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MARONE, Lorenzo – Novanta

Titolo: Novanta
Autore: Lorenzo Marone
Editore: Tullio Pironti
Genere: Raccolta di racconti
Pagg. 168
Prezzo: Euro 10,00
[xrr rating=4/5]

Novanta. Come i numeri della Smorfia napoletana. Al significato di ogni numero corrisponde un racconto ispirato a una storia vera. Così Lorenzo Marone mette a nudo aspetti noti e meno noti della sua città, la bella Napoli, facendo affidamento a storie riferitegli e ad altre realmente vissute. Il quadro che ne viene fuori è del tutto autentico, disarmante da un lato, accattivante e surreale dall’altro. A Napoli le leggi che regolano i canonici rapporti tra le persone sembrano essere sovvertite, rovesciate in nome di un’autogestione bislacca delle dinamiche sociali, in cui il destino è deciso, spesso, dalla ciorta, un Caso beffardo e cialtrone che sembra giocare a dadi con la vita degli uomini. A Don Salvatore rubano la pensione all’esterno dell’ufficio postale, ma ha appena comprato un biglietto del Gratta e Vinci da duecentomila euro, perciò se la ride, nonostante l’accaduto. I bambini dei vicoli sono già uomini coraggiosi e disillusi, giovani Werther che si accontentano di stare per ore in strada a pazziare, dimentichi del resto, mentre gli adulti tentano di districarsi come possono fra le bizzarrie e le difficoltà di una città che non ha spazio per i sogni di tutti. C’è chi la difende e corre a pulire il parco la domenica mattina, chi la calpesta ogni giorno rubando i vestiti per i poveri o parcheggiando dove capita perché è l’ora del caffè, chi la tratta alla stregua delle altre metropoli e tenta di districarsi con la bici fra i vicoli del centro, chi infine se ne fa una ragione e la sera pensa solo a non uscire troppo tardi dall’ufficio poiché dopo le venti il quartiere si fa pericoloso. I morti, come i santi, sono presenti in mezzo ai vivi: compaiono nei sogni indicando “i numeri”, da giocare immancabilmente al risveglio, nella speranza di un colpo di fortuna che cambi la vita. Novanta racconti. Novanta storie vere. Novanta volte Napoli.

Che io sia un’appassionata sostenitrice di Lorenzo Marone è cosa ormai nota a chi si è trovato a passare da queste parti. A chi invece approda su Mondoscrittura per la prima volta, posso consigliare di dare uno sguardo QUI e QUI, premettendo che la sottoscritta, di norma, è tutt’altro che avvezza all’elogio sperticato.
Per quanto attiene a “Novanta”, opera che Lorenzo ha avuto la cortesia di regalarmi con tanto di dedica, credo che il contenuto e il tenore dei racconti siano spiegati alla perfezione nella presentazione dell’editore riportata qui sopra. D’altronde, quando ci si trova di fronte a un’opera di questo tipo, per la quale non è possibile fare un’analisi narratologica secondo uno schema classico poiché mancante delle componenti fondamentali che creano la struttura del romanzo, quello che viene spontaneo analizzare è l’impatto emozionale, le sensazioni che i brani suscitano in chi li legge.

“Novanta” ci racconta una Napoli indolente e vanitosa, capace di crogiolarsi nella sua mediocrità, forte del credito che vanta con la storia e soprattutto con l’arte. Una Napoli fatale come una bella femmina trascurata, e fatalista come un accanito giocatore del Lotto. Quella che emerge dalle pagine di “Novanta” è una città consapevole delle sue ferite ma anche della sua grandezza, che non si nasconde ai giudizi altrui, che vive di opere d’arte, tradizione, camorra e immondizia ma che in fondo riesce ancora a credere in un futuro migliore.

Il quadro che si dipinge lentamente davanti agli occhi del lettore è aspro, spigoloso, quasi crudele. Con l’ironia intelligente che lo ha sempre contraddistinto, Lorenzo Marone punta il dito contro i mali della sua città, senza fare sconti a nessuno. Ne emerge il ritratto di una Napoli agrodolce, dove due ragazzi che progettano le vacanze in Grecia muoiono soltanto perché si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato, mentre due loro coetanei vengono rapiti dalla maestosità di capolavori artistici di ineguagliabile bellezza. Ma per chi sa leggere tra le righe, in questo mare di immondizia, superstizione, violenza e sopraffazione, tra i panni stesi ad asciugare nei vicoli e le corse in motorino senza casco, è inevitabile venir colpiti dritti al cuore dal grande amore che traspare dal racconto di Lorenzo, un amore che sembra essere quasi rassegnato, perché se nasci e vivi a Napoli non puoi non amarla, nonostante tutte le sue brutture e i suoi difetti.

Di mio posso aggiungere che ancora una volta Lorenzo si dimostra all’altezza delle aspettative, arrivando addirittura a superarle con agilità; non era semplice raccontare Napoli senza cadere negli stereotipi e nei cliché. Lui, come sempre, ci è riuscito alla grande.

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RAGO, Francesco – Il compleanno di Eva

TITOLO: Il compleanno di Eva
AUTORE: Francesco Rago
EDITORE: Parallelo45
GENERE: Narrativa Mainstream
PAGG: 234
PREZZO: Euro 12,00
[xrr rating=3.5/5]

C’è un filo invisibile che lega le vite di Vera, femmina conturbante fuggita da Budapest portandosi dietro un orribile segreto; Paride Brigati, ricco imprenditore della notte con il vizio della coca; Johnny P., famoso deejay all’apice del successo; Matteo Carli, ex enfant prodige dei fumetti e proprietario di una società di catering. Questo filo è incarnato da una ragazza di nome Eva, ed è destinato a spezzarsi proprio la notte del suo diciottesimo compleanno, quando va in scena una mega festa nella lussuosa villa di famiglia, sulle colline piacentine. Una festa che diventa il teatro perfetto per rievocare il passato e proiettarlo nel presente, in quella che si preannuncia una colossale resa dei conti.

Il diciottesimo compleanno di Eva Brigati, viziata e capricciosa diciottenne di provincia, è il vertice di un insolito quadrilatero sentimentale,  composto da una parte da Paride e Vera, genitori della ragazza, e dall’altra da Giovanni e Matteo, la cui amicizia nata tra i banchi del liceo, si è persa tra le pieghe della maturità. La festa di Eva sarà l’occasione in cui i quattro incroceranno le proprie vite dopo oltre vent’anni, riportando a galla segreti rimasti sepolti per troppo tempo, esperienze che riemergono con potenza devastante cambiando il corso delle loro esistenze.

Molte le tematiche toccate da questo romanzo, alcune più tangibili come la violenza e la miseria di una Budapest appena uscita dall’Autunno delle Nazioni, la prostituzione, la cocaina, l’omosessualità. Altre latenti ma ugualmente incisive, come il senso di inadeguatezza di chi si sente diverso e per questo sbagliato, la frustrazione di chi ha avuto tutti gli agi e tutte le comodità ma nonostante questo non riesce a essere felice, il coraggio di chi ha portato avanti le proprie idee arrivando a realizzare i suoi sogni.

L’intreccio, pur non rivelandosi particolarmente originale, a tratti risente di qualche eccesso di troppo, chiedendo uno sforzo marcato alla sospensione d’incredulità, ma nel complesso la scrittura di Francesco Rago compensa bene i passaggi più deboli. Apprezzabile la sua capacità di  adeguare lo stile al momento narrativo che racconta, uno stile che graffia quando sbatte in faccia al lettore la violenza e lo squallore e diventa più gentile e raffinato quando parla dell’amore e della sua sublimazione. Buona anche l’abilità nell’utilizzo di prolessi e analessi, che contribuiscono a dare ritmo all’esposizione e regalano quel pizzico di curiosità che spinge a proseguire nella lettura. Da evitare invece le troppe onomatopee presenti nei dialoghi e la mano troppo calcata nella caratterizzazione dei passaggi dialettali. Ma ciò che colpisce in positivo di questo romanzo è lo spessore dei personaggi, vero motore della macchina narrativa; questa è un’opera che parla di vite, che fa dell’introspezione la sua arma vincente, e i protagonisti ne escono rafforzati, vividi e taglienti nelle loro peculiarità, nei loro difetti, nelle loro piccole manie ma soprattutto nelle loro debolezze. Ciò che alimenta la vicinanza a Giovanni, Matteo, Vera e Paride è la verosimiglianza con cui sono delineati: in ognuno di loro è possibile rivedere persone che ognuno di noi ha conosciuto, assieme a loro è possibile rivivere esperienze comuni alla maggior parte di noi.

A incorniciare un buon quadro d’insieme c’è un’ottima ambientazione, che seppur presente e tangibile rimane sempre dietro le righe, senza mai risultare invasiva. Nel complesso, “Il compleanno di Eva” è un romanzo che si lascia leggere in poche ore con piacere, al netto dei piccoli difetti sopra evidenziati.

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SCARCIGLIA, Salvatore – Le verità altrui

TITOLO Le verità altrui
AUTORE Salvatore Scarciglia
EDITORE 0111 Edizioni
GENERE Thriller/Noir
PAGG 132
PREZZO 14€
[xrr rating=2.5/5]

Un uomo condannato alla verità. Un passato angosciante che lo ha traumatizzato al punto da renderlo speciale, dolorosamente unico. Un individuo che vive a stretto contatto con i propri incubi e che si trova costretto a fare i conti con il mondo che lo circonda. Una storia di dolore, di rivelazioni e di amore. Alla fine, l’unica domanda che ci spaventa è: siamo pronti per la verità?

Leggendo “Le verità altrui” salta immediatamente all’occhio il forte squilibrio tra sequenze riflessive e sequenze attive, tra azione e descrizione; già dall’incipit, che si dilunga inutilmente sulle condizioni meteorologiche, è difatti possibile avere un’idea del tipo di narrazione che ci si troverà davanti. Un’esposizione lenta e articolata, a discapito di un intreccio tutto sommato lineare e piuttosto ben elaborato, nonostante la tematica non sia tra le più originali e nonostante le pecche che analizzerò più avanti.

Dal punto di vista stilistico, la scelta di anteporre il climax allo sviluppo vero e proprio, che potrebbe risultare un azzardo se gestita male, appare invece ben congegnata: da apprezzare la capacità dell’autore di instillare il dubbio, costruendo un personaggio tormentato e misterioso attorno cui ruotano le vicende. Quello che non funziona è lo stile vero e proprio: farraginoso e statico, inutilmente annacquato da sequenze che non aggiungono nulla alla funzionalità della storia e che anziché fluidificare, appesantiscono la lettura.

L’opera potrebbe dividersi in due macrosezioni: la prima, fino all’omicidio, incentrata prettamente sul tormento del protagonista e sul suo dono, esplicitato soltanto durante la confessione con padre Fajtor. Questa prima parte appare indubbiamente la più lenta e la più introspettiva. La seconda parte invece ruota principalmente attorno all’omicidio della figlia del sindaco e alle indagini che ne seguono, in una girandola di testimonianze e interrogatori volti a ricostruire la verità su quella morte. C’è da evidenziare che nonostante la prima parte sia propedeutica alla seconda, le due macroaree appaiono troppo scollate: molto diverse sia nella retorica sia nelle intenzioni. Punto dolente lo scioglimento: nonostante non ci si trovi di fronte a un giallo canonico, la totale assenza di spiegazioni al fatto principale che regge tutta la seconda parte del romanzo, è assai penalizzante.

Su tutta l’opera aleggia il concetto di “verità”, assoluta e relativa, che viene trattato in maniera poco narrativa e molto filosofica, fattore che contribuisce a rallentare l’esposizione e ad aumentare l’insofferenza del lettore.

In conclusione, “Le verità altrui” si presenta con una buona base di partenza, che però avrebbe dovuto essere elaborata meglio sia dal punto di vista stilistico sia da quello strutturale.

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FERRI, Sabrina – Con gli occhi di Emily

TITOLO Con gli occhi di Emily
AUTORE Sabrina Ferri
EDITORE 0111 Edizioni
GENERE Narrativa Mainstream
PAGG 178
PREZZO 15,00 Euro

[xrr rating = 3.5/5]

Non c’è più sole negli occhi e nel cuore di Emily. L’anoressia le ha portato via ogni sorriso e soltanto le sue chiacchierate con Matilda, una voce immaginaria nella sua testa, le permettono di non esplodere nella follia e di aggrapparsi alla vita. Ma quando Emily varca le porte della Casa dei matti, una nota clinica di neuropsichiatria, sembra davvero arrivata la fine perché nulla è come appare e qualcuno si diverte a giocare brutalmente con la sofferenza dei matti. Finché, improvvisamente, Emily viene dimessa e il mondo ricomincia a girare. Nel segno di un destino capace di legare cose apparentemente lontane tra di loro, si lascerà travolgere da nuove amicizie e da un amore intenso e passionale. Fino a quell’ultimo giorno.

Sedici anni per Emily sono già troppi. Il suo dramma più grande è l’anoressia, derivante dal suo sentirsi vittima di maltrattamenti, più psicologici che fisici, ma comunque devastanti.
Emily è condizionata da un passato che non è stato in grado di regalarle ciò che sentiva di meritare: una madre iperprotettiva ma incapace di capirla, un fidanzato egoista che la spinge a fare ciò che lei non vuole. Emily è fragile, ha paura di perdere tutto, di rimanere sola, e sarà proprio per questo che si ritroverà rinchiusa in un ospedale neuropsichiatrico infantile, la Casa dei Matti, dove a tenerle compagnia saranno solo i matti, qualche infermiera impietosita, una direttrice arcigna e crudele e Matilda, la voce che Emily sente nella sua testa, con cui si confida quotidianamente, alla quale racconta il suo malessere e il suo disagio. Il raggiungimento dei 40kg le permetterà di uscire dall’ospedale, proiettandola in una nuova esistenza che Emily proverà a ricostruire mattone dopo mattone, nonostante il destino faccia di tutto per metterle i bastoni tra le ruote. Il messaggio che filtra dalla lettura di questo romanzo è che dai mali dell’anima si guarisce soprattutto grazie all’amore e alla fiducia, alla condivisione e alla vicinanza.

Il romanzo si articola in quattro parti, ognuna delle quali focalizzata su un momento particolare della vita di Emily, dal ricovero primaverile presso la Casa dei Matti, passando attraverso l’estate della rinascita, fino all’amaro epilogo natalizio. Una suddivisione resa ancora più netta dalle scelte stilistiche e semantiche della Ferri: una prima parte violenta, cruda, spietata, dove Emily viene fuori come una ragazza molto più matura della sua età, sottoposta a sevizie e castighi in nome di una salvezza che appare sempre più come un’utopia. Nella parte centrale, quando Emily cambia scuola e incontra nuovi amici e nuovi interessi, troviamo invece una ragazzina come tante, acerba, ingenua, piena di sogni, paure e voglia di scoprire il mondo. Caratteristiche queste che vengono riprese anche nel finale, dove Emily facendo leva sulle sue nuove convinzioni, dovrà affrontare una nuova, durissima battaglia.

Nella prima parte del romanzo il tema portante è senza ombra di dubbio l’anoressia, la lotta di Emily contro una malattia di cui è consapevole ma che non riesce a considerare completamente nemica. Qui troviamo tutti i topoi del genere: un amore finito male che mette in subbuglio la fragile psiche della protagonista, il controllo ossessivo delle calorie, il rapporto di amore-odio con la bilancia, l’autolesionismo e i conflitti con una madre impotente. Tuttavia, sebbene siano presenti tutti i cliché di una tematica molto attuale ma ancora poco conosciuta, la scrittura della Ferri, accattivante e coinvolgente, fa sì che il lettore riesca a penetrare la  storia e appassionarsi alle vicende della sfortunata adolescente. Che, c’è da dire, in questa prima parte tutto sembra tranne che un’adolescente: il modo di pensare di Emily, il suo rapportarsi alla malattia e più in generale alla vita, ci restituiscono un personaggio spigoloso e sfaccettato ma maturo e consapevole, che si fatica a inquadrare come una ragazzina di sedici anni. Il contesto dell’ospedale di neuropsichiatria infantile è approfondito e vivido, rendendo questa prima parte del romanzo la migliore dell’intera opera, per contenuti e linguaggio. Anche il ruolo di Matilda, l’amica immaginaria di Emily, contribuisce a regalare all’esposizione quel tocco di ossessività perfettamente in linea con la tematica raccontata.

Più debole ho trovato il resto, che presenta una parte centrale più lenta, meno densa di avvenimenti degni di nota, incentrata prevalentemente sulle giornate di un’adolescente come tante, tra scuola e uscite pomeridiane, incontri con militari di leva, primi baci e prime volte, ricostruzione del rapporto con i genitori e prese di coscienza mai troppo approfondite. Di contro, alcuni episodi appaiono un po’ troppo forzati, quasi votati ad assumere le sembianze di deus ex machina dei quali non si sentiva la mancanza; ma una volta inseriti, dovrebbero comunque trovare il giusto scioglimento, cosa che non sempre accade.

Dopo le dimissioni dalla Casa dei Matti la malattia di Emily passa in secondo piano, e sebbene continui a essere affrontata tramite le riflessioni della protagonista, le difficoltà nel riprendere una vita normale e gli accenni alle amiche, la narrazione si priva di quella componente deflagrante che accompagna il lettore per tutta la prima parte. Anche Matilda viene lentamente relegata in un angolo, poiché il suo ruolo viene assunto da amiche in carne e ossa.

La forza di un’opera come questa, che per sua natura possiede in sé il rifiuto e l’accettazione, la bellezza e l’orrore, l’amore e l’odio, risiede proprio nel suo essere scomoda e dirompente, diretta e persino violenta dove necessario; nel momento in cui l’anoressia abbandona il proscenio in favore di una normalità tanto desiderata ma – purtroppo – poco interessante proprio in funzione del suo essere normale, il potenziale del romanzo va pian piano scemando fino a rendere il testo piatto e banale, non più in grado di fornire gli interessanti spunti di riflessione e le emozioni, profonde proprio perché velenose e ispide, della prima parte.

Come detto in precedenza, la scrittura della Ferri è quella di una professionista, o quasi; l’assenza dei più comuni errori della narrativa esordiente riesce in parte a sopperire la mancanza di spessore della seconda parte del romanzo, rendendo nel complesso “Con gli occhi di Emily” un’opera interessante, ben scritta e godibile. L’unico appunto che mi sento di muovere all’autrice è proprio quello di aver allentato troppo la tensione, a discapito di un inizio tanto nervoso da promettere quasi un thriller, scrivendo invece una parte finale che entra prepotente nel romance, un po’ troppo sdolcinata rispetto alle aspettative create.

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MAITHUNA – Solo una bianca farfalla

Titolo: Solo una bianca farfalla
Autore: Maithuna
Editore: Fontana Editore
Genere: Erotico
Prezzo 1,99 €
[xrr rating=3/5]

Sto parlando ad una chat come a una me stessa che non conoscevo, sto parlando con un avatar e confesso quello che nessuno saprà mai di me, faccio le cose che mi chiede di fare, se mi avessero detto dieci anni fa che mi sarei passata del tempo davanti ad un monitor e con una persona che non si sa cosa sia, avrei detto che mi avrebbero potuto ricoverare…ora mi tocco e godo da sola come mai mi è successo, osservo e compro cose che pensavo non esistessero.

Una storia virtuale, dove è facile diventare ciò che nella vita reale non si ha coraggio di essere. Una storia di chat dove uomini e donne tirano fuori la propria, vera essenza, ritrovando la gioia di piccoli piaceri troppo spesso dimenticati. Protagonisti Shakti, Max e Mari; a tirare le fila è Shakti, misteriosa figura sospesa tra spiritualità new age e carnalità contemporanea. Shakti si ritaglia il ruolo di sacerdotessa, portatrice di armonia in una coppia che le abitudini e la quotidianità hanno logorato; Max non sa che la persona con cui chatta, Shakti, è la stessa che chatta negli stessi giorni ma in orari diversi con la sua fidanzata, Mari. Ed entrambi ignorano che Shakti con le sue parole, visionarie e suggestive, li sta guidando alla riscoperta di loro stessi.
Alla fine di ogni stralcio di chat, Max e Mari si abbandonano a riflessioni e pensieri, personali e vicendevoli, che aiutano il lettore a capire le dinamiche di coppia e i desideri inespressi dei protagonisti.

La figura di Shakti rimane sospesa fino alla fine in un limbo impenetrabile: difficile capire le sue intenzioni se il rapporto con lei si affronta solo con la testa, se si vuole tutto e subito, se si cerca il piacere fine a se stesso che brucia e si consuma troppo in fretta. Shakti vuole che i suoi interlocutori si abbandonino a piaceri atavici e pensieri primitivi; solo così sarà possibile conoscerla davvero, interpretare la sua volontà, renderla reale.

Il racconto è molto breve, la tematica affrontata poco originale, considerata la sua attualità. Ma l’opera è scritta con uno stile avvolgente e mai eccessivo che la rende interessante e incuriosisce il lettore, spinto a proseguire per conoscere l’epilogo di questo strano ménage à trois. Una narrazione sempre rispettosa del lettore, sospesa tra desiderio e razionalità, forse a tratti troppo politically correct per essere del tutto verosimile, ma tutto sommato gradevole.

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GRAMEGNA, Barbara – A qualcuno piace corto

Titolo: A qualcuno piace corto
Autore: Barbara Gramegna
Editore: Fontana Editore
Genere: Raccolta di racconti
Prezzo 4,99 €
[xrr rating= 2/5]

“…C’era una volta un bambino ciccio, ciccio, ciccio, che aveva una mamma ciccia, ciccia, ciccia e una nonna ciccia, ciccia, ciccia. Ludovico, così si chiamava il bambino, si alzava ogni mattina… si alzava forse è un po’ inesatto, diciamo che veniva scarrucolato ogni mattina giù dal suo letto, un letto che era stato rinforzato e che passava ogni qualche mese il controllo delle prove di carico insieme all’ascensore del condominio… si rimpinzava di ciambelle, macedonia, fagottini e tazze di caffelatte e andava a scuola con il servizio trasporto carichi eccezionali, la mamma rimaneva a casa a cucinare…”

Una raccolta deliziosa di piccoli racconti, da gustare uno dietro l’altro. Come deliziosi pasticcini, sono sapientemente farciti di storie, di vita, di occasioni, di rivelazioni, pranzi e, non ultimo, d’amore.

Racconti brevi, a volte brevissimi, vere e proprie schegge scritte utilizzando diverse tecniche narrative, dove non si scorge un vero e proprio fil rouge nonostante alcune tematiche ricorrano più di frequente rispetto ad altre. I racconti sono delle istantanee che ritraggono particolari momenti di vita di personaggi diversi, che ne esaltano gli umori, i pensieri, le paure, i disagi.

L’autrice sceglie di calarsi in maniera assoluta nei panni dei protagonisti che sceglie di raccontare: parla di bambini utilizzando uno stile fanciullesco e a tratti infantile, parla di adolescenti gergando e slangando, parla di adulti con tono composto e maturo.

Questa scelta stilistica, molto variegata – fin troppo – e molto distante dalla narrativa che siamo abituati a leggere, se da una parte potrebbe interpretarsi con il tentativo di personificare la diversità della società presa in considerazione, dall’altra appare decisamente forzata; ci vuole grandissima abilità per entrare nella psicologia e nell’intimo di personaggi così distanti tra loro, così come ci vuole consapevolezza per sapere dove e quando fermarsi per non cadere nell’eccesso. Questo confine viene travalicato sovente dall’autrice, che pur costruendo le sue microstorie giocando molto sull’ironia, scivola a tratti nell’esagerazione.

L’estrema difformità stilistica, le tante, troppe sfaccettature che s’incontrano leggendo, non agevolano la fluidità della lettura, già ostacolata dalla mancanza di tematiche di rilievo, di argomentazioni in grado di incuriosire; non è facile giudicare una raccolta di questo tipo, soprattutto in virtù del fatto che quasi tutti i racconti sembrano incompiuti; difficile trovare una morale in testi che sembrano esistere solo per compiacere chi li ha scritti, e a conti fatti non lasciano nulla in chi legge. Si potrebbe obiettare che le istantanee di vita debbano ricalcare la vita stessa, con i suoi contrasti e le sue contraddizioni, ma la narrativa a mio parere è un’altra cosa.

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GALATO, Giuseppe – Breve guida al suicidio

Titolo: Breve guida al suicidio
Autore: Giuseppe Galato
Editore: Edizioni La Gru
Genere: Umoristico
Pagg. 100
Prezzo: Euro 13.00
[xrr rating= 2.5/5]

Scritto sotto forma di saggio, Breve guida al suicidio è una delirante analisi che, prendendo spunto dal tema del suicidio, unisce alla comicità psicanalitica e filosofica di Woody Allen il sarcasmo nonsense dei Monty Python, il tutto catapultato in un universo per certi versi accostabile a quello di Guida galattica per gli autostoppisti di Adams.

Si sente spesso dire che far ridere sia molto più difficile che far piangere. Non so se quest’affermazione sia vera, perché credo che l’ilarità, così come la commozione, nascano nelle parti più nascoste e profonde di ognuno di noi, scaturite dal tocco di quelle corde che tendiamo a nascondere per non apparire troppo vulnerabili. E in virtù di questo ragionamento ritengo che far ridere qualcuno sia difficile tanto quanto farlo piangere. Una generalizzazione però si può azzardare: è indubbio che spesso, nel tentativo di divertire a tutti i costi, si scada nell’eccesso e nell’esagerazione, travalicando il confine del grottesco e risultando – passatemi il termine forte – patetici. Lo vediamo quotidianamente nei talk show, nei cabaret televisivi, nei monologhi dei tanti comici improvvisati che ci troviamo davanti quasi ogni sera. Ma a prescindere da filosofeggiamenti vari, una cosa è certa: bisogna essere davvero molto, ma molto ma molto bravi per far ridere o far piangere qualcuno per cento pagine di fila. Perché basare la scrittura di un’intera opera su un’unico, sottilissimo e volubile filo come quello del divertissement, è davvero un suicidio letterario.

Quando la carica umoristica viene sovraccaricata all’inverosimile dalla mancanza di idee, quella che nelle intenzioni dello scrittore doveva essere una trovata simpatica, arriva al lettore come qualcosa di forzato, quasi fastidioso, e così viene percepito. Il testo di Giuseppe Galato, che in virtù della tematica trattata tenta di fare dell’ironia il suo punto di forza, pur presentando alcuni spunti brillanti risulta poco convincente e nel complesso – paradossalmente – piuttosto noioso.

Il problema principale di “Breve guida al suicidio” è che a parte il fin troppo palese tentativo di strappare qualche sorriso al lettore, in queste pagine non si scorge altro. Dell’ironia amara e quasi malinconica promessa dalla quarta di copertina non v’è traccia; le battute sono prevedibili, troppo politically correct per riuscire a divertire. E se il tentativo di divertire fallisce, fallisce anche il libro, perché come detto qualche riga più su, non c’è nient’altro su cui poter fare un’analisi degna di tale nome.

Tra i principali errori nella costruzione ci sono da annoverare le troppe citazioni, la scarsa originalità – troppo spesso l’autore ricorre a trite e ritrite scene cinematografiche e letterarie – e una ripetizione ossessiva e gratuita di schemi comici – nomi di professori e istituzioni inventati che richiamano l’argomento trattato – che a una prima lettura possono far sorridere, alla seconda fanno storcere il naso, alla terza, quarta, quinta ecc…ecc… decisamente annoiano.

Qualcosa da salvare c’è: la citazione a chiusura del capitolo dedicato all’avvelenamento, una piccola perla. E la parte finale, che racconta cosa avviene dopo il suicidio prendendo in considerazione le varie religioni e non solo.

In conclusione, a “Breve guida al suicidio” è mancato il coraggio di diventare grande: la tematica si prestava ottimamente a un humour molto più nero del grigio prevedibile e un po’ fiacco che si scorge tra queste pagine.

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DE BLASIO, Ferdinando – Ali di ruggine

Titolo: ALI DI RUGGINE
Autore: FERDINANDO DE BLASIO DI PALIZZI
Editore: NULLA DIE
Collana: LEGO NARRATIVA
Pagine: 116
Prezzo: EURO 12,00
ISBN 978-88-97364-40-5
[xrr rating = 4/5]

 

ROMANZO FINALISTA AL PREMIO LETTERARIO MONDOSCRITTURA SEZIONE EDITI

Quando sul giovane Pippo, detto Senzamotivo, si abbatte senza riguardo tutta la violenza del suo tempo, gli restano solo due alternative: fuggire o resistere.
Resistere. Come un albero che, colpito da un fulmine, non si spezza, lottando al fianco dei propri amici, difendendo le proprie montagne.
Resistere, nella lieve consapevolezza che la guerra fa schifo, nella voglia di combattere per qualcosa di bello. Oscillando tra la realtà di un freddo inverno del ’43 e l’irrazionalità del mondo dei sogni, fra la rabbia e l’allegria, tra il sentimento e l’ironia. Resistere. Giocando a fare il “parmigiano”, quello con la “M”, perché quello con la “T” non è un gioco, ma un affare pericoloso: ci si rischiano le penne.
Come accade quando le brutte notizie arrivano sul serio, il ritmo cambia, la storia cambia, il finale, irrimediabilmente, cambia. E le cose di sempre, tanto amate, cominciano a colorarsi di malinconia, diventano ricordi, come fiori non ancora appassiti in mezzo a collezioni di oggetti arrugginiti.
Sentimento e ironia: sono questi gli elementi che raccontano di un ragazzo che voleva fare il “parmigiano”, di resistenze personali, di amori radicali.

RECENSIONE
Scegliere di esordire con il termine Resistenza in bella mostra sul frontespizio denota coraggio e sicurezza nei propri mezzi. Un lettore difatti, potrebbe esserne scoraggiato, temendo di ritrovarsi a nuotare in fiumi di inchiostro politicizzato increspati da sangue partigiano. Ma non è questo il caso di Ali di ruggine, che come recita il sottotitolo, più che un romanzo è una favola, raccontata con un dileggio e un’ironia evidenti già dalle prime battute. In questo senso più dell’immagine è la quarta di copertina a dare un indizio sul tipo di libro che ci ritroveremo tra le mani.

Nell’opera di esordio del giovane de Blasio la Resistenza più che un periodo storico è un modus vivendi, un pretesto per raccontare una storia che potrebbe prendere corpo in altri luoghi e in altre epoche. L’autore infatti sceglie di ambientare le vicende in una cornice assai nitida, avvalendosi di descrizioni calzanti e accurate, lasciando di contro poco spazio alla connotazione temporale, sganciando l’opera dallo specifico contesto in cui dovrebbe collocarsi. Tutto ciò che nell’immaginario comune viene associato al termine “Resistenza” non rientra tra le componenti basilari di questo romanzo: gli stenti, le rappresaglie, le battaglie feroci, le lotte per la sopravvivenza e la povertà esasperata vengono solo sfiorati, a volte lasciati da parte, in favore di argomenti più soft come l’amicizia, la fratellanza, la libertà.
Caratteristica principale del breve romanzo d’esordio di questo giovane autore è la prosa frizzante; grazie a un’impronta irridente e quasi canzonatoria de Blasio riesce, soprattutto nella prima parte, a scardinare i più basilari principi di narratologia, creando un’opera in cui le convenzioni stilistiche e i formalismi perdono d’importanza. Questa peculiarità è molto più spiccata nei capitoli iniziali, in cui il protagonista è affiancato dal nucleo di amicizie storiche; in questi episodi, carichi di allegorie e disfemismi, l’esposizione riesce a rimanere uniforme, disinvolta e stravagante. Ciò che forse può essere recriminato al giovane de Blasio è quella tendenza a voler calcare troppo la mano sull’ironia a tutti i costi, che in alcuni passaggi dà alla narrazione un’impronta un po’ artefatta, anche se nel complesso il testo si presenta elastico e divertente.

In contrapposizione al brio e alla verve esibiti nella conduzione della prima parte del racconto, de Blasio sceglie di adottare, per la seconda, uno stile più sobrio ed essenziale. Il romanzo si può difatti suddividere in due macrosezioni, in cui la partenza di Senzamotivo per la città rappresenta la linea di confine tra due tronconi che presentano differenze marcate anche sotto l’aspetto stilistico.
Nella seconda parte, più “seria” dal punto di vista contenutistico, anche l’effervescenza dello stile sembra un po’ afflosciarsi in favore di una narrazione meno originale. Gli espedienti narrativi, come la ribellione degli intellettuali nei confronti dei roghi di libri oppure il saluto romantico di Arianne a Senzamotivo, sono logorati dall’usura di autori che ne hanno già usufruito in abbondanza, rendendo la seconda parte del romanzo un po’ più debole della prima.

Nel complesso, Ali di ruggine è comunque una lettura piacevole e divertente, che strappa più di un sorriso e dimostra le potenzialità di un giovanissimo autore dalla penna sardonica ma attenta ai dettagli. È difatti impossibile non scorgere i cammei che l’autore dedica a esponenti del cantautorato italiano, in special modo l’accenno alla sublime descrizione del “Giudice” di Faber o l’atto eroico di un Ottone di Gucciniana memoria.
Peccato per le piccole sbavature di forma disseminate lungo la narrazione: le ripetizioni, gli errori nei verbi, la punteggiatura che qua e là manca e la tendenza a spezzettare troppo le unità narrative guastano un po’ il piacere di una lettura altrimenti agile e fluente.