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A.A.A. autori cercasi

Cari amici, followers e aficionados di Mondoscrittura,
come ogni anno le Streghe si divertono a rimestare nel calderone per sperimentare nuovi incantesimi in grado di dare un po’ di visibilità e – perché no – un pizzico di soddisfazione agli autori emergenti. Quest’anno abbiamo deciso di iniziare il nostro percorso proprio dagli autori che hanno già pubblicato e sono alla ricerca di una location per poter presentare la propria opera.

Mondoscrittura infatti si occuperà di gestire il calendario della rassegna culturale organizzata dalla Pro Loco di Ciampino, dedicata alla presentazione di autori ed eventi socioculturali.

DI COSA SI TRATTA?
La Pro loco di Ciampino organizzerà degli incontri settimanali in un locale del territorio comunale di Ciampino, dove gli autori avranno la possibilità di tenere dei reading e delle presentazioni dei propri romanzi.

QUANDO?
Il programma si svilupperà dall’ottobre 2014 alla primavera 2015, è previsto un incontro a settimana. Gli autori saranno selezionati entro il 31 Marzo 2014.

DOVE?
Gli eventi avranno luogo a Ciampino.

COME FUNZIONA?
Mondoscrittura si occuperà di effettuare una lettura preliminare e ricontatterà tutti  gli autori ritenuti meritevoli, proponendo loro la data prescelta.

COSA DEVO FARE?
Bisogna compilare il modulo sottostante in tutti i campi, e attendere il riscontro della nostra Redazione.

DEVO PAGARE QUALCOSA?
Assolutamente NO! Per quanto riguarda la possibilità di vendere copie del libro, l’autore dovrà accordarsi direttamente con il proprio editore.

HO DELLE DOMANDE DA FARE, A CHI POSSO RIVOLGERMI?
Puoi inviare un’email a direzione@mondoscrittura.it specificando nell’oggetto “Rassegna culturale di Ciampino”.

VI ASPETTIAMO! 

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DE BLASIO, Ferdinando – Ali di ruggine

Titolo: ALI DI RUGGINE
Autore: FERDINANDO DE BLASIO DI PALIZZI
Editore: NULLA DIE
Collana: LEGO NARRATIVA
Pagine: 116
Prezzo: EURO 12,00
ISBN 978-88-97364-40-5
[xrr rating = 4/5]

 

ROMANZO FINALISTA AL PREMIO LETTERARIO MONDOSCRITTURA SEZIONE EDITI

Quando sul giovane Pippo, detto Senzamotivo, si abbatte senza riguardo tutta la violenza del suo tempo, gli restano solo due alternative: fuggire o resistere.
Resistere. Come un albero che, colpito da un fulmine, non si spezza, lottando al fianco dei propri amici, difendendo le proprie montagne.
Resistere, nella lieve consapevolezza che la guerra fa schifo, nella voglia di combattere per qualcosa di bello. Oscillando tra la realtà di un freddo inverno del ’43 e l’irrazionalità del mondo dei sogni, fra la rabbia e l’allegria, tra il sentimento e l’ironia. Resistere. Giocando a fare il “parmigiano”, quello con la “M”, perché quello con la “T” non è un gioco, ma un affare pericoloso: ci si rischiano le penne.
Come accade quando le brutte notizie arrivano sul serio, il ritmo cambia, la storia cambia, il finale, irrimediabilmente, cambia. E le cose di sempre, tanto amate, cominciano a colorarsi di malinconia, diventano ricordi, come fiori non ancora appassiti in mezzo a collezioni di oggetti arrugginiti.
Sentimento e ironia: sono questi gli elementi che raccontano di un ragazzo che voleva fare il “parmigiano”, di resistenze personali, di amori radicali.

RECENSIONE
Scegliere di esordire con il termine Resistenza in bella mostra sul frontespizio denota coraggio e sicurezza nei propri mezzi. Un lettore difatti, potrebbe esserne scoraggiato, temendo di ritrovarsi a nuotare in fiumi di inchiostro politicizzato increspati da sangue partigiano. Ma non è questo il caso di Ali di ruggine, che come recita il sottotitolo, più che un romanzo è una favola, raccontata con un dileggio e un’ironia evidenti già dalle prime battute. In questo senso più dell’immagine è la quarta di copertina a dare un indizio sul tipo di libro che ci ritroveremo tra le mani.

Nell’opera di esordio del giovane de Blasio la Resistenza più che un periodo storico è un modus vivendi, un pretesto per raccontare una storia che potrebbe prendere corpo in altri luoghi e in altre epoche. L’autore infatti sceglie di ambientare le vicende in una cornice assai nitida, avvalendosi di descrizioni calzanti e accurate, lasciando di contro poco spazio alla connotazione temporale, sganciando l’opera dallo specifico contesto in cui dovrebbe collocarsi. Tutto ciò che nell’immaginario comune viene associato al termine “Resistenza” non rientra tra le componenti basilari di questo romanzo: gli stenti, le rappresaglie, le battaglie feroci, le lotte per la sopravvivenza e la povertà esasperata vengono solo sfiorati, a volte lasciati da parte, in favore di argomenti più soft come l’amicizia, la fratellanza, la libertà.
Caratteristica principale del breve romanzo d’esordio di questo giovane autore è la prosa frizzante; grazie a un’impronta irridente e quasi canzonatoria de Blasio riesce, soprattutto nella prima parte, a scardinare i più basilari principi di narratologia, creando un’opera in cui le convenzioni stilistiche e i formalismi perdono d’importanza. Questa peculiarità è molto più spiccata nei capitoli iniziali, in cui il protagonista è affiancato dal nucleo di amicizie storiche; in questi episodi, carichi di allegorie e disfemismi, l’esposizione riesce a rimanere uniforme, disinvolta e stravagante. Ciò che forse può essere recriminato al giovane de Blasio è quella tendenza a voler calcare troppo la mano sull’ironia a tutti i costi, che in alcuni passaggi dà alla narrazione un’impronta un po’ artefatta, anche se nel complesso il testo si presenta elastico e divertente.

In contrapposizione al brio e alla verve esibiti nella conduzione della prima parte del racconto, de Blasio sceglie di adottare, per la seconda, uno stile più sobrio ed essenziale. Il romanzo si può difatti suddividere in due macrosezioni, in cui la partenza di Senzamotivo per la città rappresenta la linea di confine tra due tronconi che presentano differenze marcate anche sotto l’aspetto stilistico.
Nella seconda parte, più “seria” dal punto di vista contenutistico, anche l’effervescenza dello stile sembra un po’ afflosciarsi in favore di una narrazione meno originale. Gli espedienti narrativi, come la ribellione degli intellettuali nei confronti dei roghi di libri oppure il saluto romantico di Arianne a Senzamotivo, sono logorati dall’usura di autori che ne hanno già usufruito in abbondanza, rendendo la seconda parte del romanzo un po’ più debole della prima.

Nel complesso, Ali di ruggine è comunque una lettura piacevole e divertente, che strappa più di un sorriso e dimostra le potenzialità di un giovanissimo autore dalla penna sardonica ma attenta ai dettagli. È difatti impossibile non scorgere i cammei che l’autore dedica a esponenti del cantautorato italiano, in special modo l’accenno alla sublime descrizione del “Giudice” di Faber o l’atto eroico di un Ottone di Gucciniana memoria.
Peccato per le piccole sbavature di forma disseminate lungo la narrazione: le ripetizioni, gli errori nei verbi, la punteggiatura che qua e là manca e la tendenza a spezzettare troppo le unità narrative guastano un po’ il piacere di una lettura altrimenti agile e fluente.

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Sportello Strega nr. 3: perché farmi editare?

Nel terzo e ultimo post relativo ai servizi editoriali e ai loro fruitori, eccoci giunti all’editing. Questo sconosciuto? Forse. Molti confondono l’editing con il ghostwriting e si aspettano che l’editor riscriva le parti di testo che non vanno. Altri, al contrario, si aspettano che l’editing sia una sorta di valutazione, e si irritano fortemente se l’editor mette le mani anche su una sola delle loro meravigliose frasi colme di avverbi, d eufoniche e parole inesistenti. Al contempo, il tipo di editing svolto può essere più o meno profondo, in base alla finalità del servizio, alla professionalità e competenza dell’editor. Chiariamo subito alcuni punti: un editing non può prescindere dall’intervenire su alcuni errori oggettivi e macroscopici come errori ortografici e grammaticali, refusi, impaginazione, incongruenze dei tempi verbali, utilizzo di termini impropri o imprecisioni storiche. Allo stesso modo, l’editing dovrebbe segnalare all’autore tutte quegli errori legati alla struttura o alla coerenza del romanzo: ad esempio, se il protagonista piange in ottobre all’aperto, difficilmente potrà farlo mentre ammira i campi di grano. Allo stesso modo, se una sequenza narrativa è colma di troppi avvenimenti per l’arco temporale indicato, o se la vittima di turno esce dall’ufficio indossando un cappotto in pieno giugno. I romanzi sono pieni di queste imprecisioni, e un buon editing serve a eliminarle e ogni autore dovrebbe essere grato di ricevere tali indicazioni.

Riguardo invece lo stile e la struttura del romanzo, l’editor può scegliere di intervenire su frasi poco fluide, oppure suggerire una diversa disposizione delle sequenze narrative: in questo campo è possibile che si entri nel “soggettivo” o nel gusto personale dell’editor, dell’autore o del target di riferimento del libro.

Allora perché farsi editare? Nelle interviste di Mondoscrittura rivolte agli editori abbiamo sempre chiesto “preferite un testo già editato oppure lavorare sul prodotto grezzo”? Non lo abbiamo chiesto a caso, e la risposta è stata sempre la stessa: che non c’è differenza per loro. Sì, perché alla fine una buona CE lavorerà comunque sul testo che produce. E allora, direte voi, che senso ha farmi editare? Se il vostro è un lavoro anche solo buono, oltre che consapevole, nessuno. Ma se non siete ancora padroni delle tecniche narrative, allora forse far fare un “giro di editing” al vostro romanzo può rappresentare la differenza tra enne frustranti attese/rifiuti e l’agognata pubblicazione.

Perché scegliere un editing?
A- Perché si vuole essere certi di essere pubblicati
B-  Perché si desidera conoscere nel dettaglio dove intervenire sul testo
C- Perché si desidera mandare il proprio romanzo in giro per le CE nelle migliori condizioni possibili
D- Perché così qualcuno fa il lavoro al posto nostro
E-  Perché così qualcuno riscrive per me parti del romanzo
F- Per poter inviare alle case editrici un prodotto migliore

Perché non posso usare i miei beta reader per l’editing?
A- Perché i beta reader tendono a essere clementi in quanto persone a noi vicine
B-  Perché usare sempre lo stesso beta reader vuol dire appoggiarsi a un solo background culturale
C- Perché scegliere un editor professionale significa confrontarsi con qualcuno che oltre a conoscere il proprio lavoro conosce il mondo editoriale dall’interno

 

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FAZIO, Annamaria – Gocce di Eros

Gocce di Eros – il profumo dei sensi
Anna Maria Fazio
Self Publishing Youcanprint
Pag. 54
Prezzo: Euro 10,00
Genere: antologia di racconti erotici
ISBN 978-88-67515-78-3

Quando si parla di erotismo c’è sempre il timore più o meno recondito di apparire inadeguati. Tante sono le scuole di pensiero sull’argomento, e tante sono le domande che un autore di solito si pone quando decide di cimentarsi in un genere tanto delicato: quanto osare? Che termini utilizzare? Celare o esplicitare? Risulterà volgare? Qual è il confine tra erotismo e pornografia? È solo una questione semantica, come sosteneva Tinto Brass quando diceva che l’erotismo sta alla pornografia come la fellatio sta al pompino, o c’è qualcosa di più? Bisognerebbe anche chiedersi qual è il fine ultimo di ciò che si scrive; l’obiettivo che dovrebbe porsi chi si cimenta in un testo erotico è quello di eccitare. Ma non solo in senso fisico; l’eccitazione deve essere prima di tutto emozionale, può essere un piacevole languore, può essere stimolo, impulso, intrigo, fascino, mistero.
E riuscire a intrigare, stimolare ed eccitare solo con la scrittura non è un’impresa facile; l’erotismo è per sua natura un genere molto visivo, ed eguagliare la spinta data da un mezzo come il cinema o la fotografia, veicoli che si rivolgono direttamente all’istinto senza passare tramite la mediazione delle parole, è molto, molto difficile. Il cervello è la più grande zona erogena dell’essere umano, ma anche la più complicata da stimolare.

Le frecce scagliate dall’arco di Gocce di Eros, per quella che è la mia percezione e per quanto detto finora, non colpiscono il bersaglio, soprattutto a causa della fretta con cui i racconti sembrano essere scritti; fretta che si riflette sia nel ritmo narrativo, che risulta sbrigativo ai limiti della superficialità, sia nella cura del testo, condizionato da errori più o meno evidenti di sintassi (e dagli orrendi caporali in loco delle virgolette uncinate), sia soprattutto nella resa degli episodi, incentrati esclusivamente sull’atto sessuale o sui suoi preliminari. Racconti che risultano pertanto privi di qualunque background, descrittivo ed emozionale, e che non riescono a trasmettere il necessario pathos. La poetessa Natalie Goldberg nel saggio sulla scrittura intitolato “Scrivere Zen” sostiene che “se uno prova sensazioni di tipo erotico e scrive di come si mangia un melone, anche se non usa mai la parola erotismo noi, leggendo, proveremo le stesse sensazioni”. In altre parole scrivere di erotismo non significa necessariamente trasporre su carta scene di sesso più o meno esplicito; significa soprattutto esprimere la carica erotica attraverso una tecnica narrativa che ha come sorgente le sensazioni, le emozioni, le passioni.

In un testo erotico bisognerebbe centellinare, pesare, ragionare e motivare il linguaggio che si sceglie di usare; questo è un genere dove un aggettivo piuttosto che un altro può cambiare la percezione di ciò che si scrive. Di più, è un genere dove una parola piuttosto che un’altra può cambiare l’effetto che si provoca: dall’eccitazione al fastidio, dal languore alla risata, dal brivido al rifiuto. In Gocce di Eros la scelta della terminologia appare approssimativa e poco personalizzata: frasi fatte e battute stereotipate macchiano ulteriormente la pulizia di una scrittura già sporcata da una tecnica narrativa non ben definita.

Il prodotto di questa scelta stilistica è l’esposizione consequenziale di una serie di figure unidimensionali, quasi ovunque prive di nome, che eseguono il compito a cui sono chiamate. Quelli di Gocce di Eros sono figuranti privi di spessore la cui dimensione rimane confinata nell’ambito dell’atto stesso, senza riuscire a elevarsi al ruolo di personaggi narrativi. Ci troviamo di fronte a protagonisti che non parlano quasi mai, che non esprimono desiderio ma lasciano che sia la voce narrante a descriverlo. C’è da dire che scegliere di proporre racconti brevissimi aumenta esponenzialmente le difficoltà di centrare il bersaglio: concentrare in pochissime frasi un atto tanto meraviglioso quanto complesso come quello dell’eros non è un’impresa facile. La necessità di andare velocemente “al sodo” crea un disequilibrio tra la ricerca di un coinvolgimento emotivo e l’ambientazione, intesa come luogo e tempo che creano atmosfera e stati d’animo, che per forza di cose risulta carente.

Come in tutte le raccolte, alcuni racconti sono più riusciti, altri meno, ma nel complesso quello che manca a Gocce di Eros è la parte raffinata dell’erotismo, quella capace di catturare le emozioni del lettore e avvicinarle ai protagonisti.

VALUTAZIONE: 

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Autopsia di una recensione

Tra i servizi gratuiti offerti da Mondoscrittura, di certo il servizio recensioni è quello più richiesto, sia dagli autori sia dagli editori.

In questa sede vorrei armarmi di bisturi e sezionare con voi questo spinoso, controverso e affascinante servizio. Qualcuno di voi potrà trovare ovvio qualche concetto, ma un anno di esperienza in Mondoscrittura mi ha insegnato che per tanti altri non lo è affatto.

In primo luogo, una recensione non è una valutazione. Ogni lettore al termine di un romanzo ha una propria opinione su quanto ha letto. Il lettore medio solitamente esprime tale opinione in termini di ‘pesantezza vs scorrevolezza’ o ancora più semplicemente ‘mi è piaciuto vs non mi è piaciuto’. Il lettore che si è costruito un senso critico per diverse ragioni (insegnanti, critici letterari, giornalisti, scrittori, editori insomma tutte quelle figure genericamente definibili addette ai lavori) è solito commentare un testo secondo criteri più oggettivi e condivisibili. Allora la scorrevolezza o meno del testo si chiama stile, e andando a scavare si scopre che il mi piace o non mi piace è legato allo spessore dei personaggi, alla costruzione dell’intreccio, alla coerenza della trama. Mentre una valutazione esamina tutti questi aspetti in una scheda che, a seconda della lunghezza del testo, può essere lunga anche quindici pagine, una recensione tocca solo i punti fondamentali in molto meno spazio.

In secondo luogo: per chi sono fatte le recensioni? Le recensioni non servono ‘all’ego dell’autore’ come qualcuno di recente ha tentato di propinarmi. Le recensioni servono per l’acquirente, potenziale futuro lettore. Sono opinioni che invogliano o scoraggiano all’acquisto di un romanzo. Sono consigli di un amico, che ti dice ‘compra questo libro perché è bellissimo’ oppure ti dice ‘lascia stare, spendi diversamente i tuoi soldi’. L’amico può essere qualificato oppure no, oltre ad avere un ben preciso gusto personale e un proprio background. Quindi, per esempio, non chiederò mai un consiglio sul fantasy a chi legge solo gialli. L’altra faccia della medaglia è che le recensioni servono all’editore, ovvero chi deve guadagnare con il romanzo e magari si auspica che buone recensioni facciano lievitare le vendite. L’editore ha fatto selezione, ha investito tempo e denaro sul prodotto, aspettandosi in cambio dei ritorni economici. La risposta è, per entrambi gli attori, che le recensioni rientrano nell’ambito della promozione.

Per nessuna ragione la recensione dovrebbe diventare una ‘marchetta’ (passatemi il termine un po’ forte) positiva a ogni costo perché fatta come scambio favori o peggio in cambio di denaro, poiché rappresenterebbe un tradimento nei confronti del lettore.

Una fascia particolare, in grande espansione, è quella delle autopubblicazioni. Lo scrittore che autoproduce il proprio libro (per diverse ragioni) è ovviamente interessato alle vendite, poiché titolare per una grossa percentuale dell’introito. Anche lui, dopo aver lavorato a lungo sul proprio testo, averlo revisionato, fatto leggere non solo ad amici e parenti ma anche a figure diverse, lo rende disponibile per la vendita e si accinge a promuoverlo, mediante le presentazioni e le recensioni. L’autore che scambi la recensione per una scorciatoia, un espediente per avere gratis una valutazione del proprio testo, commette un errore.

Scegliere un portale (o un giornale, o una  rivista) a cui far recensire il proprio testo non è molto diverso, in definitiva, dallo scegliere una casa editrice con la quale pubblicare: si evitano le situazioni EAP, si verifica il taglio delle recensioni, la loro accuratezza e la visibilità che ne può derivare. Il tutto tenendo presente una parola: fiducia – o forse sarebbe meglio dire affidabilità.

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J’accuse

Tra poco sarà Natale, e come consuetudine saremo tutti più zuccherosi; la spropositata quantità di cibo che ingurgiteremo, unita alla valanga di buonismo che ci seppellirà, oltre a ingrassarci le carni avrà l’effetto di ottenebrare le nostre stanche membra, già provate da un anno di stress e arrabbiature senza soluzione di continuità. Ma visto che manca ancora qualche giorno alla festa più attesa dell’anno e i torroni sono ancora incartati, credo di poter rimanere fedele a me stessa e inacidire quanto basta questi ultimi giorni di Vigilia.
Perché oggi voglio mettere un ulteriore mattoncino a rinforzo di uno dei miei muri portanti: la convinzione che gli italiani siano afflitti dalla pessima, malsana e – termine forte, ma rende l’idea – mortifera attitudine di evitare come la peste qualunque occasione di ampliare le proprie vedute in fatto di letture, di leggere qualcosa che non sia il solito fenomeno da baraccone ipermercato, precludendosi così la possibilità di godere di ottimi autori in grado di produrre ottime storie. Ma il discorso sulle letture di nicchia non può prescindere da un’analisi più ampia, che riguarda il mondo dei lettori in generale.

Da anni sostengo che in Italia non si legge si legge molto poco, eppure arriva sempre il buontempone di turno a scagliare i suoi dardi contro quelle che ritiene affermazioni anacronistiche e demagogiche, perché l’Italia sotto questo punto di vista non si discosta dalle abitudini degli altri paesi europei, perché non è vero che in Italia si legge meno che in altri Paesi, perché l’Italia è un Paese ricco di cultura ecc…ecc… Beh, cari arcieri dell’antidemagogia, mi spiace per voi ma non è vero. E questo articolo che riporta i dati ufficiali diffusi dall’Associazione Italiana Editori ne è la conferma. Per chi non avesse voglia di andarselo a leggere, sintetizzo: i dati offrono un ritratto dei lettori italiani assai poco edificante. Nel 2011 meno di un italiano su due – ripeto, meno di un italiano su due – ha letto non cento, non dieci, nemmeno tre… ma un solo libro. Forse però fa più scena il prodotto che si ottiene cambiando l’ordine dei fattori (che come la matematica ci insegna, nella sostanza rimane identico): PIU’ DELLA META’ DEGLI ITALIANI NEL 2011 NON HA LETTO NEMMENO UN LIBRO. Ora che l’ho anche urlato forse è più chiaro.

Se i fenomeni editoriali delle major, nonostante la pressione mediatica che li sovrasta e che spesso li soffoca, vengono letti da meno di un italiano su due, quante speranze può avere la Grimilde di turno –  che ha pubblicato con un piccolo editore indipendente – che il suo libro venga letto da qualcuno? A meno che Grimilde non si dedichi a tempo pieno alla promozione del suo romanzo, probabilmente nessuna. E anche nel caso in cui diventasse agente di sé stessa le possibilità di successo sarebbero decisamente scarse, per non dire inesistenti.

Stupita? Meravigliata? Ma chi, io? Per niente. Io lo sapevo già, e posso dire con orgoglio di rientrare in quel 45% di italiani che invece un libro l’anno lo legge. Perché io ne leggo decine, all’anno. Sono orgogliosa di far parte di quello che viene chiamato lo zoccolo dei lettori forti, appellativo in grado di suscitare indignazione in tutti coloro che per pigrizia, per disinteresse o per troppo tempo passato a scrivere anziché leggere, in questa schiera non rientrereanno mai. Perché secondo gli scrittori forti (appellativo ironico, sia chiaro) non esistono distinzioni tra i vari livelli di lettura, secondo loro definirsi un lettore forte è uno snobismo, una forma di razzismo, quasi una bestemmia. Ma anche a questo – ahimè – sono abituata.

Ma se da una parte è vero che i dati diffusi dall’AIE non mi meravigliano, dall’altra è altrettanto vero che qualcosa che mi stupisce – anzi di più, che m’indigna – c’è.

Quello che mi indigna è il totale immobilismo di coloro che avrebbero l’obbligo morale di ribellarsi, coloro che per attitudine, inclinazione o semplice desiderio vorrebbero avvicinarsi al famigerato patinato mondo dell’editoria italiana. Parlo degli aspiranti scrittori, da sempre i peggiori nemici di loro stessi, che si rifiutano di avvicinarsi all’editoria emergente, che si disinteressano dei propri simili, perché chissà cosa mai potrà scrivere di bello uno sconosciuto, e perché dovrei leggerlo proprio io? Molto meglio che passi il mio tempo a scrivere, per ingrassare la filiera dei romanzi che mai nessuno leggerà.

Parlo di loro, ma non solo; parlo anche di chi transita o è transitato su questo sito ed è rimasto in silenzio a non fare nulla; un sito che in undici mesi di attività ha recensito 117 – centodiciasette – titoli, una media di quasi undici libri al mese, un libro ogni tre giorni e mezzo, il 95% dei quali scritti e pubblicati da autori esordienti o emergenti. Recensioni che magari vengono anche lette, recensioni magari a 5 stelle, di libri che però nessuno comprerà. Di libri che nessuno leggerà.

Quello che mi indigna è che su un sito come il nostro, le cui le pagine in soli undici mesi sono state viste la bellezza di 50.000 volte – cinquantamila volte! – nel 90% dei casi non ci sia stato nemmeno un commento alle nostre recensioni, se non nelle occasioni in cui l’autore si è sentito in dovere di difendere la propria creatura dalle nostre ferocissime critiche. A parte che trovo assai curioso che per avere attenzione e attirare i commentatori si debba sempre scadere in sterili litigi da bar, ma mi chiedo: perché nessuno commenta le buone recensioni mentre tutti si affannano a intervenire su quelle meno buone? Dovremmo forse iniziare a recensire solo titoli mediocri?

Quello che mi indigna è che su un sito come il nostro, che vede una media di oltre 110 visitatori unici al giorno, non ce ne sia stato nemmeno uno che si sia sentito in obbligo morale di commentare l’articolo sui dati dell’AIE, o che ne abbia avuto l’interesse, o che abbia esposto il suo punto di vista, anche per dire che non era d’accordo.

Di contro c’è da dire che quei pochi commenti che riceviamo sono quasi sempre mirati a distruggerci, a mettere in dubbio qualunque cosa affermiamo, come se l’obiettivo di chi viene a visitare Mondoscrittura non sia quello di informarsi sull’editoria emergente o sulle iniziative che portiamo avanti per diffondere la cultura, bensì di sconfessare, con ogni mezzo e chissà poi per quale motivo, i nostri articoli, spesso facendo pessime figure e venendo puntualmente sbugiardato dai dati che siamo in grado di portare a sostegno delle parole.

Quello che mi indigna è che su un sito come il nostro, che in soli undici mesi di attività ha avuto la bellezza di quasi 16.000 visitatori unici – sedicimila persone diverse! – i giveaway vengano seguiti puntualmente da poche persone (poche ma buone, che ovviamente ringrazio di cuore). Perché da quello che emerge, su oltre 16.000 persone, solo a quei pochi interessa ricevere un bel libro – perché in giveaway ci vanno solo i bei libri – in maniera completamente gratuita, senza dover pagare niente, con il postino che te lo viene a consegnare direttamente a casa e non devi fare nemmeno lo sforzo di scendere alla cassetta delle lettere.

Quello che m’indigna è che in questo paese non si legge. Non si legge nemmeno quando i libri vengono forniti in digitale a meno di un euro a copia. Non si legge nemmeno quando i libri sono completamente gratuiti. Non si legge nemmeno quando i libri vengono messi sotto il naso del possibile fruitore di turno, al quale si richiede come unico sforzo quello di avere l’energia necessaria per sfogliare le pagine.

Questa mi sembra l’ennesima dimostrazione di quanto poco interesse ci sia in Italia attorno alla lettura. L’ennesima dimostrazione che tutti vogliono scrivere e pochi, pochissimi, si soffermano a leggere quello che scrivono gli altri, siano essi autori affermati o – fuggite, sciocchi! – autori emergenti. Questa mi sembra l’ennesima dimostrazione che l’italiano con il manoscritto nel cassetto è convinto che tutto gli sia dovuto, che merita di pubblicare con Mondadori perché ha speso il proprio tempo a scrivere il capolavoro del secolo anziché a leggere (e magari a imparare come si scrive).

E l’ultima domanda che oggi spinge per uscire dai miei polpastrelli è: cosa deve fare una realtà come Mondoscrittura più di quello che già fa per incentivare e aiutare gli autori esordienti? Io, al momento, la risposta non ce l’ho. Però è quasi Natale, e non è detto che tra qualche giorno il vecchio Santa Claus non me la lasci sotto l’albero. Peccato che io l’albero non lo faccia mai.

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PRANDINI, Alessandro – Tutto cambia

Titolo: Tutto cambia
Autore: Alessandro Prandini
Editore: Tm Edizioni Terra marique
Pag: 160
Genere: Giallo
Prezzo cartaceo:€ 15.00

È una domenica sera di marzo quando Sara Fiorentino, vicecommissario in forza al commissariato “Due Torri” di Bologna, riceve una segnalazione dal centro operativo: è stato ritrovato il cadavere di un uomo, Giulio Roversi, noto professore universitario. La scena fa supporre che si tratti di suicidio: Roversi, al momento dell’intervento della polizia, impugna ancora il revolver con cui si è sparato. Il commissario Giorgio Scozia, che conosce Roversi sin dai tempi dell’università, non crede però alla tesi del suicidio. Inizia così per i due poliziotti un’insolita indagine, all’inseguimento di una verità che cambia di continuamente di forma fino al colpo di scena finale.
http://www.commissarioscozia.it/p/index

Un commissario a cui piace riflettere. Sugli eventi e sull’esistenza nelle sue molte sfaccettature. Inizia a indagare su Giulio Roversi in un momento particolare, dopo il suo cinquantesimo compleanno, quando si sente più sensibile alla solitudine che circonda la sua vita privata.

Cinquanta.
Scandì la parola ad alta voce. Il numero così tondo un po’ lo infastidiva. Quegli anni erano evaporati con la stessa rapidità del brandy dal bicchiere.

Il commissario Scozia e la sua squadra si muovono con padronanza dentro Bologna. Per lavoro ma anche durante la vita oltre la divisa. La verosimile familiarità col territorio unita alla leggerezza del linguaggio rende fluido lo svolgersi delle indagini immergendo il lettore nella vicenda con naturalezza. La psicologia del commissario Scozia e quella del suo braccio destro, l’ispettrice Sara Fiorentino, emergono soprattutto nei gesti quotidiani e nella dialettica che li vede colleghi affiatati e sincroni, legati da una speciale empatia.

La struttura di Tutto cambia ricalca quella del giallo classico laddove la linearità delle scene coinvolge in crescendo nonostante i siparietti che si aprono su spazi privati, momenti che comunque non interrompono il filo della narrazione. Sebbene il riflettore inceda sull’ispettrice Fiorentino e sul commissario, l’autore riesce a tracciare rapidi ritratti anche dei personaggi comprimari, non da ultimo quello del presunto suicida Giulio Roversi.

Scozia viene presentato come un intuitivo e proprio la sua intuizione sposata a ricordi più o meno recenti connessi a Roversi, amico di vecchia data, lo spingono a non accettare una classificazione del caso che appare scontata.

Tu hai talento. Lo possiedi per tante cose. E questo ti rende un uomo dalla personalità complessa e interessante. Scrivi poesie. Suoni il pianoforte. Hai passione per la filosofia della matematica, e ti ho già detto che se tu avessi voluto avresti potuto con facilità seguire la carriera accademica. Poi però manchi di ambizione, di quel pizzico di cinismo che ti consentirebbe di raggiungere buoni risultati in ognuna di quelle attività.

Come detto, le indagini di Scozia si svolgono accompagnate da una continua analisi su stesso e sulle proprie scelte, mentre elementi nuovi si inseriscono nell’indagine Roversi e ampliano il raggio di investigazione. Una storia sfaccettata, dunque, che si concretizza in una lettura rilassante, che prende senza richiedere grossi sforzi logico deduttivi. Parte delle energie del Prandini, infatti, sono utilizzate per delineare un personaggio solido e riutilizzabile, uno sforzo che può dirsi riuscito.

VALUTAZIONE: 

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PEZZOLI, Nicola – Quattro soli a motore

Titolo: Quattro soli a motore
Autore: Nicola Pezzoli
Editore: Neo Edizioni
Pag: 304
Genere: narrativa
Prezzo cartaceo: € 15.00

“Quattro soli a motore” è un romanzo corale toccante e avvincente. È l’archetipo del romanzo di formazione a tinte noir. È il capolavoro di un autore in evidente stato di grazia. Estate 1978. Lombardia occidentale. L’undicenne Corradino vive in preda alle paure: i bulli che lo attendono in prima media e lo chiamano Scrofa, la cinghia del padre violento, l’odiosa zia Trude, la vicina di casa e “viceprete” signorina De Ropp, e soprattutto il vecchio superstite di Villa Kestenholz. In mezzo a questo, una miriade di personaggi che concorrono a narrare una storia totale, esilarante e tremenda come solo l’adolescenza può essere.

Nicola Pezzoli non indugia, nel suo Quattro soli a motori il lettore viene immerso nella storia senza tentennamenti, ossia nella vita di Corradino, un bambino di undici anni:

Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare. Solo vi prego non chiamatemi Scrofa. Non è giusto chiamare Scrofa un ragazzino di undici anni. Tanti ne avevo nel 1978, l’estate che divenni un assassino.

In poche pagine Corradino viene illustrato con destrezza, di lui viene fornito un ritratto a tutto tondo che coinvolge ogni aspetto della sua vita: passato, situazione familiare, le persone che lo circondano.
La Lombardia agreste è il teatro della vicenda umana che ha il sapore della tenerezza e della rabbia di un ragazzino al cui sguardo attento non sfugge nulla. Gli squarci fotografici si susseguono senza pausa, frutto di scatti rapidi. Felici le eccezioni, come la descrizione del signor Sandro a rotelle:

La cosa strabiliante del signor Sandro a rotelle, la cosa che nessuno crederebbe ma giuro che è vera e se non ci credete impiccatevi, era che il signor Sandro, che di cognome si chiamava Castellari, adesso tu lo vedevi a rotelle così, vecchio e malandato e obeso e infermo su quella sua sedia, incapace di pisciare da solo, ma lui da giovane era stato un ciclista famoso e aveva corso il Tour de France, come gregario però, e nonna Corinna, prima di perdere la lucidità, mi aveva detto che a Parigi, quando finiva il Tour, lui e gli altri ciclisti si davano per giorni alle folies della bella vita.

Il signor Sandro a rotelle è solo uno dei molti personaggi che affiorano dalle pagine di un racconto ricco di ritratti efficaci, che contribuiscono a variegare la storia e che animano il mondo di Corradino innamorato di Cristina, di cui sogna con una tenerezza fanciullesca mista a una sessualità agli albori.
Pochi i dialoghi, lo sguardo del bambino e le sue riflessioni rappresentano il tessuto connettivo primario che lascia poco spazio a scambi lapidari.
Il mistero dei Kestenholz, il segreto che grava sulla sua nascita, il considerarsi un assassino in virtù di un’imperfetta consapevolezza delle dinamiche della vita e della morte, arricchiscono la trama di cui il motivo principale potrebbe essere la descrizione del periodo più bello dell’età più bella.

«Lasciamolo in pace» diceva.
«Che almeno si goda l’estate più bella della sua età più bella […]

Dal punto di vista formale, il testo è privo di sbavature. Nello stile dell’autore si sposano una notevole capacità descrittiva e una fluidità senza cedimenti. Paesaggi interiori, ambientazioni e tipologie umane vengono definiti con sicurezza all’interno di una storia che prende da subito, con cui si entra immediatamente in sintonia, a dispetto della dichiarazione iniziale in cui Corradino si denuncia assassino. La sottile ironia di Pezzoli trapela senza forzature, tradotta in parole e frasi che rendono la lettura leggera nonostante l’impronta fortemente descrittiva del testo. L’abilità di cogliere e di rendere fruibili gli aspetti salienti delle personalità che circondano Corradino, viene arricchita dalla capacità di evocare lo spirito preadolescenziale caratterizzato da una forte tendenza a reinventare in chiave fantastica. La sua riscoperta rappresenta un valore aggiunto notevole permettendo al lettore di riesumare parti della propria memoria.

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