Pubblicato il

INTRONA, Vito – Vorrei che il cielo fosse imparziale

Titolo: Vorrei che il cielo fosse imparziale
Autore: Vito Introna
Editore: EDS
Genere:Narrativa Mainstream
Pagine: 174

 

QUARTA

Annalisa vive da anni nella sua tenuta, spersa nel cuore degli Abruzzi. Si è lasciata andare, ritrovandosi trasandata, grassa e soprattutto ‘sola’. Orfana di entrambi i genitori non si è mai sposata e, dopo un’infausta esperienza lavorativa post laurea vissuta a Roma, si è chiusa in una sorta di autosufficienza esistenziale dalla quale non intende assolutamente uscire.
Ci penseranno Gemma e i suoi amici a risvegliarla, giovani musicisti girovaghi che giunti per caso una sera a casa sua, nel bene e nel male la sproneranno e accompagneranno in una difficile ricerca interiore.
Il terremoto dell’Abruzzo, l’alcolismo e una naturale inclinazione di Annalisa all’autocommiserazione, non basteranno a fermarla nella riscoperta di se stessa.
Una prova ostica di vita, che non mancherà di assumere connotati drammatici… fino all’inatteso finale.

RECENSIONE

Vorrei che il cielo fosse imparziale” è la storia di Annalisa, una donna arrivata alla soglia dei quarant’anni senza essere riuscita a realizzare le proprie ambizioni, e senza aver ancora capito in quale direzione andare per raddrizzare un’esistenza che non le piace.
Appare come un personaggio profondamente insoddisfatto, priva di una strada da seguire, in disaccordo sia con la vita che la sua famiglia ha scelto per lei, sia con quella che ha provato a crearsi da sola.
Vengono disseminati nella narrazione molti dettagli sulla sua vita passata e presente, ma queste informazioni non riescono a fornire una chiave di lettura univoca, risultando spesso in contraddizione tra loro.
Annalisa stessa è fonte di forti contrasti: appare come una specie di brutto anatroccolo ma si esprime con una risolutezza che sfiora il cinismo; sogna emozioni forti ma non apre la porta a nessuno, ha vissuto situazioni al limite dell’illegalità – arrivando persino a rimpiangerle – ma non ama il mondo patinato da cui tali situazioni spesso nascono, vorrebbe essere una donna bella, sensuale e desiderabile ma chiama “puttanelle” coloro che sono come lei sogna di diventare.
A questo proposito c’è da dire che proprio lo scarso approfondimento psicologico della protagonista confonde molto il lettore, che si trova sballottato da una parte all’altra di Annalisa senza riuscire a capire cosa voglia lei veramente, e senza riuscire di conseguenza a provare empatia per lei, né a immedesimarsi nella sua vita.

Introna sceglie di raccontare le vicende di Annalisa utilizzando un linguaggio piuttosto forbito e ricercato, che in alcuni tratti risulta persino eccessivo mentre in altri presenta scivoloni che velano il romanzo con una patina di scarsa uniformità. Termini prettamente colloquiali, ove non dialettali, sporcano qua e là il testo (per esempio, “sbevazzona” anziché ubriacona, “la stoppò” per dire “la fermò”, fare un “liscio e busso” che presumo significhi un rimprovero, oppure intere frasi, come per esempio “con un ultimo gemito riuscì a sparare fuori ciò che restava”, che non è proprio il massimo della pulizia stilistica per indicare una donna che defeca).
Un altro problema nel testo è la presenza di continui infodump, che appesantiscono un po’ la lettura.

Identificare l’autore con i propri personaggi è uno degli errori più grossolani che un critico possa commettere, ma è indubbio che dalle parole di Annalisa traspaiano pensieri difficilmente riconducibili al personaggio che Introna cerca di cucirle addosso; il difetto principale del libro è difatti l’invasività con cui troppo spesso si palesa quello che sembra essere il pensiero dell’autore rispetto alle circostanze raccontate. Ci si trova continuamente di fronte a bruschi giudizi e radicali prese di posizione, che stonano con la scelta di utilizzare un narratore esterno, senza considerare che un lettore in disaccordo con simili pensieri potrebbe trovarli antipatici.
Questo è indubbiamente un grosso difetto che pregiudica l’intera riuscita del libro. Non ho potuto fare a meno di chiedermi come possa Annalisa sciorinare giudizi che somigliano a sentenze senza possibilità di appello anche di fronte a persone che non vedeva da anni (si prenda come esempio il pranzo con Franco, durante il quale Annalisa si permette di dare della ninfomane all’ex moglie di quest’ultimo basandosi esclusivamente sulle sue reminescenze scolastiche, quando la donna in questione era una ragazzina chiacchierata che amava girare in minigonna).
È necessario notare come Introna prediliga le descrizioni fisiche rispetto a quelle caratteriali; i suoi personaggi vengono descritti minuziosamente dal punto di vista estetico ma assai poco da quello interiore. Ciò va a creare dei personaggi bidimensionali, simili a marionette guidate esclusivamente dalla volontà dell’autore.
Annalisa infatti è l’unico personaggio in luce di tutto il romanzo; gli altri sembrano essere solo dei comprimari, inseriti nel testo per giustificare la sua esistenza, ma nessuno di loro viene analizzato in maniera approfondita, risultando solo come comparse che si muovono all’ombra della protagonista.

Il romanzo non ha un leitmotiv; sembra infatti non esserci un vero e proprio intreccio, poiché il plot è fortemente sbilanciato sulla vita di Annalisa e pur sfiorando molte tematiche, non le tiene del tutto in considerazione.
Il disagio della protagonista, conseguenza di una vita che si trova a vivere suo malgrado, è il fulcro della narrazione; se il disagio è la portata principale, i contorni sembrano essere troppi e toccati con troppa superficialità: alcolismo, decadenza morale, solitudine e sogni giovanili vengono solo tratteggiati, accennati senza fermezza e senza risolutezza, non riuscendo a prendere il centro della scena e non riuscendo a giustificare il disagio di Annalisa, che rimane troppo in superficie, soffocato da innumerevoli considerazioni del narratore – sia per sua bocca che per voce della protagonista stessa – che circondano di un’aurea grottesca l’intero romanzo e gli fanno perdere peso specifico. Nel complesso la sensazione che ne ricava il lettore è di trovarsi di fronte a una donna superficiale, il cui unico problema sembra essere il non riuscire a trovare marito a causa del peso eccessivo, una donna che denigra veline e vallette sognando però di essere come loro. Il risultato è di ridurre il dramma personale che la donna vive, facendola apparire come un’adolescente senza alcuna maturità che nulla ha saputo imparare dalle difficoltà di una vita il cui disagio affonda le radici in un passato infelice.

Quello dei dialoghi e delle scelte stilistiche è un punto che ho trovato un po’ fragile. Le conversazioni tra i protagonisti peccano di scarsa uniformità rispetto alle personalità delineate nella narrazione, così come poco analizzati e poco approfonditi sembrano essere alcuni dei fatti principali. Due su tutti mi hanno lasciata più perplessa degli altri: primo, lo stupro, che per quanto venga successivamente spiegato, rimane un punto oscuro poco comprensibile e poco condivisibile. Specialmente perché a pagina 74 il narratore si esprime in questo modo: “Poter dire a quell’uomo che era il padre di un bambino mai nato” che lascerebbe presupporre un aborto di cui però non si fa cenno.
Secondo, l’affezione che Annalisa prova nei confronti dei tre ragazzi; i sentimenti, le emozioni e gli episodi sembrano liquidati con troppa fretta, e manca quell’approfondimento che sarebbe necessario per permettere al lettore di amare i protagonisti ed entrare nelle loro vite, come se Introna volesse catapultare a forza il proprio lettore nel vivo delle vicende senza però fornirgli gli strumenti necessari alla comprensione.

Il finale è un po’ annacquato, ammantato da un velo forzatamente rosa che non arricchisce la vicenda ma al contrario la banalizza un po’, culminando in un epilogo a mio avviso troppo sdolcinato e un po’ retorico.
Stessa considerazione la faccio anche per la scelta di inserire il terremoto dell’Aquila all’interno del romanzo, inserimento che appare fine a se stesso e nulla aggiunge alla bontà del testo.

Nel complesso “Vorrei che il cielo fosse imparziale” è un libro che presenta molte contraddizioni, prima fra tutte quella di essere pieno di difetti stilistici riuscendo però a mantenere scorrevolezza, visto che si lascia leggere rapidamente e con piacere presentando degli ottimi spunti, specialmente per quanto concerne le tematiche raccontate, spunti che però non vengono né sfruttati né approfonditi, a causa delle troppe ingenuità e delle troppe incertezze, sia nella costruzione che nella resa stilistica.
L’autore si scaglia con veemenza contro quelle che ritiene essere le cause della decadenza morale attuale, ma proprio questa foga lo porta ad appesantire il testo con considerazioni improprie, che rendono il romanzo un buon prodotto di partenza sul quale però andrebbero apportate delle forti limature stilistiche e al quale andrebbe data una forma più definita e meglio inquadrata nel genere specifico affrontato.