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Ragion della critica (im)pura

Ah, quanto mi piace giocare con le parole… per chi non avesse colto il ludico titolo mi sento ancora abbastanza buona da spiegarlo. Alla fine di quest’articolo però potrei non esserlo più, quindi meglio che lo faccia subito. Il buon vecchio Kant nel suo “Critica della ragion pura” offriva un’analisi critica dei fondamenti del sapere. Io invece oggi voglio farvi sapere la mia idea circa i fondamenti di un’analisi critica. Insomma, parliamo ancora di recensioni.

Non è la prima volta che Mondoscrittura affronta l’annoso argomento: abbiamo già detto cosa sono le recensioni, o meglio, cosa dovrebbero essere, e a cosa servono. Eppure quotidianamente m’imbatto in discussioni più o meno costruttive sull’effettiva potenza della critica. Per un fenomeno che potrei definire curioso – se non sapessi che in realtà è patetico –  sembra che le recensioni portino a conseguenze diametralmente opposte a seconda del contenuto: quando sono positive, la maggior parte delle volte non servono a niente e non se le fila nessuno. Quando sono negative invece, quasi sempre contengono un potenziale distruttivo pressoché infinito attirando frotte di paladini che avanzano con gli scudi levati. Paladini inviati ovviamente dall’autore o dall’editore di turno, che spesso sostengono quanto una recensione negativa, seppur motivata e razionale, sia capace di radere al suolo in un istante la carriera di uno scrittore emergente dalle sicure prospettive. Sicure?

Ci è stato recriminato di non essere politically correct perché nelle nostre recensioni ci capita spesso di dire la verità. Questo perché a mio parere si è perso il senso ultimo della recensione, visto che da un po’ di tempo si assiste al dilagante fenomeno del più sfrontato e imbarazzante marchetting che viene fatto passare per critica. Oppure a un’altra spiacevole attitudine presente in molti pseudoblog del settore che mira a recensire testi limitandosi a esporne la trama e i personaggi principali, senza che il critico di turno si sbilanci in alcun modo nel dare un giudizio per non inimicarsi lo squadrone dell’autore. Peccato che il verbo recensire derivi dal latino e significhi proprio esaminare. Peccato che la recensione sia proprio l’analisi dell’opera nel suo complesso, con annesso giudizio, positivo o negativo che sia.

Per tornare sull’argomento recensioni, oggi prendo spunto da un testo di Melfino Materazzi e Giovanni Presutti del 1999 intitolato “Nonsolotema. Guida alle nuove prove scritte di italiano per la maturità. No, non ho nostalgia dei miei diciott’anni (occhio al naso… BUGIA! Ne ho tantissima, anche se questo non interessa nessuno…) ma in quest’opera c’è un capitolo che ritengo particolarmente significativo, sia per gli autori che si accingono a pubblicare e intendono chiedere delle recensioni, sia per chi le recensioni le redige.

il recensore si pone tra l’autore e il lettore e il suo scopo è invitare alla lettura di un libro e confezionarne una “pre-lettura”. Il giudizio critico espresso dal recensore si basa sulla sua “enciclopedia”, ossia sul suo patrimonio di conoscenze e orientamenti critici e ideologici.

La recensione è dunque un testo interpretativo-valutativo, la cui struttura consta di tre elementi fondamentali:
a) una parte a carattere informativo, con notizie sull’autore, titolo del libro, casa editrice, anno di pubblicazione, eventualmente il prezzo di copertina;
b) una parte a carattere interpretativo, dove si specifica il genere letterario cui appartiene l’opera. In caso di opera di tipo narrativo, si accennerà alla trama, ai temi e ai motivi affrontati dall’opera, alle soluzioni di linguaggio e di stile, adottate dall’autore. Per argomentare le proprie tesi l’estensore della recensione potrà riportare citazioni dirette dall’opera esaminata;
c) infine una parte a carattere valutativo, consistente nel giudizio sul valore estetico e comunicativo del libro recensito.

La recensione dovrebbe essere un testo breve, che si prefigge di informare, spiegare e valutare. Il recensore accorto, nel proprio lavoro, si servirà di alcune tecniche nella redazione del suo testo:
a) lettura selettiva: il recensore selezionerà di un’opera i passi che egli ritiene significativi;
b) uso di relazioni intertestuali: l’estensore farà riferimento ad altri testi conosciuti dal pubblico dei lettori;
c) uso di strutture lessicali e sintattiche particolari: chi scrive la recensione ricercherà un giusto equilibrio fra linguaggio tecnico ed esigenze di leggibilità.

PREMESSA: forse è superfluo specificarlo, ma forse no. La prima cosa che un recensore deve fare è LEGGERE. Ma leggere tanto. Imparare a considerare la lettura non più solo come un piacere, ma anche come un lavoro, da affrontare con serietà e precisione. Perché un giudizio imparziale può scaturire solo dal confronto, dalla conoscenza. La lettura e la critica “di mestiere” non si discostano dagli altri mestieri, dove la competenza e l’abilità si acquisiscono soprattutto con l’esperienza.

Innanzi tutto lasciatemi dire che all’inizio di questo breve inciso c’è una frase che non mi trova del tutto concorde: il giudizio critico espresso dal recensore si basa sulla sua “enciclopedia”, ossia sul suo patrimonio di conoscenze e orientamenti critici e ideologici.
Se da una parte è indubbio che la recensione esprima sempre il punto di vista di chi la fa, dall’altra è altrettanto vero che la critica occupa una posizione intermedia tra l’opera e il pubblico. E il pubblico, quanto più è allargato tanto più è appiattito sui principi del senso comune. Per questo ritengo che una simile affermazione sia pericolosa. Credo che il giudizio critico non possa basarsi esclusivamente sull’enciclopedia del recensore, perché egli fa parte del pubblico, e in quanto pubblico, il suo giudizio sarà viziato da ciò che il senso comune impone. Una buona critica invece dovrebbe rimanere aderente a quelli che ormai possono essere considerati canoni universali da prendere in considerazione, perlomeno per la narrativa. Quali sono dunque questi canoni?

Una cosa nelle parole di Materazzi e Presutti è fondamentale: il recensore si pone tra l’autore e il lettore e il suo scopo è invitare alla lettura di un libro. In altre parole, il recensore dovrebbe essere in grado di consigliare o meno la lettura dell’opera in questione. E come potrebbe essere in grado di farlo se non possiede i rudimenti della critica? Possibile limitare tutto a “è bello” oppure “fa schifo”? No, non è possibile e non è giusto, perché dire che un libro è bello o che fa schifo è un giudizio del tutto opinabile e soggettivo. Perché è necessario argomentare le proprie tesi con spiegazioni mirate che vadano oltre il semplice gusto. E l’oggettività si raggiunge solo attraverso la conoscenza della materia.

In primis quindi, chi scrive una recensione dovrebbe conoscere il genere in cui il romanzo è inserito: l’analisi di un poliziesco, per esempio, per forza di cose sarà molto diversa da quella di un fantasy, perché sono gli elementi peculiari, i topoi, le caratteristiche dei due generi a essere profondamente differenti, così come differenti sono gli approcci stilistici: se leggo un poliziesco che si perde in prolisse descrizioni di ambientazioni o divagazioni sui generis, del tutto inutili ai fini della fruibilità del romanzo, sarà inevitabile evidenziare che l’autore non è stato in grado di imprimere il giusto ritmo alla propria esposizione, che non è stato capace di mettere in risalto gli elementi chiave del genere annegandoli in un mare di futilità.

A questa considerazione se ne aggancia un’altra, riservata agli autori: evitate l’invio selvaggio e selezionate con attenzione i destinatari delle vostre richieste di recensione. Perché se avete appena terminato di scrivere un noir dai risvolti introspettivi e lo mandate alla blogger tiziacaiastellineebacetti il cui sito è zeppo di cuoricini sbrillucicosi e recensioni di chick-lit o young adults, probabilmente la povera ma volenterosa tiziacaia non avrà i mezzi necessari per offrirvi un giudizio critico esaustivo e competente, perché magari preferisce leggere altro rispetto al vostro noir introspettivo. Soprattutto, prima di inviare un testo in recensione, date un’occhiata al tenore delle recensioni già presenti su quel sito: potreste scoprire che l’ipercriticità di quel recensore non è nelle vostre corde, o al contrario, che le argomentazioni a supporto delle sue critiche non vi convincono e potrebbero risultare penalizzanti per il vostro romanzo.

Pensiamo poi che un romanzo si definisce tale quando di esso presenta almeno la struttura: in questo articolo di qualche mese fa ve ne ho già parlato. Viene dunque da sé che un testo privo di una o più di queste componenti, sia un testo che parte già con una marcia in meno rispetto a un’opera meglio costruita. E no, il discorso “l’arte è soggettiva, non può essere confinata e io sono un’artista” non regge: l’arte della scrittura come tutte le arti risponde a delle convenzioni che prima di essere scardinate devono essere assimilate, messe in pratica e ottimizzate. Poi, e solo poi, eventualmente, ci si potrà permettere di uscire dal seminato che qualcuno, di sicuro molto più illustre di noi, ha tracciato proprio per evitare di farci commettere errori.

L’analisi dei personaggi è indubbiamente una delle componenti fondamentali di una recensione, considerando che sono proprio i personaggi il vero motore della macchina narrativa. Ma attenzione, il giudizio non può basarsi sui sentimenti che i personaggi suscitano nel lettore, perché anche qui si entrerebbe nel soggettivo, senza considerare che spesso quando un autore restituisce un personaggio odioso, lo fa con cognizione di causa. L’esame di un personaggio deve invece basarsi su criteri più oggettivi quali lo spessore, la verosimiglianza, la coerenza, le qualità specifiche che permettono al lettore di distinguerlo dagli altri personaggi. Se in un romanzo ci capita di confondere il principe azzurro con lo stalliere della principessa, a meno che il principe non sia soggiogato da un incantesimo che lo costringe ad assumere una doppia identità, significa che nella caratterizzazione messa in piedi dall’autore c”è qualcosa che non funziona.

Un fattore imprescindibile da considerare è la fluidità della lettura, facendo bene attenzione a non cadere nell’errore di considerare un romanzo fluido come un romanzo leggero o peggio ancora, superficiale. Una scrittura fluida può essere morbida, avvolgente, seduttiva come può essere incalzante, martellante e rapida. Un romanzo fluido può contenere anche mille pagine ed essere scritto talmente bene da farle bere al lettore come fossero cento. Avere una scrittura fluida vuol dire lasciar scorrere le parole senza mai incartarsi su di esse, vuol dire dare piacere agli occhi di chi legge senza mai costringerlo a fermarsi su periodi troppo complessi, dal punto di vista del significato o della costruzione. Una scrittura fluida è quella talmente tecnica da sembrare spontanea. In altre parole, una scrittura fluida è quella che incolla il lettore alle pagine e gli fa guardare l’orologio esclamando “CACCHIO! Ma è già passato tutto questo tempo???”
E a proposito di costruzione, discorso a parte lo merita proprio la costruzione formale e stilistica: credo di non dover essere io a dire che un testo che presenta errori sintattici, grammaticali, ortografici o di qualunque altro tipo, sia un testo fortemente compromesso, che verrà letto con forte pregiudizio e probabilmente non verrà goduto come meriterebbe, andando a inficiare il parere complessivo.

Pensiamo anche che la narrativa non è la vita reale. La narrativa è finzione, è romanzo, è bellezza e orrore al tempo stesso. La narrativa in alcuni casi può simulare la realtà, ma non deve mai scimmiottarla. La narrativa, per quanto possa sembrare sacrilego, è soprattutto tecnica. Se i contenuti di un libro sono avvincenti ma sono scritti in maniera mediocre, quel libro non interesserà nessuno se non a chi l’ha scritto. E per l’autore quella può essere anche la storia più emozionante del mondo, perché è la sua, ma la verità è che al lettore non gliene frega niente di sapere che quella storia è vera, o è frutto di anni di fatiche, perché quella storia non gli piace, punto. Il lettore vuole emozionarsi, vuole vivere in prima persona le vicende, vuole scoprire l’assassino prima dell’investigatore, vuole sentire l’orgasmo della protagonista, vuole vivere la storia fregandosene se sia autobiografica o completamente inventata. Le regole che muovono la vita reale non possono valere anche per la narrativa: ogni elemento in un romanzo deve essere introdotto con uno scopo preciso. Ogni situazione deve trovare il giusto scioglimento, ogni personaggio deve avere un ruolo definito. Per dirla con le parole di Cechov

se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.

Per dirla con parole mie, invece, in un romanzo non devono essere introdotti più elementi rispetto a quelli necessari. Ogni elemento piazzato nella storia deve avere una propria funzione; se quella pistola non spara, il lettore deve comunque percepire che ciò sia accaduto per un determinato motivo, che sia stato l’autore a scegliere in maniera consapevole e funzionale di non premere il grilletto.

In ultimo, voglio dire una cosa che dico spesso in privato a quegli autori che si sentono penalizzati dalle nostre recensioni: pubblicare un libro significa rendere pubblico qualcosa. E nel momento in cui si decide di rendere pubblico ciò che si è scritto, si deve necessariamente mettere in conto che il prodotto delle nostre fatiche potrebbe non essere perfetto come si pensa. Il fatto di aver trovato un editore disposto a pubblicare il nostro libro non significa che esso sia scevro da errori: ricordate sempre che la pubblicazione è solo il primissimo passo verso il sogno di diventare uno scrittore. 

7 pensieri su “Ragion della critica (im)pura

  1. Potrebbe essere una guida molto interessante per chi, come me, cerca di scrivere delle recensioni il più obbiettive e soprattutto utili possibile.
    Sono dell’idea che un recensore non debba essere improvvisato, ma debba sapere quello che sta facendo, perché per quanto possa pensare nel momento in cui scrive ‘Recensione’ in alto sta effettivamente offrendo un servizio a potenziali lettori.
    Recentemente si è discusso della criticabilità del critico, non da parte dell’autore bensì dell’utente a cui è diretto il testo. Ovvero il lettore.

    Mi viene detto che, come dite voi, un autore che rende il suo testo pubblico deve aspettarsi anche delle critiche, il che è sacrosanto.
    La domanda che ponevo io, però, era questa: se il potenziale lettore, o il cliente (ovvero quello che ha acquistato il testo) ritiene che la recensione sia stata fatta in modo errato valgono le stesse regole? Cioè, se è l’utente a cui è rivolta la recensione a sentirsi indispettito e addirittura offeso dal fatto che essa non gli è di alcuna utilità o, peggio, la ritiene fatta male ha o no il diritto di lamentarsi, di criticare il critico?
    Mi è stato detto che diventa una catena infinita. Io non credo, perché se un recensore fosse intoccabile tutti faremmo i critici e buonanotte.
    Invece ritengo, e badate non c’è alcun riferimento diretto a voi ma è un discorso generale, che come l’autore che mette in pubblico il suo lavoro sia criticabile così lo è il recensore, che fa altrettanto (ovvero mette in pubblico il suo articolo) ponendosi de facto davanti al giudizio del lettore o potenziale.

    Stabilire come fa una recensione a essere sbagliata è difficile, ma ci sono degli esempi. Da anni recensioni di film e videogiochi sono state perfezionate al punto che il contributo dell’utente finale (spettatore e giocatore) è prezioso. Le critiche alla critica sono state e sono tutt’ora feroci, ma tendenzialmente ben motivate.
    Per quanto concerne la letteratura, invece, ho sempre avuto enormi difficoltà a fidarmi di una recensione, tanto che finisco il più delle volte ad acquistare il libro ‘a scatola chiusa’. Se provo a toccare un recensore di libri perché ritengo abbia sbagliato l’approccio al testo, vengo puntualmente contrattaccato dallo stesso e dai suoi sostenitori.
    Questo non va bene, finché il parere è espresso in modo civile e motivato, il commento del lettore deve essere legittimo come quello dello spettatore e del videogiocatore. Da recensore (di libri, film e videogame) sono pronto ad accettare le critiche alla mia valutazione da parte di chi sta per spendere (o ha già speso) soldi per l’oggetto in analisi, perché sono convinto di fornire un servizio e chi lo fa deve essere pronto ad accettare il fatto che può sbagliare.

  2. Ciao Arj. Al di là di tutti i discorsi che possiamo fare, al di là di tutti i criteri che possiamo applicare, io credo che un lettore sia tranquillamente in grado di riconoscere una critica argomentata da una fatta “tanto per” senza alcun bisogno di aver letto prima il libro. Di recente mi è capitato di leggere una recensione a un mio libro su amazon di una tizia che gli ha dato il minimo dei voti adducendo come motivazione “la protagonista è odiosa e l’autrice non è certo una top model.” Ovviamente non ho nemmeno risposto. Questo perché secondo me si può facilmente stabilire quando una recensione è fatta male: quando mira a distruggere il testo senza fornire motivazioni concrete a supporto. Quando critica l’autore a prescindere. Quando il recensore non è nemmeno in grado di mettere due righe in fila senza incappare in strafalcioni ortografici o grammaticali. E potrei farti molti altri esempi.
    Il fine ultimo del mio articolo era proprio fornire gli strumenti per distinguere una critica costruttiva da una distruttiva o peggio ancora, superficiale. Sono fermamente convinta che esistano dei criteri molto ma molto oggettivi per giudicare un libro, criteri che non sono universalmente applicabili a tutti i libri e a tutti i generi, ma che esistono, e che devono essere conosciuti da chi ha la pretesa di ergersi a critico. Poi ovviamente in ogni recensione c’è un pizzico di gusto personale, ma di fondo credo che ci vorrebbe più umiltà da entrambe le parti: l’autore, che dovrebbe entrare nell’ottica di aver scritto qualcosa di perfettibile, e il critico, che dovrebbe capire i propri limiti ed evitare di recensire testi che non sono nelle sue corde per non penalizzare l’autore.

  3. I vostri articoli sono sempre molto interessanti e utili. Personalmente mi piace parlare di libri e mi piace farlo nel modo più corretto possibile.
    Spesso sbaglio, me ne rendo conto, ma mi piace imparare e migliorare e trovo quest’articolo davvero utile, sia per ciò che scrivo io, sia perché, leggendo comunque molti blog di libri, mi piace imparare a distinguere una recensione è utile dal mero gusto del recensore. Certo potremmo avere gusti simili, ma questo potrebbe non essere sufficiente e farmi capire se che quella lettura sarà per me potenzialmente piacevole.
    Quindi grazie e ancora complimenti per il lavoro che svolgete.

  4. Circa un anno fa inviai a un blog che ritenevo interessante un mio romanzo per farlo recensire. Mi risposero che l’avrebbero fatto ma che non gli avrebbero riservato nessun trattamento di favore. Facevano questa premessa perché in passato erano spesso incappati nella furia dell’autore che, offeso dalle critiche e dalle osservazioni del recensore, aveva scatenato un mare di polemiche. La cosa mi stupì discretamente perché, se anche me l’avessero stroncato, non mi sarei mai sognato di rispondere alla stroncatura con un comportamento del genere. Eppure pare un comportamento perfettamente in linea con la odierna filosofia italica, secondo la quale ha ragione solo chi urla più forte e detiene l’ultima parola. Gli aspiranti scrittori non vogliono capire, maledette zucche dure, che una recensione è quanto di più prezioso possano ottenere al momento. Sei uno scrittore che conta lo zerovirgola, d’accordo? E, miracolo insperato, sei riuscito a trovare qualcuno che dedica tre/quattro ore della sua vita a leggerti! Tu lo faresti per lui? Non è pagato, non ha un particolare tornaconto, lo fa semplicemente perché gli piace leggere e magari scoprire una perla in mezzo a mille romanzi spazzatura. Lasciamo stare i piani alti, dove le recensioni hanno tutto un altro significato. Lassù funziona con regole tutte diverse che ormai conoscono anche i bambini. Lassù parliamo di pubblicità mascherate, scambi di favori realizzati attraverso peripezie diplomatiche (quando il romanzo fa davvero pena ma non si può dire) e sviolinate assordanti (quando è appena decente e allora vai con la giaculatoria). Ma ai piani più bassi, dove magari esiste qualche talento e qualche promessa, una recensione seria e fatta con tutti i crismi (che poi altro non sono che le regole elencate da Grimilde) racchiude in sé una serie di consigli e suggerimenti che solo uno stolto può disprezzare. O davvero pretendi che scrivano di te che sei un fenomeno incompreso? Che sull’altra sponda dell’Atlantico ti avrebbero già affiancato al grande Stephen? Per questo ci sono i parenti, i falsi amici, i ruffiani di turno. O davvero pensi che quella stroncatura ti abbia falciato una brillante carriera? Se sei veramente bravo, quella stroncatura verrà spazzata via dal tuo talento e dal tempo che lavora dalla parte. Se sei anche di media intelligenza, farai tesoro di ciò che ti è stato detto e ti metterai al lavoro per eliminare i difetti della tua storia (e magari, durante il cammino, scoprirai anche che quel recensore aveva ragione, e magari, guarda un po’, imparerai anche a scrivere meglio).
    Le considerazioni di Grimilde mi fanno sospettare che attorno al mondo delle recensioni «per passione» tiri una bruttissima aria e capto, tra le sue parole, un evidente sforzo di contenere uno sfogo che io, da non recensore, posso invece permettermi. Continuo a pensare che una recensione seria, genuina, rigorosa costituisca un regalo da leggere, rileggere e imparare a memoria. Continuo a pensare che eliminare o correggere ciò che non funziona sia il passaggio più importante per migliorare una storia fino a renderla accettabile. Oppure vorreste sentirvi dire dal vostro medico che va tutto bene anche quando non è vero? Sapete cosa si dice del medico pietoso, vero?
    Vista come lettore, la questione è ancora più delicata. Cosa farsene di un recensore che parla bene di ogni cosa o analizza un romanzo senza un criterio, senza un metodo rigoroso, senza regole oggettive alle quali affidarsi? Resta il suo gusto personale, ossia il fattore meno indicativo per conoscere il valore di un romanzo. Oppure la sua personale convenienza, dettata dalle regole del marchetting. Sarà anche l’ora di crescere un po’ tutti e di andare oltre, prima o poi.

  5. Caro Fabrizio,
    se tutti gli autori fossero come te, post come questo non ce ne sarebbero 🙂

  6. Un grazie a Grimilde per quanto scrive. Per dare seguito al post di Fabrizio, che condivido in pieno, esprimo una mia curiosita’, dettata dall’ignoranza su questo tema. Quando un recensore da’ il proprio giudizio, lo motiva sempre in modo dettagliato? Oppure si ottiene una risposta quasi monosillabica, perfettamente comprensibile ma per niente utile?

    1. Non credo si possa generalizzare. Come ho detto in un altro articolo che trattava il tema dell’educazione alla lettura, ritengo che un giudizio sia sempre e comunque una responsabilità, ma non è detto che tutti quelli che si sentono chiamati a esprimere un giudizio siano in grado di capirlo. E’ anche vero che se una recensione è circostanziata, e viene redatta analizzando tutti gli elementi che in linea teorica dovrebbero comporre un’opera, la probabilità che essa sia oggettiva sono sicuramente maggiori rispetto a una recensione che si limita a dire “fa schifo” oppure “è bello”.

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