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[Quattro chiacchiere con…] LUCA DUCCESCHI

Tratto da “Storie dall’Antro”, Gennaio 2012.

Luca Ducceschi, nato a Sesto San Giovanni (Milano) nel 1977, per vivere fa l’educatore in una comunità psichiatrica, e nei ritagli di tempo, tra un cambio di pannolini e una partita della sua amata Inter, scrive. Scrive tanto e scrive bene, al punto che nel 2011 ha già tre romanzi all’attivo, oltre a diverse partecipazioni in antologie di racconti sparse in giro per la rete. Predilige storie horror, noir e pulp ma non disdegna altri generi, come l’erotico e il mainstream.

La sua produzione si compone di due romanzi e un’antologia di racconti:

– Ci piacevano i Gansendrosis, Montag, 2008
– Gioco di voci, Creativa Edizioni, 2008
– In questo libro c’è il Diavolo, Montag, 2010

Ciao Luca, e benvenuto su Mondoscrittura. Iniziamo con una domanda che interessa molti dei nostri lettori: quanto tempo hai impiegato e come ti sei mosso per trovare un editore al tuo primo romanzo?

Ho avuto fortuna. Credo di averlo inviato solo a una mezza dozzina di editori, da Fazi in giù, e iscritto a un paio di concorsi banditi da case editrici. Finalista in uno, vincitore nell’altro. E anche una proposta di pubblicazione ricevuta dopo avere firmato il contratto con Montag.

Ho avuto il piacere di leggere ‘Gioco di voci’, un romanzo piuttosto borderline, forse più vicino al mondo del porno che a quello dell’erotico. Qual è secondo te – se c’è – il confine tra queste due forme artistiche? È difficile per un autore italiano riuscire a pubblicare un’opera che tratta simili tematiche?

Rispondo con un aforisma di Tinto Brass: la differenza tra erotismo e pornografia è la stessa che c’è tra una fellatio e un pompino. Volendo approfondire il discorso (ne parlavo poco tempo fa con l’amico Xlater, scrittore di racconti erotici che considero la fonte primaria di ispirazione per il romanzi in questione) si potrebbero anche tirare in ballo impressionismo o espressionismo. E tanto altro. Beninteso, non condanno né erotismo né pornografia. Però il primo mi annoia. Sulle difficoltà per la pubblicazione: onestamente credo di sì. Sono poche le case editrici (editore è colui che paga un autore e non viceversa) che hanno a catalogo collane dedicate all’eros. Difficile ma non impossibile, attenzione. La rete offre comunque possibilità e soprattutto visibilità per gli appassionati. E c’è anche il nascente mercato degli e-book a proporre scenari ed editori interessanti. Un consiglio: pubblicare in digitale non vuole dire caricare il proprio file su una piattaforma e renderlo fruibile. Pubblicare, a mio parere, vuole dire sempre e comunque affrontare una selezione e lavorare sull’editing.

Durante le fasi di editing di ‘Gioco di voci’, l’editore è intervenuto per tagliare scene che riteneva eccessive, o ti ha lasciato piena autonomia in tal senso? Trattandosi di un romanzo destinato a un pubblico adulto, come vi siete mossi per la sua promozione? Mi sembra che ‘Gioco di voci’, tra i tuoi tre titoli, sia quello meno conosciuto. È un caso?

L’editore ha deciso di puntare su “Gioco di voci” dopo molte perplessità convinto da un solo elemento: quella che era, a suo parere, una buona scrittura. E la buona scrittura non necessita di giustificare ciò che racconta. L’unica cosa che mi è stata chiesta di tagliare è una bestemmia durante un orgasmo (non ancora al livello di potermele permettere in un testo edito come per esempio un Jean-Christophe Grangé, per citare il primo che mi viene in mente). In fase di editing abbiamo comunque tagliato, aggiunto, in alcuni casi scritto ex novo interi capitoli, ma solo al fine di migliorare il testo, non di edulcorarlo.
“Gioco di voci” è stato presentato al Pisa Book festival e al Salone del libro di Torino, oltre che in librerie minori e in un paio di locali. In generale, è forse il mio libro meno pubblicizzato, ma risulta essere quello che ha venduto di più. So che è finito anche come dono aggiuntivo in un centinaio di cesti natalizi di una pasticceria del piacentino, per esempio. Ed è anche il libro di cui più persone mi hanno chiesto in privato, in prevalenza donne e over 40. Il che dà molto da pensare. Certe cose sporcaccione evidentemente non si dicono ma si fanno. Non oso immaginare cosa possa accadere ad autori più affermati.

La tua penna è piuttosto caustica, ai confini dell’irriverenza e sempre sull’orlo dell’eccesso. È una precisa scelta di marketing o semplicemente il tuo modo d’interpretare la vita? 

La seconda che hai detto.  Ammetto però che non avrei problemi a farne una questione di marketing, così come non ne ho nello scrivere. Ho un approccio alla scrittura molto professionale, nel senso che, se capita, quel che mi chiedono scrivo, se pensano che io sia in grado di farlo. Nulla vieta per esempio a un ottimo chitarrista di fare il turnista per una boyband di sfigati e poi scatenarsi a coverizzare Slayer o Skid Row per passione.

Sei mai sceso a compromessi per pubblicare i tuoi libri? 

No, aspetto ancora che la piacente proprietaria di una casa editrice mi inviti per un weekend di lavoro a Cap d’Agde.

Hai mai ricevuto un rifiuto? Ci sono opere rimaste nei tuoi simbolici cassetti perché nessuno le ha mai volute?

Naturalmente sì, sono molte più le opere non pubblicate di quelle pubblicate. La considero un’opportunità. Però, crescendo pian piano, succede anche il contrario: che sia l’autore a rifiutare proposte editoriali (sempre al netto degli editori che chiedono agli autori di comprare le copie; si tratta di soggetti che non prendo neppure in considerazione quando penso alla parola ‘editore’).

Sei mai entrato in contatto con un big dell’editoria? Hai mai ricevuto proposte di collaborazione da nomi importanti?

Alcuni miei romanzi sono stati letti da autori noti, in alcuni casi autori che leggevo e ammiravo da ragazzino. Per esempio Stefano Massaron, traduttore di Coe, Lansdale, Deaver e tanti altri oltre che Giovane Cannibale, che in un’occasione ha anche chiesto (lui a me) di presentare “In questo libro c’è il diavolo”. Una cosa che mi ha riempito di gioia, inutile dirlo. Ci sono poi anche altri scrittori o personaggi importanti del mondo dell’editoria con cui, grazie a conoscenze reciproche o ai social network, ho occasione di confrontarmi e scambiare pareri. In alcuni casi i rapporti si mantengono poi anche sul piano personale, in contesti che esulano dal solo mondo della scrittura. Poi ci sono situazioni particolari, in cui ti senti un po’ come Forrest Gump, o quelle vecchie puntati di Beverly Hills 90210 con Brandon Walsh che va da Clinton (anche se Bill, sono certo avrebbe preferito Brenda). Per esempio, alcune settimane fa, Altrisogni ha organizzato una cena tra autori, c’erano Altieri, Vergnani, Di Marino, lo stesso Massaron e altri, e mi ha fatto uno strano effetto essere tra gli ‘autori’ e non dall’altra parte. Proposte di collaborazione importanti (per me): sì, ne ho ricevute. Spero di poterne parlare presto.

Parliamo della tua produzione. ‘Ci piacevano i Gansendrosis’ è un romanzo non di genere sulle tematiche giovanili. ‘Gioco di voci’ è un’opera erotica, ‘In questo libro c’è il Diavolo’ è un’antologia di racconti horror, thriller e noir.  Non temi che spaziare troppo tra i generi possa essere penalizzante, per un emergente che ha bisogno di crearsi uno zoccolo duro di pubblico? E qual è, tra i tanti che hai affrontato, il genere in cui ti trovi più a tuo agio?

Rispondo prima all’ultima domanda: il genere che prediligo è il noir, pur avendo pubblicato al momento solo un paio di racconti di quel genere. Giusta la considerazione sul pubblico, ma al momento ho un’altra ambizione: quella che i lettori si affezionino alla mia scrittura e al mio stile, prima che ai miei argomenti. Che poi, a ben vedere, hanno anche molti punti in comune. Sesso, morte, buchi neri dell’anima, risate e lacrime che si rincorrono e si alternano sono elementi che ricorrono in tutte le mie pubblicazioni che hai citato. Io voglio raccontate personaggi e storie. Che finiscano a letto tra loro o che finiscano in una casa stregata, cambia poco. In ogni caso nei miei scritti è la vita vera a fare paura, più dei mostri o degli assassini seriali.

Sappiamo che oltre a essere uno scrittore, sei anche un ghost writer, ossia scrivi su commissione. Quali sono le tematiche che ti vengono proposte più spesso, e, se puoi dircelo, qual è il ritratto dell’utente finale medio di un ghost writer?

Divido la risposta in due tronconi. Nel 99% dei casi il mio ghostwriting è nel settore dei racconti o dei romanzi per adulti, e lavoro con portali che si rivolgono a privati lettori, non a editori. Quindi il ritratto dell’utente medio è quello di una persona che ama la scrittura erotica (o pornografica) ma non si accontenta di leggere storie con personaggi inventati, e desidera che le sue fantasie personali prendano forma su carta. Conosco però altri ghostwriter per così dire tradizionali, e l’utente finale medio è un editore che dice “mi serve entro tot un romanzo di x cartelle che parli del tale tema”. E a secondo delle tematiche richieste, ci sono diverse specifiche. Per esempio, soprattutto nelle storie per ragazzi, è bene non fare fumare i cattivi, per evitare processi di identificazione con eventuali genitori fumatori. Non chiedermi altro, me l’hanno raccontata così. Se ben ricordo.
Aggiungo che nell’ultimo anno ho anche dovuto scrivere su commissione racconti firmati da me e che mi sono stati richiesti per antologie a tema. Non è esattamente ghostwriting, ma il concetto non cambia: ti devi mettere a tavolino e inventare una storia secondo specifiche determinate da altri. Lo trovo molto divertente e stimolante.

Siamo curiosi di sapere come lavora una piccola casa editrice indipendente. Sei stato seguito durante le fasi di produzione dei tuoi manoscritti? Ti è stato affiancato un editor? Ti è stata data la possibilità di scegliere le copertine?

L’editing è sempre avvenuto con giro bozze via e-mail. In tutti i casi costruttivo ed edificante, c’è sempre da imparare, e so di essere un autore con un grosso bisogno di un editor prima di trovare la forma definitiva a un racconto o a un romanzo. Scrivere è umano, editare è divino. Sulle copertine: in alcuni casi non mi è stato chiesto nulla, in altri di dare un parere (comunque non vincolante) su una rosa di tre o quattro immagini. E mi va benissimo così. Fare il grafico non è il mio mestiere, così come non è il mio mestiere quello di portare in libreria le copie del mio lavoro da vendere. Io vado a presentare, e giro spesso, se necessario dormendo in auto o in stazione, ma non mi occupo e non mi voglio occupare di altro che sia scrivere e parlare della mia scrittura. La copertina è fondamentale in un libro, e non è detto che il mio gusto corrisponda a quello del target cui l’editore si rivolge. Anzi, devo dire che così a istinto diffiderei di un editore che facesse scegliere lecopertine agli autori. Anche Steve Harris del resto ha fatto disastri incredibili quando ha deciso di produrre gli album degli Iron Maiden anziché limitarsi a suonare.

Con riferimento alle tue esperienze editoriali, hai qualche rimpianto o ti ritieni soddisfatto?

Nessun rimpianto, e lo dico con il cuore in mano. Tipico per uno che scrive horror. Anche perché sono in giro da soli quattro anni, che per quelli che sono i tempi editoriali rappresentano un arco di tempo minuscolo. Certo, c’erano situazioni che avrebbero potuto risolversi meglio, soprattutto per una serie di eventi concatenati. Ma pazienza. Ogni cosa che succede è un’opportunità. Il male peggiore, e l’ho sempre evitato, è bruciare un inedito con un editore inadeguato, o peggio ancora con un’autoproduzione. Parlo ovviamente della mia specifica situazione nel qui e ora, non delle esperienze di altri. Massimo rispetto per le autoproduzioni, ce ne sono di magnifiche reperibili in rete.

Una domanda un po’ scomoda. Sappiamo che sei fermamente contrario all’editoria a pagamento, e che non hai mai pagato per pubblicare. Proprio per questo, non credi possa essere penalizzante per te essere stato pubblicato da una casa editrice che in alcuni casi, chiede un contributo ai propri autori? In fondo chi non ti conosce, potrebbe pensare che anche tu abbia pagato per pubblicare. Non temi un danno d’immagine?

Entrambi gli editori con cui ho pubblicato chiedono a volte contributi, è vero. La tua osservazione è giustissima. Non so darti una risposta. Credo di essere conosciuto da relativamente poca gente, e perlopiù grazie al passaparola in rete, a recensioni, oltre che presentazioni o articoli sui giornali. Questo forse ha consentito che chi ha comprato i miei libri, e regalato il proprio tempo, sapesse già di andare sul sicuro, in relazione alle proprie aspettative. Poi, chissà, magari c’è stato anche il lettore incuriosito da un mio titolo ma che si è fermato davanti al nome dell’editore. Comprensibile. Sono tutte responsabilità relative alle rispettive attività che i singoli editori si prendono, in fondo non compete a me. Dal punto di vista personale e del supporto ricevuto non posso che parlare bene dei miei editori. Certo, ho l’ambizione di crescere – e come naturale, se dovesse accadere sarebbero anche essi tra i beneficiari della cosa. E per crescere una migliore distribuzione è fondamentale, più di ogni altra cosa.

A cosa deve puntare un emergente per sperare di farsi conoscere? È ancora valido il mito dell’arrivare in libreria, di vedere la propria fatica esposta su qualche scaffale, oppure nell’era del digitale anche gli autori devono allargare un po’ gli orizzonti? 

Un emergente deve avere tecnica, talento, tenacia, fortuna, e un buon agente. Questa cosa te la confermerà il 99% degli autori che trovi in libreria. A cosa puntare nel frattempo? Tanta promozione, o autopromozione, che non è spam su facebook bensì organizzare eventi, reading, presentazioni ovunque, dalla libreria al pub, dal centro sociale al negozio di prodotti etnici ed equosolidali. Fare in modo che di ogni evento rimanga traccia; magari c’erano cinque persone ma sul web e sui giornali la notizia rimane. Cercare di partecipare a varie antologie, uscite, tenere in giro il nome. Dopo un po’, sto verificando, accade che non sia più l’autore a cercare opportunità di pubblicazione, ma i curatori a invitare te. Per il 2012 mi hanno chiesto dai mesi scorsi ad adesso almeno tre racconti, e un romanzo breve, secondo specifiche precise.
Dopodiché, “arrivare in libreria” può volere dire tutto e niente. Ci sono fior di autori Mondadori ed Einaudi che nessuno conosce e magari hanno venduto soltanto poche centinaia di copie.
Nell’era digitale gli autori debbono sicuramente allargare gli orizzonti (del resto nessun esordiente va più in calesse a telegrafare il proprio dattiloscritto). Il fenomeno e-book esiste, ed è opportuno saperlo. Però torniamo al punto di partenza: cosa mi offre un editore digitale? Il 99% di possibilità di scartare il mio manoscritto perché loro vogliono solo il meglio prima di sottoporlo a editing feroce e sanguinario? Benissimo. È quello che cerco Se mi offrono invece una sorta di “vetrina per vivere il mio sogno”, no grazie. Rispetto chi lo fa ma non è quello che cerco. Poco fa mi è capitato di intervistare Massaron per Altrisogni (guarda caso un magazine digitale) e si diceva che internet ha aumentato le opportunità per gli aspiranti autori, ma anche aumentato mille volte tanto la concorrenza. Se quindici anni fa un buon romanzo si confondeva sulla scrivania di un editor con cento schifezze, oggi in rete il pattume ha letteralmente sommerso le poche cose buone che, innegabilmente, ci saranno. Ricordo una bella frase, mi pare della Lipperini: il digitale rischia di diventare la pattumiera degli scarti. Invece è e deve essere una risorsa e un’opportunità. Con il digitale hai la possibilità di arrivare direttamente al grande pubblico. Ma se li freghi una volta, sei fregato tu. Per sempre. E per fortuna. Leggere una schifezza in digitale sarà forse economico, ma costa comunque tempo, che è il bene più prezioso.

Cosa pensi dell’e-book? Riuscirà mai a soppiantare la vecchia carta?

Integro la risposta di prima: non la soppianterà mai, anche perché non è il suo fine. Editoria cartacea e digitale diventeranno complementari. Già ora i vantaggi del digitale in alcuni settori sono innegabili, per esempio quello delle riviste. Con 3 euro puoi comprare centinaia di pagine di ottime letture e contenuti, prodotti che però in edicola non potrebbero reggere il mercato. Torno a citare Altrisogni, con cui collaboro saltuariamente. Costa poco, e retribuisce gli autori. Due miraggi, fino a poco fa.

Sappiamo che ti diverti a partecipare a concorsi e selezioni, specialmente in ambito horror. Come scegli i concorsi cui partecipare, e quali sono, secondo te, le migliori iniziative degli ultimi anni in questo settore, quelle che ti hanno dato maggiori riscontri? 

Li scelgo per la visibilità che danno, e per il denaro. Il vile denaro. O meglio, li sceglievo per questo. Negli ultimi due anni non ho partecipato a concorsi, ma in futuro punterò a due filoni: quello dei concorsi organizzati da enti o associazioni, cose di nicchia e spesso autoreferenziate ma con premi in soldi, e quello dei cinque o sei concorsi di un certo prestigio: esperienze, lama e trama, mystfest, carabinieri in giallo, urania/giallo mondadori/writersmagazine eccetera. Non tanto per l’ambizione di vincere, ma per il gusto di confrontarmi con autori validi e meno di nicchia.
Per quanto riguarda le esperienze personali, i premi che ricordo con maggior gioia sono stati l’Alziator (una surreale sfilata tra i vip, da Faletti alla Maraini, con in tasca un bell’assegno) e un vecchio Sanguinario Valentino, dove non partecipavo ma ero un giurato: vi ho conosciuto una delle migliori amiche in campo scrittevole e lettrici di fiducia [NDR Grazie <3].

Ti sei mai affidato a un’agenzia di servizi editoriali per i tuoi manoscritti? 

Sì. Una prima volta, e con risultati devastanti. Ci ho perso poco denaro e molto tempo, ma fu colpa mia. Mi fidai del brand, scontrandomi poi con un dilettantismo da antologia. Capita. In seguito, prima di inviare racconti importanti per progetti editoriali di grande importanza, mi sono spesso affidato a professionisti freelance di tutto rispetto, e ancora lo faccio. Su tutti l’amico Daniele Bonfanti, che lavora per esempio con Edizioni XII e Danilo Arona.

Quanto c’è di Luca in quello che scrivi? 

Molto, anche se cerco di nasconderlo bene sotto tonnellate di fiction. Tanto che alla fine nemmeno io ricorda cosa è vero e cosa no.

Si può vivere di scrittura, se non ti chiami Stephen King?

Sicuramente sì. Magari girando in Panda e non in Lamborghini. Ma attenzione: vivere di scrittura non significa vivere del proprio romanzo. Ci sono mille attività correlate. Sarebbe meglio dire che si può vivere da professionisti della scrittura. Per questo quando mi chiedono consigli su un buon manuale indico sempre Scrivere da professionisti di Di Marino e non On Writing di King, che rimane un’ottima lettura ma poco proiettata nel qui e ora della realtà nostrana. Ciò detto, io sono ben lontano dal vivere di scrittura, ma anche solo dal potermici pagare per esempio tutti i nuovi tatuaggi che vorrei. Forse però in primavera mi toglierò lo sfizio di andare a Londra a vedere gli Slayer in giornata, e sarà finanziato dalla scrittura. Dormendo in aeroporto, però.

Per l’ultima domanda ci spostiamo nel meraviglioso mondo dell’utopia. Se potessi scegliere di farti scrivere la prefazione del tuo prossimo romanzo da qualcuno, vivente e non, a chi l’affideresti? Puoi fare un solo nome. 

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intervista a cura di Grimilde

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