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I sette vizi scrittevoli

Molte case editrici non hanno modo, tempo o voglia di rispondere allo scrittore esordiente che invia loro il proprio manoscritto. È così che si alimentano insicurezze e domande: perché? Sarà per la forma, il contenuto, l’idea oppure la trama?

Grazie a Mondoscrittura, nell’ultimo anno ho avuto modo di visionare un discreto numero di manoscritti inediti e opere prime. Devo dire che qualche risposta alle “angosciose domande”sono riuscita a darmela. Ogni volta che ricevo un file, dopo averlo aperto, vorrei chiedere all’autore: ma lo avresti mandato in questo stato anche a una CE? Non lo faccio, ma sono tentata di credere che la risposa sarebbe “sì”, magari seguito da un ingenuo, quanto inopportuno, “perché?”.

Avrei potuto definire “errori” quelli che comunemente commettono gli esordienti. Ma sono così gravi, reiterati e costanti che mi hanno invece fatto venire in mente…

 

ACCIDIA

torpore malinconico, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene

«Scrivo perché mi libera, perché è la mia passione e il mio sogno. Ho anche la fortuna di farlo grazie a word, o similari. Ma, ehy, perché dovrei prendermi la briga di apprenderne e utilizzarne le potenzialità?» L’esordiente accidioso nemmeno pensa che sia giusto impaginare il proprio testo. Carattere minuscolo, assenza totale di interlinea, paragrafi a bandiera. Che l’editore perda pure la vista, nel disperato tentativo di leggere il romanzo del secolo, e se ha problemi che se lo impagini da solo! L’esordiente ha di meglio da fare. Spesso non compie nemmeno l’enorme sforzo di dare un titolo al proprio capolavoro, né di corredarne l’invio con due righe di presentazione. L’oggetto della mail? Che è, roba che si mangia?

 

AVARIZIA

desiderio irrefrenabile dei beni temporali

Le virgole costano care, lo sapevate? E anche il punto fermo e il punto a capo, se è per questo. L’esordiente avaro li conserva per il futuro: ne ha acquistati una scorta che deve bastare per tutti i dieci romanzi della saga che ha già in mente di scrivere. L’editore non ha risposto? Magari è morto senza fiato, in apnea, nel tentativo disperato di leggere un periodo di ventiquattro righe.

 

GOLA

abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo

Il vocabolario è stracolmo di belle parole, strumento indispensabile per chi vuole fare della scrittura la propria forma d’arte. Ma l’esordiente goloso non si sa controllare: vede brillare la vetrina e si impegna per mangiare tutto il bancone. Incapace di scegliere, utilizza tre aggettivi per un singolo sostantivo, rispolvera verbi che anche la mia bisnonna considerava desueti, si impegna a trovare il sinonimo più improbabile per rendere esotica e misteriosa la propria prosa. Il risultato? Ovviamente una bella indigestione, se non proprio due dita in gola.

 

INVIDIA

tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio

«Eppure scrivo bene, benissimo. Sono nato con il desiderio di scrivere, scrivo su qualsiasi superficie riesca a contenere i miei pensieri. E allora perché i forum sono invasi di gente che ha pubblicato e io ancora no?»

L’esordiente invidioso non si capacita della propria sfortuna. Vede macchinazioni e raccomandazioni ovunque: quella è la fidanzata di tizio, quello è il leccapiedi di caio, quello ha pagato per pubblicare ma non lo ammetterebbe mai. E si sicuro non si chiede se, per caso, sia stato un po’ “avventato” spedire il proprio saggio sulla riproduzione dei coleotteri a una casa editrice che pubblica prettamente erotico e horror.

 

IRA

irrefrenabile desiderio di vendicare violentemente un torto subito

«Ecco in vendita il mio manoscritto!» pubblicato con una piccola CE oppure self published. Cosa c’è di meglio di una bella recensione per farlo conoscere e apprezzare? E allora via, a spedire (finanche a spammare) il pdf a tutti coloro che avranno la bontà di leggerlo e scriverci sopra un commento. Ma l’esordiente iroso non conosce il significato della parola recensione: egli la intende come “lode sperticata al suo genio e talento”. Guai all’onesto lettore che, dopo essersi sciroppato più di cento cartelle di errori grammaticali, obbrobri redazionali e corbellerie varie, decida di farglielo notare. Ecco che inizia la risentita polemica, astiosa fino a rasentare la psicotica diatriba. Mi pare ci fosse pure una bella parabola, al riguardo: se non erro parlava di una trave e di una pagliuzza…

 

LUSSURIA

desiderio irrefrenabile del piacere fine a se stesso

Si dice che sesso e denaro facciano (ahimè) girare il mondo. Non vi siete mai imbattuti nell’esordiente lussurioso? Lui è convinto che presto giacerà con la migliore delle amanti: il pubblico. Scrive non pensando al punto di vista, alla trama e nemmeno alla sintassi. Scrive pensando alle copie in vetrina, a quale foto metterà nella quarta, all’autografo con dedica per chilometri di ragazzine in estasi. Sogna di essere la Rowling,  oppure King, ma si accontenta anche di Dan Brown o Moccia, in mancanza di meglio. L’importante è che accada presto, prestissimo, domani. Ops: ma il romanzo è ancora fermo a pagina tre? Dettagli!

 

SUPERBIA

desiderio irrefrenabile di essere superiori, fino al disprezzo di ordini, leggi, rispetto altrui

«La mia idea è originale è innovativa: una trama a cui nessuno ha mai pensato prima» dice l’uno. «Eppure molti sostengono che tutte le storie sono già state scritte, e che uno scrittore possa soltanto crearne una propria particolare versione…» risponde, timido, l’altro. «Ah, io non me ne interesso: i corsi non servono a niente, né tantomeno studiare per diventare scrittore. Per scrivere ci  vuole solo talento» conclude l’esordiente superbo, intimamente convinto di esserne intriso.

  

 … E  LE TRE VIRTU’ SCRITTEVOLI

Per fortuna, nel mondo dell’editoria ci sono anche autori esordienti ricchi di rare ma preziose virtù.

 

FEDE

L’esordiente che legge molto, scrive tanto e studia ancora di più, è colmo di fede. Sa che non sarà facile emergere, è consapevole che il primo romanzo sarà una mezza schifezza e il secondo pure. È consapevole che dovrà fare gavetta, passando da una micro casa editrice sconosciuta e non distribuita all’altra, prima di farsi conoscere nel settore e nel contempo apprenderne i meccanismi. Partecipa a concorsi per antologie di racconti, si reca alle fiere non armato di sinossi ma di tanta buona volontà. Ha fiducia che il lavoro e la costanza, alla fine, vengano sempre premiati.

 

SPERANZA

Dopo aver completato il proprio romanzo, avendo cura che sia il più corretto possibile nella forma e il più coerente possibile nei contenuti, l’esordiente baciato dalla speranza inizia a inviarlo alle case editrici. Le seleziona accuratamente, dopo aver preso visione del catalogo e delle modalità di invio. Si prepara una lista, dove spunta di volta in volta i rifiuti che arrivano in base ai tempi di attesa enunciati sul sito. Non tempesta le redazioni di telefonate, non subissa di mail l’indirizzo info@… fino a farlo scoppiare. Aspetta, e spera. Ma nel frattempo non muore disperato: scrive il romanzo successivo, che in ogni caso sarà migliore del precedente.

 

CARITA’

Rari, ma pur sempre vivi e vegeti, sono gli esordienti illuminati dalla vera carità. Sono quelli capaci di distinguere la propria lista della spesa dagli aforismi di  Oscar Wilde, che grazie a questa consapevolezza risparmiano l’universo dei lettori, tenendola gelosamente nel proprio cassetto.

Un pensiero su “I sette vizi scrittevoli

  1. Ottimo post, che leggo solo ora.
    In quale categoria mi sono riconosciuto?
    Per onestà intellettuale prendiamone una dai vizi ( la superbia, ma poco…) e una dalle virtù ( la speranza, tanta ).
    Per completezza d’informazione a questo post cito un autore che non amo particolarmente ( vedi l’ammissione del mio unico e trascurabile vizio ) ma quel poco che amo di lui lo amo davvero.
    E nessuno si senta escluso, vizi o virtù che vi riconosciate.

    IL CODICE LETTERARIO DI UMBERTO ECO

    1. Evitate le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
    2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
    3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
    4. Esprimiti siccome ti nutri.
    5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
    6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
    7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
    8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
    9. Non generalizzare mai.
    10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
    11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.
    12. I paragoni sono come le frasi fatte.
    13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
    14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
    15. Sii sempre più o meno specifico.
    16. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
    17. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
    18. Metti, le virgole, al posto giusto.
    19. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non sempre è facile.
    20. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
    21. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
    22. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
    23. Gli accenti non debbono essere né scorretti né inutili, perché chi lo fa sbaglia.
    24. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
    25. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
    26. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
    27. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche e simili.
    28. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del “5 maggio”.
    29. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
    30. Pura puntiliosamente l’ortograffia.
    31. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
    32. Non usare mai il plurale maiestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
    33. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
    34. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiono come altrettante epipfanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
    35. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
    36. Una frase compiuta deve avere

    E per concludere, sperando di non aver abusato di troppo spazio, mi sento di dissentire con Amelia su una cosa: a proposito dell’invidia, ma cosa c’è di più erotico e horror della riproduzione tra coleotteri?

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