presentando anche dei picchi di notevole interesse, così come interessante appare la trama, che sebbene sfrutti una tematica già utilizzata da più di un autore in passato, contiene guizzi di notevole spessore.
Ma, come detto, il romanzo è troppo lento, arrivando nella prima metà a sfiorare l’inconsistenza. Si apre con la morte di Simona e per 75 pagine – per un quarto di libro – non succede assolutamente niente: nelle prime 40 l’autore sceglie di percorrere istante dopo istante la mezz’ora che separa Roberto dalla scoperta dell’incidente di sua moglie, analizzandone ogni singolo gesto, movimento, pensiero fino alla nausea. Che Simona sia morta lo sappiamo alla quinta riga della prima pagina. Dover aspettare oltre quaranta cartelle affinché se ne accorga anche il marito è – francamente – chiedere troppo.

Nelle restanti 35 pagine le cose non migliorano granché: lo stesso arco temporale viene preso in esame dal punto di vista di Cristina, di Isa, di Gisella, di Mattia. A incorniciare il tutto si aggiungono pesanti quanto inutili descrizioni di ambienti, persone, sentimenti ed espressioni che ingolfano ulteriormente la storia e non la fanno decollare. Nemmeno i dialoghi aiutano a creare la necessaria empatia, apparendo artificiosi e inverosimili.

Uno spiraglio di luce arriva intorno a pagina 75, quando viene introdotta la misteriosa figura di Daniele, in grado di dare una scossa a una trama fin lì stagnante, ma, per l’appunto, è solo uno spiraglio:  subito dopo ci si immerge nuovamente in  altre venti pagine di episodi privi di pathos che culminano con il funerale di Simona, del quale ovviamente conosciamo il punto di vista di tutti i presenti.

Finalmente, a pagina 100 – a metà libro… – qualcosa si muove: l’incontro con Erika e l’inizio del racconto proiettato nel passato iniziano a guidare il lettore attraverso il dipanarsi del mistero, ma è già tardi per risollevare il morale del povero lettore, esausto e sfinito da cento pagine di nulla assoluto.

La seconda e la terza parte del romanzo, che ripercorrono la vita di Simona e l’evento che le cambiò per sempre la vita, sono senza dubbio più vive e interessanti, ma anche queste soffrono degli stessi difetti incontrati nella prima metà: la costruzione dei periodi è troppo complessa, gli episodi troppo diluiti, lo stile narrativo troppo denso. I repentini spostamenti di focalizzazione abbinati ad altrettanti cambi nell’uso dei tempi verbali spesso disorientano la lettura e compromettono la linearità della storia; i personaggi presi in esame, se si esclude Simona che oggettivamente è un personaggio a tutto tondo, sono poco più che abbozzati e mancano di approfondimento, risultando lontani, blandi ed edulcorati.

L’autore inanella inoltre una serie di anacronismi più o meno fastidiosi (come per esempio il fatto che nel ‘500 una donna di trent’anni non poteva certo considerarsi giovane…) ma che indubbiamente non costituiscono il problema principale della narrazione, che come detto, risiede nell’estrema lentezza e nell’inutile ridondanza sia di contenuti sia di forma.

A conti fatti credo che “L’eredità” potesse essere un romanzo migliore se epurato dalla pesantezza stilistica e se le oltre 200 pagine che lo compongono fossero state sfruttate meglio: anziché dilungarsi in inutili paragrafi espositivi l’autore avrebbe dovuto optare per una maggior caratterizzazione dei personaggi. Ne avrebbero giovato sia il ritmo narrativo sia la verosimiglianza della storia. Allo stato attuale invece “L’eredità” è un romanzo davvero troppo, ma troppo lento e farraginoso.

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PARISELLA, Fabio – Il nove del mese

Titolo: Il nove del mese
Autore: Fabio Parisella
Editore: Self publishing
Genere: Mainstream
Pagg:152
Prezzo: 9,50

VALUTAZIONEmediocre

Inghilterra, 1966. Billy ha ventiquattro anni e vive a Prescot, piccola cittadina accanto Liverpool. Suona la chitarra ed è davvero bravo, ma, per necessità, fa il poliziotto, come suo padre, purtroppo morto per un incidente in servizio. Odia il suo lavoro, odia il nomignolo “Willie” che gli fu affibbiato sin dalle elementari e odia i Beatles, la band del momento, che sta spopolando nell’Inghilterra degli anni Sessanta. Ma quello che Billy odia più di tutto è un giorno ben specifico, nel quale sono sempre accadute tutte le sue disgrazie, compresa la morte del padre. Lo chiama bad day… giorno maledetto: il nove del mese. Tra la tormentata storia d’amore con la sua ex-ragazza, le serate in cui suona rock’n’roll con la propria band e il continuo malessere, da lui denominato “tormento”, che lo rende intrattabile, Billy incontrerà altre persone che condividono la stessa, particolare avversione per il bad day. Comprenderà il motivo per cui le tragedie gli accadono durante il nove del mese, fino ad apprendere l’incredibile verità sulla propria esistenza, che lo porterà a doversi difendere da un nemico misterioso. Un thriller soprannaturale che si svolge nel North West inglese a metà degli anni Sessanta, permeato dalla musica dei Fab Four.

A Londra si stanno aprendo gli anni Sessanta: la futura rivoluzione musicale si respira nell’aria e i Beatles non sono che uno dei tanti piccoli complessi musicali di una città piena ragazzi che vogliono di suonare qualcosa di nuovo.
Billy ha 24 anni, una chitarra e abbastanza talento da realizzare il suo sogno; ma non ha, come molti, la fortuna di ritrovarsi le carte giuste in mano: la morte del padre, i compagni sbagliati, le peggiori coincidenze per il giorno dell’audizione e Billy si ritrova incastrato in un lavoro che non sopporta, relegando faticosamente la musica a inconcludenti serate nei locali.
Per Billy, però, la sfortuna ha un significato, e quel 9 del mese che da sempre è legato a eventi sfortunati della sua vita non è una coincidenza. Dall’’incontro casuale con un barbone comincerà a scoprire chi sia veramente e comprendere la realtà occulta di cui fa parte; e vedrà i pericoli mortali che lo stavano già inseguendo, di cui quel bad day non è che una piccola parte…

Né i protagonisti della vicenda né i comprimari riescono a superare lo scoglio della bidimensionalità, non tanto a causa di cliché di genere quanto perché il lettore non riesce ad avere un vero contatto con loro: non se ne vedono il carattere, i desideri o i problemi. Di Billy sappiamo poco, e quello che sappiamo sa di già visto: un chitarrista maledetto e innamorato dell’ex fidanzata di scuola. Di Danny, Nancy e gli altri si sa poco e niente. La distanza dai personaggi fa perdere l’interesse per la storia e per le vicende di protagonisti che il lettore non si trova né ad amare né a odiare.

La storia è raccontata con una scrittura semplice, poco ricercata ma poco chiara, per cui spesso il testo è più lungo di quello che vorrebbe dire. La narrazione non riesce a fare a meno di frasi fatte e situazioni ripetute. La stesura del discorso diretto ne è forse il caso esemplare: i dialoghi sono allungati da scambi di battute che non servono, suonano inverosimili, sono pieni di modi di dire e di intercalare che rendono stonato il discorso scritto.

In sostanza, la storia risulta poco coinvolgente sia per com’è scritta sia per l’assenza di personaggi di spicco. Riguardo alla costruzione della trama manca un elemento che riesca a essere così significativo da colpire il lettore. Gli avvenimenti della storia non hanno nulla di nuovo che giustifichi lo scriverne un libro, né è un’interessante variazione su qualche tema. Inoltre l’autore non dà spazio al fermento musicale londinese di quegli anni, elemento caratteristico dell’epoca che ha scelto e che sarebbe potuto essere un punto di forza della lettura.

Anticipando il finale, aggiungo che tessere la trama su un famoso mistero di cronaca (in questo caso in riferimento alla musica) è un territorio delicatissimo, perché se il libro non è abbastanza forte da reggersi da sé, rischia di apparire come una scimmiottatura del mistero, o un’opera incompleta che vorrebbe sfruttare qualcos’altro per acquisire importanza; tuttavia la storia risulta insufficiente per reggere il peso del mistero e presto l’illusione si spezza.

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VALENTI, Paul – Si dice che si vive una volta sola…

Titolo: Si dice che si vive una volta sola, ma purtroppo non sempre è così…
Autore: Paul A. Valenti
Editore: Ebook auto pubblicato su Amazon.it
Numero di pagine: 216
Prezzo: € 3.80

VALUTAZIONE:mediocre

“Che altro è la vita dei mortali se non una specie di commedia nella quale gli attori che si travestono con vari costumi e maschere entrano in scena e recitano la loro parte finchè il regista li fa scendere dal palcoscenico?” Questa è una storia senza tempo, incredibile, assurda, difficile da raccontare. Potrebbe sembrare una fiaba, e come in ogni favola ci sono tristezza e meraviglia. Questa, però, non è una leggenda, come non può essere una favola il paradosso dell’esistenza. Questa è la storia di Paul, ventenne, che da un po’ di tempo si sente osservato da un anziano, spiato da un vecchietto che si nasconde tra le pieghe della vita e lo guarda da lontano, con occhi di compassione. Ma questa è anche la storia di Paul, quasi ottantenne, emigrato in Asia alla significativa età dei 33 anni e tornato a casa più di quarant’anni dopo, per trovarsi davanti, paradossalmente, se stesso ventenne, nella sua quotidianità di allora, quando non sapeva di essere giovane e s’illudeva di avere il destino in mano e la felicità ad attenderlo dietro l’angolo. Come se si fosse aperto un varco nella barriera del tempo, come se i vari universi paralleli convergessero in uno stesso luogo, i due Paul si ritrovano a confrontarsi con riflessioni coinvolgenti ed ironicamente serie da ciascuno dei due punti di vista: il se stesso giovane e il se stesso anziano.

Un giovanotto di circa vent’anni si ritrova improvvisamente osservato da un vecchio ottantenne che lo scruta con aria compassionevole. Quello che il giovanotto non sa è quel vecchio è proprio lui, con sessant’anni di più sulle spalle. E lo sguardo di quel vecchio è pieno di compassione perché sa esattamente come sarà la vita del giovanotto, quali saranno i suoi dolori, le sue gioie, le sue ansie, i suoi sbagli.

L’opera alterna capitoli in cui la voce narrante è quella del giovane Paul ad altri in cui a prendere in mano la narrazione è il Paul ottantenne. Gli stessi episodi vengono analizzati dai due diversi punti di vista mettendone in evidenza le differenze; quello che il giovane Paul viveva con eccitazione e incoscienza, o in altri casi con insofferenza e spirito di ribellione, viene rivisto con maturità e saggezza dal vecchio Paul, offrendone un’interpretazione inevitabilmente diversa, carica di giudizi e consigli.
Ci troviamo dunque di fronte a un’opera che non si svolge su due piani temporali distinti come si potrebbe erroneamente pensare, poiché il vecchio Paul ha la possibilità di vivere contemporaneamente a quello giovane, bensì su un unico piano, quello della vita di Paul, che viene vissuta in tempo reale e allo stesso tempo dissezionata dagli occhi esperti di chi quegli avvenimenti li ha già vissuti sulla propria pelle.
Quando i due Paul s’incontrano per la strada, o si sfiorano lungo le pieghe della notte, sembra quasi che il giovane Paul percepisca che quella figura smorta e inconsistente lo giudichi con sussiego; le sue reazioni sono quasi sempre rabbiose sebbene nemmeno lui riesca a spiegarsene le ragioni.

Analizzando i contenuti è inevitabile soffermarsi sulla trasformazione spirituale e morale di Paul, sulle ferree convinzioni giovanili sgretolate dagli anni e dalle esperienze. Viviamo la sua metamorfosi in anticipo rispetto al protagonista, un cambiamento graduale ma progressivo che è un po’ quello di qualunque essere umano. Gli ardori della giovinezza si spengono pian piano, le teorie rivoluzionarie lasciano il passo al bisogno di stabilità, l’ingranaggio della vita lo risucchia nonostante lui provi a opporre una fiera resistenza.

Il tentativo è interessante, ma l’autore incappa in errori che compromettono la riuscita dell’esperimento. I capitoli del giovane Paul, per esempio, sono già l’anticipazione di cosa ci dirà il Paul anziano: nelle parole del ventenne rivoluzionario si scorge già l’ombra del giudizio, l’incoscienza e la voglia di cambiamento non sono mai vere protagoniste perché sempre velate da una patina di consapevolezza, maturità ed esperienza che stona con il personaggio descritto. C’è anche un altro problema che riguarda la crescita di Paul, o almeno il suo percorso verso la maturità, ed è il fatto che il lettore capisce che qualcosa stia cambiando solo perché gli viene detto: non c’è sufficiente capacità di mostrare gli eventi, non c’è possibilità di permeare il substrato emotivo di Paul affinché ci si senta protagonisti del suo cambiamento.

Strutturalmente l’opera crea delle aspettative – non so quanto questo sia voluto – che poi non riesce a mantenere: ci si aspetta di leggere la vita di Paul segnata dalle esperienze in Vietnam, di capire perché abbia deciso di lasciare l’Italia per un paese lontano e sicuramente non inflazionato dall’emigrazione, invece niente. Tutto il romanzo si basa sulla frustrazione di Paul, sul suo essere un giovane senza prospettive eppure non succede niente: nonostante il vecchio Paul torni più volte con i ricordi alla sua esperienza vietnamita, la storia s’interrompe ben prima che il giovane Paul decida di partire. E in questa situazione d’immobilità dove a far da padrone è solo lo stallo, paradossalmente a essere più dinamico è proprio il vecchio, che nel finale ci offre la possibilità di capire come la vita, quando pensi di averla ammaestrata e dominata, riesca sempre a sorprenderti.

Dal punto di vista ritmico l’opera è molto lenta, proprio perché ci si sofferma due volte sugli stessi avvenimenti. Ma non solo: la scelta di arricchire il testo con una valanga di citazioni non si rivela particolarmente azzeccata, considerando che il racconto già di per sé è ripetitivo e farraginoso. La voce narrante incede spesso in dissertazioni pseudo-filosofiche su questo o quell’argomento, proprio come farebbe un anziano di fronte a un giovane scapestrato (sulla falsa riga di “eh, ai miei tempi…”) andando a compromettere ulteriormente la fluidità della lettura. Inoltre c’è da notare come il tentativo di prodursi in un gergo giovanilistico negli episodi che vedono protagonista il giovane Paul appaia anacronistico e forzato, compromettendo la spontaneità e la verosimiglianza dei dialoghi.
Anche qui come in molti altri casi sono presenti gli errori più comuni alle autoproduzioni: impaginazione approssimativa, punteggiatura usata male, norme redazionali sballate.

Nonostante gli errori macroscopici, tra le righe si scorge una buona capacità affabulatoria: qualche pregevole dissertazione qua e là arricchisce un testo altrimenti noioso e molto ripetitivo.

Nel complesso “Si dice che si vive una volta sola ma purtroppo non è sempre così” è un’opera potenzialmente ricca di spunti che avrebbero dovuto essere lavorati meglio.

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PIROZZI, Gianluca – Nell’altro

Titolo: NELL’ALTRO
Autore: GIANLUCA PIROZZI
Editore: I LIBRI DI EMIL / ODOYA
Numero di pagine: 240
Prezzo: 16 Euro
ISBN: 978 888 6680 004 0

VALUTAZIONE: ottimo

Con un ritmo scandito da andate e ritorni, nuove partenze, soste e improvvise riprese, Francesco, Pietro, Lucia, Viola, Gianni, Zoe e tutti gli altri protagonisti di Nell’altro passano da un’epoca all’altra, da una città italiana a un paese straniero, da un accadimento improvviso a eventi che prendono forma con tempi più lenti, il tutto seguendo un itinerario emozionale che, proprio perché reale, mantiene intatta un’assoluta purezza, capace di incarnare alla perfezione una delle massime più belle di Goethe: «Vivere con qualcuno o vivere in qualcuno fa gran differenza. Vi sono individui nei quali si può vivere senza vivere con essi, e viceversa. Riunire le due cose è dato solo all’amore e all’amicizia pura».

“Nell’altro” non può considerarsi un romanzo nel senso stretto del termine, poiché non ne presenta la struttura classica che – semplificando ai minimi termini – prevede un esordio, uno sviluppo e uno scioglimento. Eppure, man mano che si va avanti nella lettura, questi elementi vengono a galla e accompagnano per mano il lettore in maniera non convenzionale durante tutto il percorso verso la conclusione.
Ci troviamo infatti di fronte a una serie di racconti in prima persona – tranne nel prologo e nell’epilogo dove la focalizzazione viene spostata all’esterno – ambientati in luoghi ed epoche diverse. Ognuno di essi analizza una porzione di vita, un fatto specifico, un ricordo particolare delle persone che lo raccontano; episodi che s’intrecciano fino a formare un mosaico ricco di sfaccettature e punti di vista, un intarsio di rivelazioni che danno lentamente corpo alle intuizioni o le smentiscono in maniera netta, perché le figure in questione sono tutte legate da qualche relazione, famigliare o sentimentale.

In una lunga staffetta emozionale, Pirozzi ci guida attraverso le vite di Gianni, Lucia, Francesco, Marta e gli altri facendoci vedere il mondo – il loro mondo – con gli occhi dei protagonisti, assumendo di volta in volta un ruolo diverso, raccontando gli stessi episodi con sguardo diverso. Vite che si sfiorano, episodi che danno un senso all’insieme e che visti nel complesso vanno a formare una rete annodata con intelligenza e maestria.
Ogni avvenimento infatti è correlato a un altro, a livello puramente empatico in alcuni casi, a un livello più fisico e tangibile in altri, regalando al lettore il gusto di scoprire pian piano quali siano le relazioni che legano le varie voci narranti.

La grande abilità e la perfetta armonia di “Nell’altro” risiedono principalmente nel riuscire a calarsi a pennello nei panni che di volta in volta l’autore decide di indossare: bambina ingenua, donna in carriera, marito frustrato, moglie inconsapevole, adolescente autistico. Non si avverte mai l’impressione di trovarsi di fronte a un personaggio costruito a tavolino, a uno sforzo d’immedesimazione: tutto è fluido, naturale e armonioso, come se veramente, di capitolo in capitolo, a prendere in mano la penna e a raccontarsi fosse qualcuno di diverso.

A livello di contenuti, “Nell’altro” è un’opera profonda e intima, in grado di toccare corde nascoste che continuano a vibrare in fondo all’anima ben oltre l’ultima pagina; un testo ricco di significato narrato con estrema semplicità, in grado di regalare emozioni di grande impatto e allo stesso tempo rimanere sotto pelle a lungo. C’è tanta durezza tra queste pagine, c’è la ruvidezza spietata della vita in tutte le sue espressioni, ma c’è anche tanto amore, senza colore né razza né orientamento sessuale.

Nulla da dire sullo stile – cristallino, lineare e scorrevole, armonioso e delicato nei modi ma feroce e violento nei significati – né sulla cura editoriale, che appare perfetta e priva di sbavature.

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GENTILE, Antonio – I cavalli delle giostre

i cavalli delle giostre_coverTitolo: I cavalli delle giostre
Autore: Antonio Gentile
Editore: Anordest
Pagg: 223
Prezzo: 12,90
[xrr rating=5/5]

Lorenzo e Letizia, due fratelli, due vite sospese in una dimensione surreale, nel tentativo di guarire le ferite dell’infanzia, segnate come marchi a fuoco sulla pelle. Cicatrici che li condizioneranno fino all’adolescenza, li faranno allontanare dalla realtà e perdere nel bisogno di liberarsi, come i cavalli delle giostre di un vecchio luna park abbandonato, dove andavano a giocare da bambini. Su strade parallele, i loro destini s’incrociano con quelli di Matteo e Cecilia. Due incontri inaspettati, singolari, irrazionali come il contatto del nulla con l’infinito, della materia con l’antimateria, che li riporteranno ad una dimensione compiuta, scoprendoli fino al punto più profondo dell’anima.

I cavalli che vivono prigionieri delle giostre sono costretti a girare in tondo ogni giorno della loro vita, e il sogno fanciullesco di Lorenzo e Letizia è renderli liberi; di notte sgattaiolavano a liberarli, sperando ogni volta che fosse per sempre.
Anche se l’infanzia dei due fratelli finisce per scontrarsi col mondo e restarne bruciata, Lorenzo e Letizia proseguono la loro vita spinti da quello spirito iniziale, alla ricerca di ciò che hanno perduto: camminano lungo la vita con sentimento, trovandosi inevitabilmente a incrociarsi con altre persone guidati dalla stessa visione del mondo.
La narrazione delle loro vite è continuamente riflessa in quelle arti che trasmettono emozioni senza parlare: musica, pittura, fotografia; e il tutto raccontato senza mai perdere il tono leggero e evocativo del mondo indistinto e sensibile, in qualche modo semplice e innocente, percepito nei primi anni dell’esistenza.

Dei personaggi viene detto quanto necessario per il proseguimento delle narrazioni. Di Lorenzo, Letizia, Matteo, Cecilia non sappiamo quasi altro di quei pochi tratti raccontati e di ciò che è funzionale alla storia; il resto è lasciato nel mondo indistinto, non serve né si avverte alcuna sensazione di mancanza: questi pochi elementi sono sufficienti a delineare personaggi concreti, dando loro unicità e profondità.

Antonio Gentile sceglie di raccontarci questa storia attraverso le sensazioni e le emozioni che la vita suscita nei protagonisti, piuttosto che nella descrizione estensiva degli eventi e dei pensieri; e sceglie di farlo con uno stile che si avvicina ai versi di una poesia: brevi frasi cariche di significato che piuttosto di dar vita a un discorso complesso, vanno a comporre un piccolo quadro che rappresenta l’importanza di uno, o pochi momenti fondamentali.
La narrazione procede così con una successione di brevi capitoli, ciascuno in piccolo quadro che apre e chiude un momento significativo della vita, tanto che ogni capitolo si richiude su sé stesso, terminando nel richiamo della situazione iniziale. È così che il lettore viene accompagnato, per brevi e intensi episodi, nelle storie intrecciate dei protagonisti.

Lo stile di scrittura riesce molto bene a trasmettere quelle emozioni con cui si vogliono rappresentare i singoli eventi.
Si nota l’assenza di uno spessore di nozioni sul passato, che spieghino sia le situazioni in cui di volta in volta si viene catapultati, sia le ragioni dei comportamenti dei protagonisti. Leggendo il libro come una serie di quadri e accettando solo quello che l’autore vuole comunicare, queste spiegazioni sarebbero inutili, o addirittura dannose all’atmosfera: il libro è una sequenza emotiva, più che una storia narrata, e così secondo me deve essere letto.
È facile che questo tipo di lettura abbia bisogno di tempo, e di pause, perché nello scorrere delle pagine si sente il continuo iniziare e interrompersi di una narrazione in cui ogni capitolo vuole quasi essere letto a sé; non è un racconto per esser letto tutto d’un fiato, come non lo sono i libri di racconti o di poesie.