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GERINI, Valentina – Volevo un marito nero

TITOLO Volevo un marito nero
AUTORE Valentina Gerini
EDITORE 0111 Edizioni
GENERE Mainstream
PAGG 162
PREZZO 14,50 euro
ISBN 978-88-6307-616-5
[xrr rating=1.5/5]

Da Zanzibar alla Repubblica Dominicana, si raccontano le avventure di Federica che per lavoro si ritrova a vivere per alcuni mesi in luoghi esotici e, con grande spirito di adattamento, voglia di conoscere il mondo, desiderio di fondere le diverse culture e coraggio nell’affrontare le difficoltà, riesce sempre ad ambientarsi. Lei crede in importanti valori quali l’amicizia e l’amore ed è certamente quest’ultimo, travolgente e inaspettato, ciò che muove tutte le situazioni e influenza le sue decisioni al punto di cambiare la direzione del suo viaggio. Fin da piccola aveva desiderato di sposarsi con un uomo straniero e il suo sogno alla fine si avvera. Crede ciecamente nel destino e tutto quello che una veggente un
giorno le aveva predetto, diventa presto realtà. Volevo un marito nero è una breve opera ispirata ai viaggi che Valentina Gerini ha realmente intrapreso e alcune esperienze che ha realmente vissuto. Per il rispetto della privacy di tutte le persone che hanno fatto parte di questi viaggi, sono stati inventati per loro nomi di fantasia.

“Volevo un marito nero” è un libro frutto di esperienze realmente vissute dall’autrice, come specificato da lei stessa nella pagina dei Ringraziamenti. E come tutti i libri che raccontano storie realmente vissute, presenta molti difetti che ne pregiudicano la riuscita.

Per quanto possa sembrare ovvio vorrei premettere che la scrittura è – o dovrebbe essere – una forma di comunicazione: si scrive per essere letti. Per raccontare qualcosa a qualcuno. Dunque è legittimo sostenere che si scrive sempre per gli altri, mai soltanto per se stessi. E scrivere per gli altri dovrebbe implicare il fatto che l’autore si ponga delle domande sulle storie che vuole raccontare, sul come raccontarle, e soprattutto sul perché farlo. Quest’ultimo aspetto è quello che mi interessa di più, poiché la maggior parte delle volte in cui mi ritrovo tra le mani un testo autobiografico, mi chiedo perché l’autore abbia sentito l’impellente necessità di mettermi al corrente proprio di quegli avvenimenti e di farlo in quel determinato modo. E di solito quando ho questa reazione significa che l’autore non è riuscito a rendermi partecipe della sua storia.

Il testo preso in esame è assimilabile a un memoir, un genere letterario basato su ricordi relativi a momenti di vita del protagonista. Ma scrivere soltanto per raccontare eventi che si sono vissuti porta solo a un autobiografismo esasperato che il lettore nella maggior parte dei casi non può né apprezzare, né condividere, a meno che l’autore non sia talmente padrone delle tecniche narrative da riuscire a trasformare la propria storia in qualcosa di fruibile dal pubblico. Perché l’obiettivo primario di uno scrittore di narrativa dovrebbe proprio essere quello di permettere l’immedesimazione del lettore. In questo caso, purtroppo, l’autrice non si dimostra ancora pronta ad affrontare un compito tanto gravoso.

Il racconto di Valentina Gerini difatti non è efficace, poiché presenta una lacuna a mio parere incolmabile: una scrittura acerba e inespressiva, incapace di sollevare una trama priva di elementi di particolare interesse. Il libro appare difatti come un resoconto poco sviluppato, frettoloso e quasi mai approfondito della vita di un’animatrice turistica, che prima scopre le meraviglie dell’Africa lavorando diversi mesi a Zanzibar, e poi trova l’amore a Santo Domingo, unendosi a Ronny, sposandolo e trasferendosi a vivere in Italia. Di elementi da approfondire in realtà ce ne sarebbero diversi: il razzismo, la corruzione, la miseria dei paesi in via di sviluppo, ma purtroppo l’assenza di tecnica fa sì che il motore narrativo non venga mai messo in moto.

Sono solita dire che anche le storie più comuni e banali possono diventare dei capolavori, se trattate con metodo ed esperienza; ma la storia che ci viene raccontata dalla Gerini è solo raccontata e mai mostrata, con troppe ripetizioni, con concetti reiterati, con descrizioni statiche e poco incisive e dialoghi inesistenti. Indubbiamente, un accurato lavoro di editing e revisione avrebbe giovato.

Mi permetto di ricordare per l’ennesima volta ai nostri lettori e agli autori che ci inviano i propri testi per le recensioni che la narrativa non è la vita reale: la narrativa è finzione, una finzione che deve essere il più possibile verosimile per non incrinare il patto di sospensione dell’incredulità con il lettore. A questo proposito ritengo utile citare una frase di Francis Scott Fitzgerald che ormai è diventata il mio mantra: in letteratura non descrivere la noia e la stanchezza come sono, perché, fondamentalmente, la noia annoia e la stanchezza stanca.

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SCARCIGLIA, Salvatore – Le verità altrui

TITOLO Le verità altrui
AUTORE Salvatore Scarciglia
EDITORE 0111 Edizioni
GENERE Thriller/Noir
PAGG 132
PREZZO 14€
[xrr rating=2.5/5]

Un uomo condannato alla verità. Un passato angosciante che lo ha traumatizzato al punto da renderlo speciale, dolorosamente unico. Un individuo che vive a stretto contatto con i propri incubi e che si trova costretto a fare i conti con il mondo che lo circonda. Una storia di dolore, di rivelazioni e di amore. Alla fine, l’unica domanda che ci spaventa è: siamo pronti per la verità?

Leggendo “Le verità altrui” salta immediatamente all’occhio il forte squilibrio tra sequenze riflessive e sequenze attive, tra azione e descrizione; già dall’incipit, che si dilunga inutilmente sulle condizioni meteorologiche, è difatti possibile avere un’idea del tipo di narrazione che ci si troverà davanti. Un’esposizione lenta e articolata, a discapito di un intreccio tutto sommato lineare e piuttosto ben elaborato, nonostante la tematica non sia tra le più originali e nonostante le pecche che analizzerò più avanti.

Dal punto di vista stilistico, la scelta di anteporre il climax allo sviluppo vero e proprio, che potrebbe risultare un azzardo se gestita male, appare invece ben congegnata: da apprezzare la capacità dell’autore di instillare il dubbio, costruendo un personaggio tormentato e misterioso attorno cui ruotano le vicende. Quello che non funziona è lo stile vero e proprio: farraginoso e statico, inutilmente annacquato da sequenze che non aggiungono nulla alla funzionalità della storia e che anziché fluidificare, appesantiscono la lettura.

L’opera potrebbe dividersi in due macrosezioni: la prima, fino all’omicidio, incentrata prettamente sul tormento del protagonista e sul suo dono, esplicitato soltanto durante la confessione con padre Fajtor. Questa prima parte appare indubbiamente la più lenta e la più introspettiva. La seconda parte invece ruota principalmente attorno all’omicidio della figlia del sindaco e alle indagini che ne seguono, in una girandola di testimonianze e interrogatori volti a ricostruire la verità su quella morte. C’è da evidenziare che nonostante la prima parte sia propedeutica alla seconda, le due macroaree appaiono troppo scollate: molto diverse sia nella retorica sia nelle intenzioni. Punto dolente lo scioglimento: nonostante non ci si trovi di fronte a un giallo canonico, la totale assenza di spiegazioni al fatto principale che regge tutta la seconda parte del romanzo, è assai penalizzante.

Su tutta l’opera aleggia il concetto di “verità”, assoluta e relativa, che viene trattato in maniera poco narrativa e molto filosofica, fattore che contribuisce a rallentare l’esposizione e ad aumentare l’insofferenza del lettore.

In conclusione, “Le verità altrui” si presenta con una buona base di partenza, che però avrebbe dovuto essere elaborata meglio sia dal punto di vista stilistico sia da quello strutturale.

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FERRI, Sabrina – Con gli occhi di Emily

TITOLO Con gli occhi di Emily
AUTORE Sabrina Ferri
EDITORE 0111 Edizioni
GENERE Narrativa Mainstream
PAGG 178
PREZZO 15,00 Euro

[xrr rating = 3.5/5]

Non c’è più sole negli occhi e nel cuore di Emily. L’anoressia le ha portato via ogni sorriso e soltanto le sue chiacchierate con Matilda, una voce immaginaria nella sua testa, le permettono di non esplodere nella follia e di aggrapparsi alla vita. Ma quando Emily varca le porte della Casa dei matti, una nota clinica di neuropsichiatria, sembra davvero arrivata la fine perché nulla è come appare e qualcuno si diverte a giocare brutalmente con la sofferenza dei matti. Finché, improvvisamente, Emily viene dimessa e il mondo ricomincia a girare. Nel segno di un destino capace di legare cose apparentemente lontane tra di loro, si lascerà travolgere da nuove amicizie e da un amore intenso e passionale. Fino a quell’ultimo giorno.

Sedici anni per Emily sono già troppi. Il suo dramma più grande è l’anoressia, derivante dal suo sentirsi vittima di maltrattamenti, più psicologici che fisici, ma comunque devastanti.
Emily è condizionata da un passato che non è stato in grado di regalarle ciò che sentiva di meritare: una madre iperprotettiva ma incapace di capirla, un fidanzato egoista che la spinge a fare ciò che lei non vuole. Emily è fragile, ha paura di perdere tutto, di rimanere sola, e sarà proprio per questo che si ritroverà rinchiusa in un ospedale neuropsichiatrico infantile, la Casa dei Matti, dove a tenerle compagnia saranno solo i matti, qualche infermiera impietosita, una direttrice arcigna e crudele e Matilda, la voce che Emily sente nella sua testa, con cui si confida quotidianamente, alla quale racconta il suo malessere e il suo disagio. Il raggiungimento dei 40kg le permetterà di uscire dall’ospedale, proiettandola in una nuova esistenza che Emily proverà a ricostruire mattone dopo mattone, nonostante il destino faccia di tutto per metterle i bastoni tra le ruote. Il messaggio che filtra dalla lettura di questo romanzo è che dai mali dell’anima si guarisce soprattutto grazie all’amore e alla fiducia, alla condivisione e alla vicinanza.

Il romanzo si articola in quattro parti, ognuna delle quali focalizzata su un momento particolare della vita di Emily, dal ricovero primaverile presso la Casa dei Matti, passando attraverso l’estate della rinascita, fino all’amaro epilogo natalizio. Una suddivisione resa ancora più netta dalle scelte stilistiche e semantiche della Ferri: una prima parte violenta, cruda, spietata, dove Emily viene fuori come una ragazza molto più matura della sua età, sottoposta a sevizie e castighi in nome di una salvezza che appare sempre più come un’utopia. Nella parte centrale, quando Emily cambia scuola e incontra nuovi amici e nuovi interessi, troviamo invece una ragazzina come tante, acerba, ingenua, piena di sogni, paure e voglia di scoprire il mondo. Caratteristiche queste che vengono riprese anche nel finale, dove Emily facendo leva sulle sue nuove convinzioni, dovrà affrontare una nuova, durissima battaglia.

Nella prima parte del romanzo il tema portante è senza ombra di dubbio l’anoressia, la lotta di Emily contro una malattia di cui è consapevole ma che non riesce a considerare completamente nemica. Qui troviamo tutti i topoi del genere: un amore finito male che mette in subbuglio la fragile psiche della protagonista, il controllo ossessivo delle calorie, il rapporto di amore-odio con la bilancia, l’autolesionismo e i conflitti con una madre impotente. Tuttavia, sebbene siano presenti tutti i cliché di una tematica molto attuale ma ancora poco conosciuta, la scrittura della Ferri, accattivante e coinvolgente, fa sì che il lettore riesca a penetrare la  storia e appassionarsi alle vicende della sfortunata adolescente. Che, c’è da dire, in questa prima parte tutto sembra tranne che un’adolescente: il modo di pensare di Emily, il suo rapportarsi alla malattia e più in generale alla vita, ci restituiscono un personaggio spigoloso e sfaccettato ma maturo e consapevole, che si fatica a inquadrare come una ragazzina di sedici anni. Il contesto dell’ospedale di neuropsichiatria infantile è approfondito e vivido, rendendo questa prima parte del romanzo la migliore dell’intera opera, per contenuti e linguaggio. Anche il ruolo di Matilda, l’amica immaginaria di Emily, contribuisce a regalare all’esposizione quel tocco di ossessività perfettamente in linea con la tematica raccontata.

Più debole ho trovato il resto, che presenta una parte centrale più lenta, meno densa di avvenimenti degni di nota, incentrata prevalentemente sulle giornate di un’adolescente come tante, tra scuola e uscite pomeridiane, incontri con militari di leva, primi baci e prime volte, ricostruzione del rapporto con i genitori e prese di coscienza mai troppo approfondite. Di contro, alcuni episodi appaiono un po’ troppo forzati, quasi votati ad assumere le sembianze di deus ex machina dei quali non si sentiva la mancanza; ma una volta inseriti, dovrebbero comunque trovare il giusto scioglimento, cosa che non sempre accade.

Dopo le dimissioni dalla Casa dei Matti la malattia di Emily passa in secondo piano, e sebbene continui a essere affrontata tramite le riflessioni della protagonista, le difficoltà nel riprendere una vita normale e gli accenni alle amiche, la narrazione si priva di quella componente deflagrante che accompagna il lettore per tutta la prima parte. Anche Matilda viene lentamente relegata in un angolo, poiché il suo ruolo viene assunto da amiche in carne e ossa.

La forza di un’opera come questa, che per sua natura possiede in sé il rifiuto e l’accettazione, la bellezza e l’orrore, l’amore e l’odio, risiede proprio nel suo essere scomoda e dirompente, diretta e persino violenta dove necessario; nel momento in cui l’anoressia abbandona il proscenio in favore di una normalità tanto desiderata ma – purtroppo – poco interessante proprio in funzione del suo essere normale, il potenziale del romanzo va pian piano scemando fino a rendere il testo piatto e banale, non più in grado di fornire gli interessanti spunti di riflessione e le emozioni, profonde proprio perché velenose e ispide, della prima parte.

Come detto in precedenza, la scrittura della Ferri è quella di una professionista, o quasi; l’assenza dei più comuni errori della narrativa esordiente riesce in parte a sopperire la mancanza di spessore della seconda parte del romanzo, rendendo nel complesso “Con gli occhi di Emily” un’opera interessante, ben scritta e godibile. L’unico appunto che mi sento di muovere all’autrice è proprio quello di aver allentato troppo la tensione, a discapito di un inizio tanto nervoso da promettere quasi un thriller, scrivendo invece una parte finale che entra prepotente nel romance, un po’ troppo sdolcinata rispetto alle aspettative create.

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LIVORATI, Jury – Il ritorno di Beynul

Titolo: IL RITORNO DI BEYNUL (Alethya – Libro I)
Autore: JURY LIVORATI
Editore: 0111 EDIZIONI
Genere: FANTASY
Pagg: 236
Prezzo: 15,70
[xrr rating=4.5/5]

Il Regno di Alethya è sconvolto dagli scontri tra l’Ordine dei Religiosi, che detiene il potere, e i Tecnici, un gruppo di individui con facoltà soprannaturali. Il Manderley Ansal, massima autorità del Regno, ha ricondotto il popolo alla devozione grazie al Galen-at, il bambino considerato la reincarnazione del leggendario Mander. Durante una cerimonia, una squadra di Tecnici rapisce il bambino, gettando l’intero Regno in uno stato di crisi spirituale e sociale. Mentre il Manderley e l’ordine corrono ai ripari per mantenere il controllo della popolazione, i Tecnici aiuteranno il Galen-at a conoscere la sua vera storia e le vicende che hanno condotto alla nascita di Alethya e della religione. È l’inizio di un percorso alla scoperta di un complotto secolare e del misterioso potere del Vaso, che aiuterà il bambino a comprendere il suo obiettivo e a prendere parte allo scontro decisivo per le sorti di Alethya.

Alethya, anno del Vaso 790.
Durante il viaggio di alcuni Tecnici, persone con poteri magici che si ribellavano ai Religiosi, per andare a fare un comizio in modo da far conoscere alla popolazione gli intrighi e i sotterfugi dell’Ordine dei Religiosi, a causa di un’imboscata di quest’ultimi viene ucciso tutto il gruppo e rapito il neonato che era presente, Beynul, un Tecnico che a differenza dei suoi simili aveva dentro di sé tutti i poteri assieme anziché uno solo.
Beynul viene portato dal Manderley che lo affida a Malun, un Religioso che diventerà il suo tutore e gli cambierà il nome in Kal.
Alethya, anno del Vaso 798.
Kal è stato cresciuto dai Religiosi con la convinzione di essere il Galen-at, ovvero la reincarnazione del grande Mander, motivo per cui dentro di sé crescevano insieme a lui i suoi poteri magici.
Un giorno però, durante una cerimonia, Kal viene rapito dai Tecnici e portato nel loro covo. All’inizio il bambino pensa che vogliano torturarlo per vendicarsi dei Religiosi, ma Gavren, il capo dei Tecnici presente al rapimento del bambino otto anni prima, gli spiega le sue vere origini e come è finito nelle mani dei Religiosi. In un primo momento Kal rimane disorientato, pian piano però si abitua a riconoscere in Beynul il suo vero nome e grazie ai suoi poteri capisce che quello che Gavren gli racconta è la verità.
Decide così di unirsi ai Tecnici nella loro battaglia, ma prima vuole sapere tutta la verità e la storia passata. Soprattutto vuole conoscere la storia del Vaso.

I personaggi sono ben caratterizzati sia a livello fisico, tramite una descrizione molto precisa ma scorrevole, sia a livello mentale e sentimentale, descrivendo in maniera minuziosa tutti gli stati d’animo e le sensazioni provate, trasmettendo così al lettore la loro esistenza in maniera realistica, portandolo ad affezionarsi ad alcuni e a odiarne altri.
La narrazione coinvolgente porta a vivere in prima persona tutti i sentimenti provati dai personaggi, creando così un legame molto forte che alla fine del libro lascia quasi un senso di vuoto, che spinge il lettore a voler iniziare subito il seguito per poter ritrovare i suoi amici e scoprire quali altre avventure devono affrontare.

Il libro è scritto in modo scorrevole con un linguaggio molto semplice che può essere compreso da chiunque. Le descrizioni sono molto ben realizzate senza risultare pesanti o noiose, il lettore ha la sensazione di visualizzare i luoghi in maniera tridimensionale come se ci si trovasse davvero. Gli avvenimenti sono descritti in modo uniforme e continuativo legandosi tra di loro in maniera omogenea, anche quando ci sono dei flashback che aiutano a capire più a fondo senza creare confusione.

Ottimo libro, ben strutturato, che sa coinvolgere il lettore trasportandolo in un mondo fantastico che però sembra reale. Una trama che si svolge in modo scorrevole con colpi di scena e flashback ben posizionati che spiegano al lettore perfettamente gli avvenimenti senza anticiparli o rivelare troppe informazioni, dando la possibilità di partecipare attivamente alla storia cercando di capire gli sviluppi che hanno portato agli accadimenti narrati.

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LIVORATI, Juri – L’eredità

Titolo: L’eredità
Autore: Jury Livorati
Editore: 0111 Edizioni
Pagg. 260
Prezzo: 16,00€
ISBN 9788863074543

VALUTAZIONEmediocre

La morte di Simona in un tragico incidente, nell’estate del 2006, sembra non avere altra spiegazione che una banale distrazione alla guida. Ma suo marito Roberto non ne è del tutto convinto. Dopo un terribile sogno e una strana telefonata, i suoi sospetti trovano un seguito. Si farà infatti viva Erika, una vecchia amica della vittima, che dichiara di essere a conoscenza di un suo importante segreto. In realtà Erika è al corrente della minima parte di una terribile verità che affonda le sue radici nel 1400, in un villaggio del modenese sconvolto dalla messa al rogo di una donna accusata di essere una strega. Grazie a un’ultima testimonianza che Simona aveva lasciato temendo proprio di essere uccisa, e che Roberto ritrova con l’aiuto di Erika, sua figlia Cristina scopre tutti i particolari di un assurdo destino, l’eredità che dal passato è arrivata fino a lei e che minaccia di distruggerla. Ma, come sua madre, anche lei sceglierà la via della ribellione.

La riuscita di un romanzo dipende principalmente dal giusto mix di tre fattori: stile, forma, trama. Ne “L’eredità”  il contenuto, tutto sommato discreto anche se non particolarmente originale, è soffocato dallo stile e dalla forma scelti dall’autore: inutilmente cerimonioso e arzigogolato il primo, ridondante e statica la seconda.

“L’eredità” è  un romanzo che presenta più di un punto debole, ma credo che il problema più ingombrante, dal quale derivano poi tutti gli altri, sia la mancata corrispondenza tra il genere affrontato e il ritmo narrativo: ci troviamo di fronte a un’opera ibrida tra un urban fantasy e un thriller, che anziché essere incalzante e rapida come il genere richiederebbe, si accartoccia su se stessa fino a far implodere la tensione narrativa. E – diciamolo pure – fino a creare una tale insofferenza nel lettore da portarlo molto presto alla noia. Ed è un peccato, perché tutto sommato la struttura messa in piedi dall’autore è solida e ben congegnata, presentando anche dei picchi di notevole interesse, così come interessante appare la trama, che sebbene sfrutti una tematica già utilizzata da più di un autore in passato, contiene guizzi di notevole spessore.
Ma, come detto, il romanzo è troppo lento, arrivando nella prima metà a sfiorare l’inconsistenza. Si apre con la morte di Simona e per 75 pagine – per un quarto di libro – non succede assolutamente niente: nelle prime 40 l’autore sceglie di percorrere istante dopo istante la mezz’ora che separa Roberto dalla scoperta dell’incidente di sua moglie, analizzandone ogni singolo gesto, movimento, pensiero fino alla nausea. Che Simona sia morta lo sappiamo alla quinta riga della prima pagina. Dover aspettare oltre quaranta cartelle affinché se ne accorga anche il marito è – francamente – chiedere troppo.

Nelle restanti 35 pagine le cose non migliorano granché: lo stesso arco temporale viene preso in esame dal punto di vista di Cristina, di Isa, di Gisella, di Mattia. A incorniciare il tutto si aggiungono pesanti quanto inutili descrizioni di ambienti, persone, sentimenti ed espressioni che ingolfano ulteriormente la storia e non la fanno decollare. Nemmeno i dialoghi aiutano a creare la necessaria empatia, apparendo artificiosi e inverosimili.

Uno spiraglio di luce arriva intorno a pagina 75, quando viene introdotta la misteriosa figura di Daniele, in grado di dare una scossa a una trama fin lì stagnante, ma, per l’appunto, è solo uno spiraglio:  subito dopo ci si immerge nuovamente in  altre venti pagine di episodi privi di pathos che culminano con il funerale di Simona, del quale ovviamente conosciamo il punto di vista di tutti i presenti.

Finalmente, a pagina 100 – a metà libro… – qualcosa si muove: l’incontro con Erika e l’inizio del racconto proiettato nel passato iniziano a guidare il lettore attraverso il dipanarsi del mistero, ma è già tardi per risollevare il morale del povero lettore, esausto e sfinito da cento pagine di nulla assoluto.

La seconda e la terza parte del romanzo, che ripercorrono la vita di Simona e l’evento che le cambiò per sempre la vita, sono senza dubbio più vive e interessanti, ma anche queste soffrono degli stessi difetti incontrati nella prima metà: la costruzione dei periodi è troppo complessa, gli episodi troppo diluiti, lo stile narrativo troppo denso. I repentini spostamenti di focalizzazione abbinati ad altrettanti cambi nell’uso dei tempi verbali spesso disorientano la lettura e compromettono la linearità della storia; i personaggi presi in esame, se si esclude Simona che oggettivamente è un personaggio a tutto tondo, sono poco più che abbozzati e mancano di approfondimento, risultando lontani, blandi ed edulcorati.

L’autore inanella inoltre una serie di anacronismi più o meno fastidiosi (come per esempio il fatto che nel ‘500 una donna di trent’anni non poteva certo considerarsi giovane…) ma che indubbiamente non costituiscono il problema principale della narrazione, che come detto, risiede nell’estrema lentezza e nell’inutile ridondanza sia di contenuti sia di forma.

A conti fatti credo che “L’eredità” potesse essere un romanzo migliore se epurato dalla pesantezza stilistica e se le oltre 200 pagine che lo compongono fossero state sfruttate meglio: anziché dilungarsi in inutili paragrafi espositivi l’autore avrebbe dovuto optare per una maggior caratterizzazione dei personaggi. Ne avrebbero giovato sia il ritmo narrativo sia la verosimiglianza della storia. Allo stato attuale invece “L’eredità” è un romanzo davvero troppo, ma troppo lento e farraginoso.

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[GIVEAWAY] Vincitore QUASI UMANI di Claudio Lei

Cari amici,
grazie per aver partecipato numerosi al nostro ultimo giveaway. Come di consueto, abbiamo estratto il fortunato vincitore che riceverà direttamente a casa una copia di QUASI UMANI.
Ecco di seguito le informazioni sull’estrazione.

Abbiamo numerato i partecipanti in ordine di commento:

1 –  Sil
2 – Il mondo di Dru
3 – Antonio
4 – Urwen
5 – Francesco
6 – paola orvietani

Tramite il sito Random.org abbiamo impostato l’estrazione, e il fortunato vincitore è…

quasiumani

SIL!

Grazie a tutti voi, per ora i nostri giveaway si prendono una pausa, ma per una causa nobile: stiamo per proclamare i vincitori del primo Premio Letterario Mondoscrittura, perciò stavolta più che mai… STAY TUNED!

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[GIVEAWAY#16] Quasi umani, Claudio Lei

Da oggi fino a domenica 12 Maggio saremo in compagnia di Claudio Lei e del suo “Quasi umani”, in palio per il nostro giveaway nr. 16 che come d’abitudine sarà spedito direttamente al vincitore.

Come sempre vi chiediamo di citare in un commento la frase del libro, o della quarta, che vi ha colpito di più.

Avete tempo da oggi, 29 Aprile, fino al 12 Maggio.

Ecco a voi la quarta di copertina da cui prendere ispirazione:

Diana si aggira come un’estranea nei nostri giorni, detesta la superficialità vissuta come esigenza esistenziale e respinge i modelli proposti da pubblicitari e mass media. In un giorno qualunque, di una vita sempre più grigia, un incontro sfavillante la cambia per sempre. Un mago. Un reietto come lei. Obbligato a fuggire e a nascondersi dietro due occhi quasi umani. Insieme ripercorreranno conoscenze occulte, ormai celate all’uomo moderno immolato alla tecnocrazia. Testi ancestrali, scritti da filosofi in ere passate, depositari dei primi postulati esoterici. La magia sorgerà ancora. Gli uomini hanno perseguitato stregoni e incantatori perché erano diversi, ma ora c’è una nuova maga: Diana. La guida una convinzione pericolosa: quella di sapere ciò che è vero e giusto. Il suo potere è enorme, quasi illimitato, con esso cercherà di imporre la sua volontà. Cosa si riterrà in diritto di fare?

 In questa pagina trovate la recensione di Mondoscrittura.

Buon giveaway a tutti!

 

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LEI, Claudio – Quasi umani

Titolo: Quasi Umani
Autore: Claudio Lei
Editore: 0111 Edizioni
Genere: Urban Fantasy
Pagine: 236
Prezzo: 16,00
ISBN: 9788863074697

Diana si aggira come un’estranea nei nostri giorni, detesta la superficialità vissuta come esigenza esistenziale e respinge i modelli proposti da pubblicitari e mass media. In un giorno qualunque, di una vita sempre più grigia, un incontro sfavillante la cambia per sempre. Un mago. Un reietto come lei. Obbligato a fuggire e a nascondersi dietro due occhi quasi umani. Insieme ripercorreranno conoscenze occulte, ormai celate all’uomo moderno immolato alla tecnocrazia. Testi ancestrali, scritti da filosofi in ere passate, depositari dei primi postulati esoterici. La magia sorgerà ancora. Gli uomini hanno perseguitato stregoni e incantatori perché erano diversi, ma ora c’è una nuova maga: Diana. La guida una convinzione pericolosa: quella di sapere ciò che è vero e giusto. Il suo potere è enorme, quasi illimitato, con esso cercherà di imporre la sua volontà. Cosa si riterrà in diritto di fare?

TRAMA

Diana è una disadattata che vive in un mondo di nevrosi, incapace di stabilire una relazione di coppia sana ma soprattutto di integrarsi nei modelli che la società impone. Si barcamena: troppo orgogliosa per pensare a una sana psicoterapia, troppo snob per accettare i consigli e l’affetto delle amiche, care al punto di accettarla così com’è. L’incontro con Alessandro e con la scimmia Mojito cambiano la sua realtà: l’illusione dell’amore e la comparsa della magia sembrano all’inizio complicare tutto, ma poi Diana si lascia andare a quella che si rivela essere la sua vera natura. Il desiderio di potere, la voglia di rivalsa verso ingiustizie che lei stessa si è procurata non fanno che accecarla ancora di più. Diana diventa “la maga” ma perde definitivamente ogni capacità di comprendere quello che realmente le sta accadendo, insieme alla possibilità di ricongiungersi con il mondo, con un finale del tutto imprevedibile.

PERSONAGGI

Diana è un personaggio scomodo, antipatico, nevrotico: una protagonista femminile come quelle che piacciono a me. Una donna che ama piangersi addosso, il cui vittimismo infantile irrita i nervi tanto quanto attira a proseguire la lettura, nel tentativo di comprendere cosa le accadrà.

Accanto a lei l’autore ha messo in scena una formazione di uomini e donne che incarnano diversi modi di interpretare la vita, per nulla stereotipati bensì pulsanti e reali: Sara è l’amica fidata; Vivian la bambola eterea incurante del giudizio degli altri; Stefania la quintessenza di quel buonismo un po’ sciocco e frivolo che permette di vivere bene nella società dei consumi. Alessandro è l’uomo intelligente, brutale e disincantato, che nel finale con un colpo di coda ci regala più di una lezione di vita; Ivan è l’eterno sfigato, il Peter Pan privo della capacità di volare; Marco è il cinico (o realista) del gruppo mentre Davide incarna la capacità di attraversare la vita senza viverla davvero.

Non c’è background di questi personaggi ma non se ne sente la mancanza: sono attori in scena hic et nunc, ci mostrano come vivono questo momento della loro vita lasciandocelo godere appieno.

STILE E FORMA

Lo stile di Lei è intenso, ricco di allegorie e immagini paradossali. L’autore non utilizza i sensi classici per coinvolgere il lettore: al posto della vista o dell’olfatto utilizza i sentimenti, le emozioni. Nel testo sono disseminati numerosi passaggio che rasentano la poesia, fatti di ossimori molto gradevoli. La lettura non è semplice ma tuttavia fluida e scorrevole: ci si ritrova immersi nel distorto mondo di Diana senza il minimo desiderio di uscirne.

Da contraltare a uno stile così piacevole, la correzione della bozza lascia molto a desiderare: la punteggiatura dentro e fuori le caporali è completamente sballata, così come l’uso delle maiuscole. Non v’è rientro al capoverso né interlinea, per cui il testo appare come schiacciato su se stesso. Questa poca cura mi ha impedito di dare un giudizio complessivo ancora più alto.

La copertina è molto azzeccata e incisiva, pregevole.

GIUDIZIO

In questo romanzo l’avvento del magico poteva anche essere evitato: avrebbe funzionato benissimo lo stesso. Perché Lei usa  magia come si usa una metafora: che Diana acquisisca o meno poteri magici è irrilevante. L’elemento esoterico viene ben sviscerato, senza essere determinante. Quella che vediamo dipanarsi tra le pagine è la storia di una ragazza che cerca la via più facile e più comoda per cambiare la propria vita. Una ragazza priva di autocritica e della capacità di mettersi realmente in discussione, per poter cambiare quello che non le va genio. Tutt’altro: il suo spocchioso anticonformismo la conduce in una spirale sempre più distruttiva, dove alla fine a vincere saranno proprio le debolezze. Volendo riassumere in maniera popolare la morale di questo romanzo potremmo dire che nulla cambia davvero e che per avere successo in questo mondo c’è chi sarebbe disposto a vendere l’anima al Diavolo. Ma Claudio Lei lo dice molto meglio di così, regalandoci duecentotrentasei gustosissime pagine.

VALUTAZIONE: buono