Pubblicato il

LIVORATI, Juri – L’eredità

Titolo: L’eredità
Autore: Jury Livorati
Editore: 0111 Edizioni
Pagg. 260
Prezzo: 16,00€
ISBN 9788863074543

VALUTAZIONEmediocre

La morte di Simona in un tragico incidente, nell’estate del 2006, sembra non avere altra spiegazione che una banale distrazione alla guida. Ma suo marito Roberto non ne è del tutto convinto. Dopo un terribile sogno e una strana telefonata, i suoi sospetti trovano un seguito. Si farà infatti viva Erika, una vecchia amica della vittima, che dichiara di essere a conoscenza di un suo importante segreto. In realtà Erika è al corrente della minima parte di una terribile verità che affonda le sue radici nel 1400, in un villaggio del modenese sconvolto dalla messa al rogo di una donna accusata di essere una strega. Grazie a un’ultima testimonianza che Simona aveva lasciato temendo proprio di essere uccisa, e che Roberto ritrova con l’aiuto di Erika, sua figlia Cristina scopre tutti i particolari di un assurdo destino, l’eredità che dal passato è arrivata fino a lei e che minaccia di distruggerla. Ma, come sua madre, anche lei sceglierà la via della ribellione.

La riuscita di un romanzo dipende principalmente dal giusto mix di tre fattori: stile, forma, trama. Ne “L’eredità”  il contenuto, tutto sommato discreto anche se non particolarmente originale, è soffocato dallo stile e dalla forma scelti dall’autore: inutilmente cerimonioso e arzigogolato il primo, ridondante e statica la seconda.

“L’eredità” è  un romanzo che presenta più di un punto debole, ma credo che il problema più ingombrante, dal quale derivano poi tutti gli altri, sia la mancata corrispondenza tra il genere affrontato e il ritmo narrativo: ci troviamo di fronte a un’opera ibrida tra un urban fantasy e un thriller, che anziché essere incalzante e rapida come il genere richiederebbe, si accartoccia su se stessa fino a far implodere la tensione narrativa. E – diciamolo pure – fino a creare una tale insofferenza nel lettore da portarlo molto presto alla noia. Ed è un peccato, perché tutto sommato la struttura messa in piedi dall’autore è solida e ben congegnata, presentando anche dei picchi di notevole interesse, così come interessante appare la trama, che sebbene sfrutti una tematica già utilizzata da più di un autore in passato, contiene guizzi di notevole spessore.
Ma, come detto, il romanzo è troppo lento, arrivando nella prima metà a sfiorare l’inconsistenza. Si apre con la morte di Simona e per 75 pagine – per un quarto di libro – non succede assolutamente niente: nelle prime 40 l’autore sceglie di percorrere istante dopo istante la mezz’ora che separa Roberto dalla scoperta dell’incidente di sua moglie, analizzandone ogni singolo gesto, movimento, pensiero fino alla nausea. Che Simona sia morta lo sappiamo alla quinta riga della prima pagina. Dover aspettare oltre quaranta cartelle affinché se ne accorga anche il marito è – francamente – chiedere troppo.

Nelle restanti 35 pagine le cose non migliorano granché: lo stesso arco temporale viene preso in esame dal punto di vista di Cristina, di Isa, di Gisella, di Mattia. A incorniciare il tutto si aggiungono pesanti quanto inutili descrizioni di ambienti, persone, sentimenti ed espressioni che ingolfano ulteriormente la storia e non la fanno decollare. Nemmeno i dialoghi aiutano a creare la necessaria empatia, apparendo artificiosi e inverosimili.

Uno spiraglio di luce arriva intorno a pagina 75, quando viene introdotta la misteriosa figura di Daniele, in grado di dare una scossa a una trama fin lì stagnante, ma, per l’appunto, è solo uno spiraglio:  subito dopo ci si immerge nuovamente in  altre venti pagine di episodi privi di pathos che culminano con il funerale di Simona, del quale ovviamente conosciamo il punto di vista di tutti i presenti.

Finalmente, a pagina 100 – a metà libro… – qualcosa si muove: l’incontro con Erika e l’inizio del racconto proiettato nel passato iniziano a guidare il lettore attraverso il dipanarsi del mistero, ma è già tardi per risollevare il morale del povero lettore, esausto e sfinito da cento pagine di nulla assoluto.

La seconda e la terza parte del romanzo, che ripercorrono la vita di Simona e l’evento che le cambiò per sempre la vita, sono senza dubbio più vive e interessanti, ma anche queste soffrono degli stessi difetti incontrati nella prima metà: la costruzione dei periodi è troppo complessa, gli episodi troppo diluiti, lo stile narrativo troppo denso. I repentini spostamenti di focalizzazione abbinati ad altrettanti cambi nell’uso dei tempi verbali spesso disorientano la lettura e compromettono la linearità della storia; i personaggi presi in esame, se si esclude Simona che oggettivamente è un personaggio a tutto tondo, sono poco più che abbozzati e mancano di approfondimento, risultando lontani, blandi ed edulcorati.

L’autore inanella inoltre una serie di anacronismi più o meno fastidiosi (come per esempio il fatto che nel ‘500 una donna di trent’anni non poteva certo considerarsi giovane…) ma che indubbiamente non costituiscono il problema principale della narrazione, che come detto, risiede nell’estrema lentezza e nell’inutile ridondanza sia di contenuti sia di forma.

A conti fatti credo che “L’eredità” potesse essere un romanzo migliore se epurato dalla pesantezza stilistica e se le oltre 200 pagine che lo compongono fossero state sfruttate meglio: anziché dilungarsi in inutili paragrafi espositivi l’autore avrebbe dovuto optare per una maggior caratterizzazione dei personaggi. Ne avrebbero giovato sia il ritmo narrativo sia la verosimiglianza della storia. Allo stato attuale invece “L’eredità” è un romanzo davvero troppo, ma troppo lento e farraginoso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inserisci il risultato *