Ghebreigziabiher, Alessandro – L’intervallo

Titolo: L’intervallo
Autore: Alessandro Ghebreigziabiher
Editore: Intermezzi Editore
Genere: Urban fantasy
Pagine: 245
Prezzo: € 5,00 versione e-book
ISBN: 978-88-903576-1-9

L’intervallo è la storia di Mario, l’eroe del terzo millennio. Il prescelto è un uomo qualunque, uno come tanti. Solo qualcuno capace di vincere le proprie paure riuscendo a non fare pipì. Mario vive a Roma ed è un esperto viziato. La sua vita procede tranquilla, come un noioso film. Ed è proprio nell’intervallo di uno di questi, al cinema, abbandonando gli amici per andare al bagno, che il nostro verrà catapultato in un’avventura rocambolesca, della quale si ritroverà inaspettatamente eroe riconosciuto.

TRAMA

Chi lo dice che andare al cinema non è un’attività ad alto rischio? Mario beve un po’ troppa Coca-cola, e il bisogno di urinare lo conduce non in bagno, bensì in una Roma alternativa e parallela a quella in cui ha sempre vissuto.  In questa nuova Roma, con il cielo che sembra disegnato da un bambino (sempre meglio che dallo smog) Mario inizia quello che è a tutti gli effetti un Viaggio dell’Eroe, o meglio un ‘viaggio dell’eletto’. Incontra un guru molto poco ortodosso, dei compagni di viaggio talmente sui generis da far impallidire qualsiasi Compagnia dell’anello, due gruppi di estremisti che interpretano la vita secondo ferree regole di comportamento. Sulla storia incombe l’ombra nera di Malindrus, il sorcio infame che sodomizza tutti con la paura, insieme all’ironica capacità dell’autore di rendere metafora divertente ogni aspetto della quotidianità, dalla politica al trash in tv. Quando il termine del viaggio sembra ormai raggiunto, scopriamo che Mario ha un asso nella manica: perché lui, di farsi imbrigliare nello stereotipo dell’eroe, proprio non ne vuole sapere.

PERSONAGGI

Il romanzo di Ghebreigziabiher è ricco di personaggi freschi e divertenti, che si accomodano nel salotto della memoria senza nessuna intenzione di andarsene. Mario è un protagonista a tutto tondo, con le sue fragilità e le sue certezze: tuttavia lo scopriamo per quello che è solo nella Roma alternativa, dove appare in tutta la propria tridimensionalità, a differenza dell’inizio del romanzo, dove la voce narrante ce lo descrive decisamente piatto e monocorde. I numerosi amici che incontrerà durante il suo viaggio sono, ognuno a proprio modo, dei coprotagonisti: Milo e la sua convinzione di essere un bambino, non per l’aspetto esteriore ma per la sua anima pura;  Malachia, ex eletto con un forte desiderio di rivalsa ma la difficoltà a tenere a freno le emozioni; perfino Kurpatiello, il ratto trasformato in cane, ha una personalità ben definita pur non pronunciando mai (ovviamente) nemmeno una frase. Poi c’è il Baffo (un piccolo Dio in miniatura che mi ha ricordato il Baffometto), Amilcare con la vocetta deformata dagli steroidi, Teodoro il coach muto, Girolamo che tenta di nascondere le origini campane e innumerevoli altri. Una fra tutti, però, spicca rubando la scena a Mario come protagonista: Stella, il travestito barese compagna di Amilcare. Il suo ‘velato’ dialetto, l’incapacità cronica di utilizzare termini esatti e una semplicità di pensiero disarmante strappano più di una risata di cuore al lettore.

Meritevoli di comparire come personaggi sono anche le categorie e i gruppi generati dall’autore: gli imbracchi (adulti vecchi dentro) i narcisisti e i depressi. La storia di Nicolai Barlokkin fondatore dei depressi e la spiegazione della differenza tra narcisista e coatto sono vere e proprie perle.

STILE E FORMA

Lo stile di questo romanzo è fluido e scorrevole. L’autore mette in secondo piano la prosa per portare alla ribalta la metafora e l’ironia, con un risultato sorprendente. Le pagine corrono via veloci e gustose. Nel testo si trovano disseminate numerose riflessioni profonde e pregevoli.

Si  denota tuttavia una scarsa cura nella revisione della bozza: permangono le d eufoniche, l’utilizzo smodato di punto esclamativo e punto interrogativo insieme, diversi refusi specie nella parte della prigionia di Stella.

GIUDIZIO

Questo romanzo mi ha stupita all’inizio come in coda. L’esordio spiazzante è solo una mia colpa: il maledetto vizio di non voler mai leggere la quarta di copertina, per salvarmi dallo spoiler, mi ha catapultata in un urban fantasy quando invece credevo di avere in mano un classico mainstream. Ho faticato a entrare nel “mondo straordinario” di Mario, ma una volta compreso il meccanismo mi sono trovata completamente a mio agio, desiderosa di sapere come l’autore avrebbe sciolto la complicata e funzionale architettura messa in piedi. E la soluzione è stata quanto mai inaspettata: gli elementi per una perfetta struttura alla Vogler c’erano tutti, così come numerosi indizi sui possibili finali previsti. Invece Ghebreigziabiher ti spiazza sul finale, congedando gentilmente tutte le convenzioni da perfetta sceneggiatura americana e rifugiandosi in un inatteso finale pirandelliano.

VALUTAZIONE: 

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