Pubblicato il

DE BLASIO, Ferdinando – Ali di ruggine

Titolo: ALI DI RUGGINE
Autore: FERDINANDO DE BLASIO DI PALIZZI
Editore: NULLA DIE
Collana: LEGO NARRATIVA
Pagine: 116
Prezzo: EURO 12,00
ISBN 978-88-97364-40-5
[xrr rating = 4/5]

 

ROMANZO FINALISTA AL PREMIO LETTERARIO MONDOSCRITTURA SEZIONE EDITI

Quando sul giovane Pippo, detto Senzamotivo, si abbatte senza riguardo tutta la violenza del suo tempo, gli restano solo due alternative: fuggire o resistere.
Resistere. Come un albero che, colpito da un fulmine, non si spezza, lottando al fianco dei propri amici, difendendo le proprie montagne.
Resistere, nella lieve consapevolezza che la guerra fa schifo, nella voglia di combattere per qualcosa di bello. Oscillando tra la realtà di un freddo inverno del ’43 e l’irrazionalità del mondo dei sogni, fra la rabbia e l’allegria, tra il sentimento e l’ironia. Resistere. Giocando a fare il “parmigiano”, quello con la “M”, perché quello con la “T” non è un gioco, ma un affare pericoloso: ci si rischiano le penne.
Come accade quando le brutte notizie arrivano sul serio, il ritmo cambia, la storia cambia, il finale, irrimediabilmente, cambia. E le cose di sempre, tanto amate, cominciano a colorarsi di malinconia, diventano ricordi, come fiori non ancora appassiti in mezzo a collezioni di oggetti arrugginiti.
Sentimento e ironia: sono questi gli elementi che raccontano di un ragazzo che voleva fare il “parmigiano”, di resistenze personali, di amori radicali.

RECENSIONE
Scegliere di esordire con il termine Resistenza in bella mostra sul frontespizio denota coraggio e sicurezza nei propri mezzi. Un lettore difatti, potrebbe esserne scoraggiato, temendo di ritrovarsi a nuotare in fiumi di inchiostro politicizzato increspati da sangue partigiano. Ma non è questo il caso di Ali di ruggine, che come recita il sottotitolo, più che un romanzo è una favola, raccontata con un dileggio e un’ironia evidenti già dalle prime battute. In questo senso più dell’immagine è la quarta di copertina a dare un indizio sul tipo di libro che ci ritroveremo tra le mani.

Nell’opera di esordio del giovane de Blasio la Resistenza più che un periodo storico è un modus vivendi, un pretesto per raccontare una storia che potrebbe prendere corpo in altri luoghi e in altre epoche. L’autore infatti sceglie di ambientare le vicende in una cornice assai nitida, avvalendosi di descrizioni calzanti e accurate, lasciando di contro poco spazio alla connotazione temporale, sganciando l’opera dallo specifico contesto in cui dovrebbe collocarsi. Tutto ciò che nell’immaginario comune viene associato al termine “Resistenza” non rientra tra le componenti basilari di questo romanzo: gli stenti, le rappresaglie, le battaglie feroci, le lotte per la sopravvivenza e la povertà esasperata vengono solo sfiorati, a volte lasciati da parte, in favore di argomenti più soft come l’amicizia, la fratellanza, la libertà.
Caratteristica principale del breve romanzo d’esordio di questo giovane autore è la prosa frizzante; grazie a un’impronta irridente e quasi canzonatoria de Blasio riesce, soprattutto nella prima parte, a scardinare i più basilari principi di narratologia, creando un’opera in cui le convenzioni stilistiche e i formalismi perdono d’importanza. Questa peculiarità è molto più spiccata nei capitoli iniziali, in cui il protagonista è affiancato dal nucleo di amicizie storiche; in questi episodi, carichi di allegorie e disfemismi, l’esposizione riesce a rimanere uniforme, disinvolta e stravagante. Ciò che forse può essere recriminato al giovane de Blasio è quella tendenza a voler calcare troppo la mano sull’ironia a tutti i costi, che in alcuni passaggi dà alla narrazione un’impronta un po’ artefatta, anche se nel complesso il testo si presenta elastico e divertente.

In contrapposizione al brio e alla verve esibiti nella conduzione della prima parte del racconto, de Blasio sceglie di adottare, per la seconda, uno stile più sobrio ed essenziale. Il romanzo si può difatti suddividere in due macrosezioni, in cui la partenza di Senzamotivo per la città rappresenta la linea di confine tra due tronconi che presentano differenze marcate anche sotto l’aspetto stilistico.
Nella seconda parte, più “seria” dal punto di vista contenutistico, anche l’effervescenza dello stile sembra un po’ afflosciarsi in favore di una narrazione meno originale. Gli espedienti narrativi, come la ribellione degli intellettuali nei confronti dei roghi di libri oppure il saluto romantico di Arianne a Senzamotivo, sono logorati dall’usura di autori che ne hanno già usufruito in abbondanza, rendendo la seconda parte del romanzo un po’ più debole della prima.

Nel complesso, Ali di ruggine è comunque una lettura piacevole e divertente, che strappa più di un sorriso e dimostra le potenzialità di un giovanissimo autore dalla penna sardonica ma attenta ai dettagli. È difatti impossibile non scorgere i cammei che l’autore dedica a esponenti del cantautorato italiano, in special modo l’accenno alla sublime descrizione del “Giudice” di Faber o l’atto eroico di un Ottone di Gucciniana memoria.
Peccato per le piccole sbavature di forma disseminate lungo la narrazione: le ripetizioni, gli errori nei verbi, la punteggiatura che qua e là manca e la tendenza a spezzettare troppo le unità narrative guastano un po’ il piacere di una lettura altrimenti agile e fluente.

Pubblicato il

Sportello Strega nr. 3: perché farmi editare?

Nel terzo e ultimo post relativo ai servizi editoriali e ai loro fruitori, eccoci giunti all’editing. Questo sconosciuto? Forse. Molti confondono l’editing con il ghostwriting e si aspettano che l’editor riscriva le parti di testo che non vanno. Altri, al contrario, si aspettano che l’editing sia una sorta di valutazione, e si irritano fortemente se l’editor mette le mani anche su una sola delle loro meravigliose frasi colme di avverbi, d eufoniche e parole inesistenti. Al contempo, il tipo di editing svolto può essere più o meno profondo, in base alla finalità del servizio, alla professionalità e competenza dell’editor. Chiariamo subito alcuni punti: un editing non può prescindere dall’intervenire su alcuni errori oggettivi e macroscopici come errori ortografici e grammaticali, refusi, impaginazione, incongruenze dei tempi verbali, utilizzo di termini impropri o imprecisioni storiche. Allo stesso modo, l’editing dovrebbe segnalare all’autore tutte quegli errori legati alla struttura o alla coerenza del romanzo: ad esempio, se il protagonista piange in ottobre all’aperto, difficilmente potrà farlo mentre ammira i campi di grano. Allo stesso modo, se una sequenza narrativa è colma di troppi avvenimenti per l’arco temporale indicato, o se la vittima di turno esce dall’ufficio indossando un cappotto in pieno giugno. I romanzi sono pieni di queste imprecisioni, e un buon editing serve a eliminarle e ogni autore dovrebbe essere grato di ricevere tali indicazioni.

Riguardo invece lo stile e la struttura del romanzo, l’editor può scegliere di intervenire su frasi poco fluide, oppure suggerire una diversa disposizione delle sequenze narrative: in questo campo è possibile che si entri nel “soggettivo” o nel gusto personale dell’editor, dell’autore o del target di riferimento del libro.

Allora perché farsi editare? Nelle interviste di Mondoscrittura rivolte agli editori abbiamo sempre chiesto “preferite un testo già editato oppure lavorare sul prodotto grezzo”? Non lo abbiamo chiesto a caso, e la risposta è stata sempre la stessa: che non c’è differenza per loro. Sì, perché alla fine una buona CE lavorerà comunque sul testo che produce. E allora, direte voi, che senso ha farmi editare? Se il vostro è un lavoro anche solo buono, oltre che consapevole, nessuno. Ma se non siete ancora padroni delle tecniche narrative, allora forse far fare un “giro di editing” al vostro romanzo può rappresentare la differenza tra enne frustranti attese/rifiuti e l’agognata pubblicazione.

Perché scegliere un editing?
A- Perché si vuole essere certi di essere pubblicati
B-  Perché si desidera conoscere nel dettaglio dove intervenire sul testo
C- Perché si desidera mandare il proprio romanzo in giro per le CE nelle migliori condizioni possibili
D- Perché così qualcuno fa il lavoro al posto nostro
E-  Perché così qualcuno riscrive per me parti del romanzo
F- Per poter inviare alle case editrici un prodotto migliore

Perché non posso usare i miei beta reader per l’editing?
A- Perché i beta reader tendono a essere clementi in quanto persone a noi vicine
B-  Perché usare sempre lo stesso beta reader vuol dire appoggiarsi a un solo background culturale
C- Perché scegliere un editor professionale significa confrontarsi con qualcuno che oltre a conoscere il proprio lavoro conosce il mondo editoriale dall’interno

 

Pubblicato il

Sportello Strega nr. 2: perché farmi valutare?

Il secondo post sui servizi editoriali è dedicato alla valutazione: servizio tra i meno conosciuti e spesso confuso con la recensione. Ahi ahi ahi, povera editoria, ma che dico: povera lingua italiana!

La valutazione è un servizio che mira a mettere in evidenza i punti di forza e i punti di debolezza di un romanzo in maniera globale. Colui che valuta non interviene sul testo, ma invita l’autore a riflettere su specifici aspetti: stile, forma, struttura, dialoghi, trama e intreccio e via dicendo. Una scheda di valutazione può essere più o meno approfondita, citare passaggi del testo a titolo esemplificativo laddove persistano errori ricorrenti oppure limitarsi a indicarli. Nei siti delle numerose agenzie letterarie si può trovare una vasta scelta di possibilità di valutazione per il proprio testo, così come un ventaglio di prezzi davvero imbarazzante. Possiamo trovare valutazioni low cost (a partire da venticinque euro per un intero romanzo, indipendentemente dalla lunghezza) fino a valutazioni che sfiorano (e a volte superano) i quattrocento euro. Che la differenza stia tutta nella profondità di analisi che viene fatta sul testo? Si e no. Ho avuto modo di leggere schede di valutazione davvero ben fatte e redatte per un prezzo irrisorio. Allora su cos’altro si basa questa differenza di prezzo? Scoccia ammetterlo, ma molte agenzie utilizzano la valutazione come “specchietto per le allodole”: fatevi valutare, se e solo SE il testo ci piace, lo proporremo agli editori con i quali siamo in contatto (i cui nomi sono quasi sempre segretamente custoditi nell’agenda nera dell’agente e mai resi pubblici). Ecco quindi una risposta facile facile alla domanda di partenza: molti si fanno valutare non perché intendano comprendere quali sono le lacune vs i punti di forza del proprio lavoro per migliorarlo. In realtà, pensano già che il loro testo sia perfetto così com’è, e pagano l’agente letterario che mediante la valutazione si accorgerà del capolavoro che ha tra le mani e correrà di notte a portarlo a Mr. Mondadori in persona. Non sarà come pubblicare pagando, però…

Poi ci sono altri, più coscienziosi, che desiderano davvero capire cosa non va nel proprio testo, e questo possono volerlo prima di inviarlo agli editori oppure dopo N porte sbattute in faccia. Chi ha un minimo di autoconsapevolezza si chiede “cosa c’è che non va” e si rivolge a professionisti. Nella nostra esperienza, abbiamo visto che spesso chi sceglie di farsi valutare successivamente chiede anche un servizio di editing: questo perché l’aspettativa, quando si riceve la scheda indietro, è che in essa vi siano già le soluzioni pronte per mettere mano al testo. Invece la strada è tutta in salita: c’è bisogno di saper raccogliere e mettere in pratica i suggerimenti dell’editor, dopo averli assimilati e ponderati piuttosto che accettarli acriticamente. Si tratta di un lavoro faticoso, da svolgere in totale autonomia e che a volte richiede una revisione massiccia del testo.

Ed è possibile, per nulla infrequente, trovarsi di fronte un autore che non conosce parole come “spannung” ma che invece di leggere la spiegazione del valutatore (oppure googlarla, nella peggiore delle ipotesi) inveisce perché “questo parla tutto complicato ma che me ne faccio io di questi suoi paroloni?”
E poi siamo noi le Streghe…

Che tipo di autore dovrebbe scegliere una valutazione?
A- Un autore con un bagaglio di tecnica e stile, capace di cogliere e applicare i suggerimenti
B-  Un autore che non ha nessun tipo di esperienza pregressa, ma desidera far leggere il suo testo a qualcuno che sia fuori dalla cerchia di amici e parenti
C- Un autore che ritiene il proprio prodotto già buono, e cerca la scorciatoia per arrivare alle famose major

Perché un autore richiede una valutazione gratuita del proprio testo?
A- Perché non la distingue da una recensione
B-  Perché ritiene che l’agente successivamente, piazzando il testo pubblicato
C-  Perché invia il proprio testo come spam, senza selezionare i destinatari

Perché scegliere una valutazione?
A- Perché si è raggiunta una certa esperienza e maturità stilistica, ma ci sono aspetti del proprio romanzo che si sentono come faticosi
B-  Perché non si gradisce che qualcuno metta mano sul proprio testo, come accade con un editing
C- Per avere un feedback professionale ma soprattutto imparziale sull’opera

Pubblicato il

DI DIO, Diego – Condannati a morte

Titolo: Condannati a morte
Autore: Diego Di Dio
Editore: Milanonera
Pagg: 30
Prezzo: 3.07€ (ebook)

VALUTAZIONE: migliorabile

Massimo è un assassino, un killer sadico che passa le notti a uccidere anziani. Andrea è un traditore, uomo senza scrupoli che progetta di assassinare la moglie per ereditarne il patrimonio. Tonino è uno spacciatore, che sta per concludere un affare destinato a portare sull’isola un nuovo tipo di droga. L’assassino, il traditore e lo spacciatore: tre angeli neri che diffondono il male nei vicoli bui di una Procida gotica. Tre mostri che ignorano di essere solo pedine di un gioco, pezzi di un piano  orchestrato dalla mente implacabile della figura con falce e mantello, la signora che non perdona: la Morte.

Dopo un’eternità passata a raccogliere le anime alla fine della propria vita, la Morte stessa riceve la notizia che i suoi servigi non saranno più richiesti e che ha ancora cento anni di lavoro: un tempo che, visto con gli occhi di chi è sempre esistito, sembra poco più di un breve istante. Così la morte si siede mesta e, fumando una sigaretta, pensa a cosa le resta da fare. È questa l’ombra che il lettore sa aleggiare su Procida e sull’intreccio che si va formando nella vita di tre abitanti dell’isola: uno spacciatore, un aspirante vedovo, e un meccanico con un oscuro segreto.

Sebbene sia molto interessante lo spunto di una Morte fortemente umanizzata che riceve un avviso di licenziamento – un avviso dall’Alto  che non può essere contestato – e che lo affronta sedendosi a fumare, come una persona qualsiasi, nel racconto manca un approfondimento del carattere del personaggio che dovrebbe essere l’elemento chiave della storia. La profondità del personaggio finisce per essere affidata solo a un vizio che, ripetuto per l’arco del racconto, rischia di avere il sapore di una gag di humour nero.

I tre protagonisti Andrea, Massimo e Tonino rimangono più superficiali e stereotipati; da ognuno di essi non esce nulla che non ci si aspetti da personaggi di genere: il viscido timoroso, sposato per soldi che abborda ragazze minorenni in discoteca, il criminale con pochi scrupoli e la fama del più-cattivo-dell’isola, e un assassino seriale di vecchi di cui non si sa altro e che non riesce a incuriosire.

La forma del testo è semplice, esterna e descrittiva: se da una parte non si perde nella ricerca di uno stile estremo né nell’uso di un vocabolario elevato che sarebbe poco adatto alla storia narrata, dall’altra non riesce a aggiungere l’atmosfera che lo stile di narrazione dovrebbe portare. Il linguaggio molto comune (come si può ritrovare spesso su internet, in televisione o in molti romanzi di consumo) non dà carattere alla storia, così finisce per avere l’effetto opposto di banalizzarla. Anche lo svolgimento delle scene, narrato come sequenza di eventi, non riporta sui personaggi,  né crea pathos, né riporta mai al mistero della Morte che (il lettore dovrebbe ricordare) resta in attesa.

L’idea del racconto, svelata alla fine, che la Morte stessa giochi a solitario con le vite degli esseri umani, è un buono spunto che però non riesce a essere concretizzato nello svolgimento della storia.

L’intreccio dei tre personaggi manca di profondità e la lettura non riesce a essere trascinata da un climax, da un mistero da scoprire o da una tensione continua. Senza elementi che aggancino il lettore, la lettura perde di interesse; e il gancio del personaggio della Morte, introdotto all’inizio, è ininfluente. Nell’epilogo si scoprono nuovi elementi della storia ma è tardi per riprendere l’interesse.

L’effetto è che gli eventi del mondo reale sono troppo poco importanti rispetto all’incipit.  Da lettore mi chiedo “Perché lo scrittore mi ha narrato proprio questo?”: nonostante lo sconvolgimento nella vista della stessa signora Morte (elemento in scala assoluta-universale) il racconto parla delle vite di personaggi mediocri che finiscono in modo anche apparentemente casuale (scala minimale). Per ottenere un effetto migliore, oltre a caratterizzare meglio la vecchia mietitrice, sarebbe servito avere personaggi più profondi – non per forza ricchi o famosi, ma unici – che in qualche modo avrebbero giustificato l’interesse della Morte per loro.

Pubblicato il

BALDONI, Stefano – La gabbia invisibile

Titolo: LA GABBIA INVISIBILE
Autore: STEFANO BALDONI
Editore: GRECO & GRECO
Genere: POLIZIESCO /SCI-FI
Pagine: 314
Prezzo: € 12,50
ISBN: 9788879806978

Un futuristico esperimento di realtà virtuale che avrebbe dovuto rivoluzionare il mondo dei videogiochi si tinge di giallo in seguito alla misteriosa morte di uno dei protagonisti. Elena Paci, psicoterapeuta e moglie della vittima, non crede alle motivazioni poco credibili della polizia e delle istituzioni che cercano con tutti i mezzi di insabbiare l’accaduto. Dietro al gioco di ruolo si nasconde, infatti, un progetto delirante di manipolazione mentale, orchestrato da mani abili e influenti. Elena, in un percorso doloroso e contorto, scoprirà che in questa strana realtà parallela, fatta di elettrodi, reti neurali, computer, farmaci proibiti, codici e sogni che si confondono con la realtà, nulla è ciò che sembra essere.

L’incipit di questo romanzo potrebbe far pensare a un poliziesco old style, dove Fegiz, un funzionario intuitivo e appassionato, è alle prese con il classico uomo che sembra essere “stato suicidato” per implicazioni sociopolitiche. A incorniciare il quadro dei cliché c’è l’immancabile vedova, che altra professione non poteva svolgere se non quella di psicologa, che già dal primo incontro intenerisce e attrae il nostro commissario spingendolo a uscire dai canali tradizionali d’indagine per aiutarla nella ricerca della verità.

Dopo questo prologo, indubbiamente di stampo tradizionale, si entra lentamente – forse troppo lentamente – nel vivo della storia, iniziando a inanellare una lunga serie di personaggi di paragrafo in paragrafo. L’introduzione di tutte queste figure, più che alla conoscenza del lettore sembra mirata solo a costruire la trama: Elena, Luca, Adriano, Alessandro e tutti gli altri sono cavie inconsapevoli di un losco esperimento portato avanti da una software house, che ufficialmente sta sviluppando un nuovo gioco di ruolo, in cui è necessario collegare i giocatori a macchinari in grado di controllare le loro reazioni psicofisiche; ufficiosamente, invece, alle cavie viene somministrato un farmaco dalle pericolose controindicazioni per uno scopo assai poco nobile.

Inizialmente la decisione di spostare il focus dall’inchiesta a una serie di figure apparentemente slegate tra loro potrebbe risultare piuttosto destabilizzante: in poche pagine ci troviamo di fronte a una miriade di nomi che risulta davvero difficile metabolizzare. Questa scelta implica anche l’impossibilità di creare empatia con i protagonisti, le cui personalità non vengono approfondite in maniera sufficiente. Ben presto però ci si accorge che ne “La gabbia invisibile” non sono i personaggi a fare la storia, ma viceversa: si parte da un’idea e ci si costruisce attorno uno scenario complesso e intricato. Le tante figure introdotte da Baldoni appaiono dunque come burattini narrativi, necessari a dare ordine a una trama che si basa sul dualismo reale-virtuale, sfruttando passaggi onirici e giocando sull’incapacità di distinguere il sogno dalla realtà. In mezzo ci sono giochi di potere e messaggi, non troppo subliminali, su quanto la nostra quotidianità sia condizionata dalle manipolazioni, mediatiche e non solo.

Nel complesso “La gabbia invisibile” è un testo che si lascia leggere, presentando però alcuni difetti che a mio parere ne compromettono la piena maturità; partendo da un’analisi puramente narratologica c’è da dire che la scelta di puntare tutto sull’idea è piuttosto rischiosa: un romanzo dovrebbe avere un personaggio – o più di uno – che funga da motore della macchina narrativa. Quando questo manca, la storia si trascina stancamente fino alla fine senza che ci si senta mai realmente coinvolti; l’impossibilità di immedesimarsi, di fare proprie le storie dei protagonisti, proietta il lettore nel ruolo di spettatore passivo, costretto a seguire le vicende dall’esterno senza riuscire mai a entrarci dentro veramente.

Ne “La gabbia invisibile” vengono introdotti molti elementi d’interesse che però non appaiono sfruttati a dovere, preferendo mescolarli in un gran calderone di azioni e reazioni prive di un vero e proprio supporto motivazionale. La mancanza di un attore principale, di una mente più analizzata e sviscerata, in grado di guidare il lettore attraverso la storia si fa sentire parecchio, poiché ci troviamo di fronte a un romanzo che trae la propria forza dal tentativo di descrivere il fragile equilibrio tra razionale e irrazionale, tra potere e debolezza, tra reale e irreale, tra moralità e corruzione. Quello che mi è piaciuto meno è proprio la scarsa caratterizzazione dei personaggi, unita a delle scelte un po’ troppo stereotipate che stridono con l’atmosfera di modernità di cui il romanzo è impregnato.

Manca dunque un vero e proprio elemento di spicco, quel quid che rimanga impresso nella memoria, in grado di sganciare il testo dai cliché per farlo brillare di luce propria. Credo che con qualche sequenza descrittiva in meno e un po’ di coraggio narrativo in più, “La  gabbia invisibile” sarebbe potuto essere un testo più ricco e accattivante.

VALUTAZIONE: sufficiente

Pubblicato il

FAZIO, Annamaria – Gocce di Eros

Gocce di Eros – il profumo dei sensi
Anna Maria Fazio
Self Publishing Youcanprint
Pag. 54
Prezzo: Euro 10,00
Genere: antologia di racconti erotici
ISBN 978-88-67515-78-3

Quando si parla di erotismo c’è sempre il timore più o meno recondito di apparire inadeguati. Tante sono le scuole di pensiero sull’argomento, e tante sono le domande che un autore di solito si pone quando decide di cimentarsi in un genere tanto delicato: quanto osare? Che termini utilizzare? Celare o esplicitare? Risulterà volgare? Qual è il confine tra erotismo e pornografia? È solo una questione semantica, come sosteneva Tinto Brass quando diceva che l’erotismo sta alla pornografia come la fellatio sta al pompino, o c’è qualcosa di più? Bisognerebbe anche chiedersi qual è il fine ultimo di ciò che si scrive; l’obiettivo che dovrebbe porsi chi si cimenta in un testo erotico è quello di eccitare. Ma non solo in senso fisico; l’eccitazione deve essere prima di tutto emozionale, può essere un piacevole languore, può essere stimolo, impulso, intrigo, fascino, mistero.
E riuscire a intrigare, stimolare ed eccitare solo con la scrittura non è un’impresa facile; l’erotismo è per sua natura un genere molto visivo, ed eguagliare la spinta data da un mezzo come il cinema o la fotografia, veicoli che si rivolgono direttamente all’istinto senza passare tramite la mediazione delle parole, è molto, molto difficile. Il cervello è la più grande zona erogena dell’essere umano, ma anche la più complicata da stimolare.

Le frecce scagliate dall’arco di Gocce di Eros, per quella che è la mia percezione e per quanto detto finora, non colpiscono il bersaglio, soprattutto a causa della fretta con cui i racconti sembrano essere scritti; fretta che si riflette sia nel ritmo narrativo, che risulta sbrigativo ai limiti della superficialità, sia nella cura del testo, condizionato da errori più o meno evidenti di sintassi (e dagli orrendi caporali in loco delle virgolette uncinate), sia soprattutto nella resa degli episodi, incentrati esclusivamente sull’atto sessuale o sui suoi preliminari. Racconti che risultano pertanto privi di qualunque background, descrittivo ed emozionale, e che non riescono a trasmettere il necessario pathos. La poetessa Natalie Goldberg nel saggio sulla scrittura intitolato “Scrivere Zen” sostiene che “se uno prova sensazioni di tipo erotico e scrive di come si mangia un melone, anche se non usa mai la parola erotismo noi, leggendo, proveremo le stesse sensazioni”. In altre parole scrivere di erotismo non significa necessariamente trasporre su carta scene di sesso più o meno esplicito; significa soprattutto esprimere la carica erotica attraverso una tecnica narrativa che ha come sorgente le sensazioni, le emozioni, le passioni.

In un testo erotico bisognerebbe centellinare, pesare, ragionare e motivare il linguaggio che si sceglie di usare; questo è un genere dove un aggettivo piuttosto che un altro può cambiare la percezione di ciò che si scrive. Di più, è un genere dove una parola piuttosto che un’altra può cambiare l’effetto che si provoca: dall’eccitazione al fastidio, dal languore alla risata, dal brivido al rifiuto. In Gocce di Eros la scelta della terminologia appare approssimativa e poco personalizzata: frasi fatte e battute stereotipate macchiano ulteriormente la pulizia di una scrittura già sporcata da una tecnica narrativa non ben definita.

Il prodotto di questa scelta stilistica è l’esposizione consequenziale di una serie di figure unidimensionali, quasi ovunque prive di nome, che eseguono il compito a cui sono chiamate. Quelli di Gocce di Eros sono figuranti privi di spessore la cui dimensione rimane confinata nell’ambito dell’atto stesso, senza riuscire a elevarsi al ruolo di personaggi narrativi. Ci troviamo di fronte a protagonisti che non parlano quasi mai, che non esprimono desiderio ma lasciano che sia la voce narrante a descriverlo. C’è da dire che scegliere di proporre racconti brevissimi aumenta esponenzialmente le difficoltà di centrare il bersaglio: concentrare in pochissime frasi un atto tanto meraviglioso quanto complesso come quello dell’eros non è un’impresa facile. La necessità di andare velocemente “al sodo” crea un disequilibrio tra la ricerca di un coinvolgimento emotivo e l’ambientazione, intesa come luogo e tempo che creano atmosfera e stati d’animo, che per forza di cose risulta carente.

Come in tutte le raccolte, alcuni racconti sono più riusciti, altri meno, ma nel complesso quello che manca a Gocce di Eros è la parte raffinata dell’erotismo, quella capace di catturare le emozioni del lettore e avvicinarle ai protagonisti.

VALUTAZIONE: 

Pubblicato il

Autopsia di una recensione

Tra i servizi gratuiti offerti da Mondoscrittura, di certo il servizio recensioni è quello più richiesto, sia dagli autori sia dagli editori.

In questa sede vorrei armarmi di bisturi e sezionare con voi questo spinoso, controverso e affascinante servizio. Qualcuno di voi potrà trovare ovvio qualche concetto, ma un anno di esperienza in Mondoscrittura mi ha insegnato che per tanti altri non lo è affatto.

In primo luogo, una recensione non è una valutazione. Ogni lettore al termine di un romanzo ha una propria opinione su quanto ha letto. Il lettore medio solitamente esprime tale opinione in termini di ‘pesantezza vs scorrevolezza’ o ancora più semplicemente ‘mi è piaciuto vs non mi è piaciuto’. Il lettore che si è costruito un senso critico per diverse ragioni (insegnanti, critici letterari, giornalisti, scrittori, editori insomma tutte quelle figure genericamente definibili addette ai lavori) è solito commentare un testo secondo criteri più oggettivi e condivisibili. Allora la scorrevolezza o meno del testo si chiama stile, e andando a scavare si scopre che il mi piace o non mi piace è legato allo spessore dei personaggi, alla costruzione dell’intreccio, alla coerenza della trama. Mentre una valutazione esamina tutti questi aspetti in una scheda che, a seconda della lunghezza del testo, può essere lunga anche quindici pagine, una recensione tocca solo i punti fondamentali in molto meno spazio.

In secondo luogo: per chi sono fatte le recensioni? Le recensioni non servono ‘all’ego dell’autore’ come qualcuno di recente ha tentato di propinarmi. Le recensioni servono per l’acquirente, potenziale futuro lettore. Sono opinioni che invogliano o scoraggiano all’acquisto di un romanzo. Sono consigli di un amico, che ti dice ‘compra questo libro perché è bellissimo’ oppure ti dice ‘lascia stare, spendi diversamente i tuoi soldi’. L’amico può essere qualificato oppure no, oltre ad avere un ben preciso gusto personale e un proprio background. Quindi, per esempio, non chiederò mai un consiglio sul fantasy a chi legge solo gialli. L’altra faccia della medaglia è che le recensioni servono all’editore, ovvero chi deve guadagnare con il romanzo e magari si auspica che buone recensioni facciano lievitare le vendite. L’editore ha fatto selezione, ha investito tempo e denaro sul prodotto, aspettandosi in cambio dei ritorni economici. La risposta è, per entrambi gli attori, che le recensioni rientrano nell’ambito della promozione.

Per nessuna ragione la recensione dovrebbe diventare una ‘marchetta’ (passatemi il termine un po’ forte) positiva a ogni costo perché fatta come scambio favori o peggio in cambio di denaro, poiché rappresenterebbe un tradimento nei confronti del lettore.

Una fascia particolare, in grande espansione, è quella delle autopubblicazioni. Lo scrittore che autoproduce il proprio libro (per diverse ragioni) è ovviamente interessato alle vendite, poiché titolare per una grossa percentuale dell’introito. Anche lui, dopo aver lavorato a lungo sul proprio testo, averlo revisionato, fatto leggere non solo ad amici e parenti ma anche a figure diverse, lo rende disponibile per la vendita e si accinge a promuoverlo, mediante le presentazioni e le recensioni. L’autore che scambi la recensione per una scorciatoia, un espediente per avere gratis una valutazione del proprio testo, commette un errore.

Scegliere un portale (o un giornale, o una  rivista) a cui far recensire il proprio testo non è molto diverso, in definitiva, dallo scegliere una casa editrice con la quale pubblicare: si evitano le situazioni EAP, si verifica il taglio delle recensioni, la loro accuratezza e la visibilità che ne può derivare. Il tutto tenendo presente una parola: fiducia – o forse sarebbe meglio dire affidabilità.

Pubblicato il

J’accuse

Tra poco sarà Natale, e come consuetudine saremo tutti più zuccherosi; la spropositata quantità di cibo che ingurgiteremo, unita alla valanga di buonismo che ci seppellirà, oltre a ingrassarci le carni avrà l’effetto di ottenebrare le nostre stanche membra, già provate da un anno di stress e arrabbiature senza soluzione di continuità. Ma visto che manca ancora qualche giorno alla festa più attesa dell’anno e i torroni sono ancora incartati, credo di poter rimanere fedele a me stessa e inacidire quanto basta questi ultimi giorni di Vigilia.
Perché oggi voglio mettere un ulteriore mattoncino a rinforzo di uno dei miei muri portanti: la convinzione che gli italiani siano afflitti dalla pessima, malsana e – termine forte, ma rende l’idea – mortifera attitudine di evitare come la peste qualunque occasione di ampliare le proprie vedute in fatto di letture, di leggere qualcosa che non sia il solito fenomeno da baraccone ipermercato, precludendosi così la possibilità di godere di ottimi autori in grado di produrre ottime storie. Ma il discorso sulle letture di nicchia non può prescindere da un’analisi più ampia, che riguarda il mondo dei lettori in generale.

Da anni sostengo che in Italia non si legge si legge molto poco, eppure arriva sempre il buontempone di turno a scagliare i suoi dardi contro quelle che ritiene affermazioni anacronistiche e demagogiche, perché l’Italia sotto questo punto di vista non si discosta dalle abitudini degli altri paesi europei, perché non è vero che in Italia si legge meno che in altri Paesi, perché l’Italia è un Paese ricco di cultura ecc…ecc… Beh, cari arcieri dell’antidemagogia, mi spiace per voi ma non è vero. E questo articolo che riporta i dati ufficiali diffusi dall’Associazione Italiana Editori ne è la conferma. Per chi non avesse voglia di andarselo a leggere, sintetizzo: i dati offrono un ritratto dei lettori italiani assai poco edificante. Nel 2011 meno di un italiano su due – ripeto, meno di un italiano su due – ha letto non cento, non dieci, nemmeno tre… ma un solo libro. Forse però fa più scena il prodotto che si ottiene cambiando l’ordine dei fattori (che come la matematica ci insegna, nella sostanza rimane identico): PIU’ DELLA META’ DEGLI ITALIANI NEL 2011 NON HA LETTO NEMMENO UN LIBRO. Ora che l’ho anche urlato forse è più chiaro.

Se i fenomeni editoriali delle major, nonostante la pressione mediatica che li sovrasta e che spesso li soffoca, vengono letti da meno di un italiano su due, quante speranze può avere la Grimilde di turno –  che ha pubblicato con un piccolo editore indipendente – che il suo libro venga letto da qualcuno? A meno che Grimilde non si dedichi a tempo pieno alla promozione del suo romanzo, probabilmente nessuna. E anche nel caso in cui diventasse agente di sé stessa le possibilità di successo sarebbero decisamente scarse, per non dire inesistenti.

Stupita? Meravigliata? Ma chi, io? Per niente. Io lo sapevo già, e posso dire con orgoglio di rientrare in quel 45% di italiani che invece un libro l’anno lo legge. Perché io ne leggo decine, all’anno. Sono orgogliosa di far parte di quello che viene chiamato lo zoccolo dei lettori forti, appellativo in grado di suscitare indignazione in tutti coloro che per pigrizia, per disinteresse o per troppo tempo passato a scrivere anziché leggere, in questa schiera non rientrereanno mai. Perché secondo gli scrittori forti (appellativo ironico, sia chiaro) non esistono distinzioni tra i vari livelli di lettura, secondo loro definirsi un lettore forte è uno snobismo, una forma di razzismo, quasi una bestemmia. Ma anche a questo – ahimè – sono abituata.

Ma se da una parte è vero che i dati diffusi dall’AIE non mi meravigliano, dall’altra è altrettanto vero che qualcosa che mi stupisce – anzi di più, che m’indigna – c’è.

Quello che mi indigna è il totale immobilismo di coloro che avrebbero l’obbligo morale di ribellarsi, coloro che per attitudine, inclinazione o semplice desiderio vorrebbero avvicinarsi al famigerato patinato mondo dell’editoria italiana. Parlo degli aspiranti scrittori, da sempre i peggiori nemici di loro stessi, che si rifiutano di avvicinarsi all’editoria emergente, che si disinteressano dei propri simili, perché chissà cosa mai potrà scrivere di bello uno sconosciuto, e perché dovrei leggerlo proprio io? Molto meglio che passi il mio tempo a scrivere, per ingrassare la filiera dei romanzi che mai nessuno leggerà.

Parlo di loro, ma non solo; parlo anche di chi transita o è transitato su questo sito ed è rimasto in silenzio a non fare nulla; un sito che in undici mesi di attività ha recensito 117 – centodiciasette – titoli, una media di quasi undici libri al mese, un libro ogni tre giorni e mezzo, il 95% dei quali scritti e pubblicati da autori esordienti o emergenti. Recensioni che magari vengono anche lette, recensioni magari a 5 stelle, di libri che però nessuno comprerà. Di libri che nessuno leggerà.

Quello che mi indigna è che su un sito come il nostro, le cui le pagine in soli undici mesi sono state viste la bellezza di 50.000 volte – cinquantamila volte! – nel 90% dei casi non ci sia stato nemmeno un commento alle nostre recensioni, se non nelle occasioni in cui l’autore si è sentito in dovere di difendere la propria creatura dalle nostre ferocissime critiche. A parte che trovo assai curioso che per avere attenzione e attirare i commentatori si debba sempre scadere in sterili litigi da bar, ma mi chiedo: perché nessuno commenta le buone recensioni mentre tutti si affannano a intervenire su quelle meno buone? Dovremmo forse iniziare a recensire solo titoli mediocri?

Quello che mi indigna è che su un sito come il nostro, che vede una media di oltre 110 visitatori unici al giorno, non ce ne sia stato nemmeno uno che si sia sentito in obbligo morale di commentare l’articolo sui dati dell’AIE, o che ne abbia avuto l’interesse, o che abbia esposto il suo punto di vista, anche per dire che non era d’accordo.

Di contro c’è da dire che quei pochi commenti che riceviamo sono quasi sempre mirati a distruggerci, a mettere in dubbio qualunque cosa affermiamo, come se l’obiettivo di chi viene a visitare Mondoscrittura non sia quello di informarsi sull’editoria emergente o sulle iniziative che portiamo avanti per diffondere la cultura, bensì di sconfessare, con ogni mezzo e chissà poi per quale motivo, i nostri articoli, spesso facendo pessime figure e venendo puntualmente sbugiardato dai dati che siamo in grado di portare a sostegno delle parole.

Quello che mi indigna è che su un sito come il nostro, che in soli undici mesi di attività ha avuto la bellezza di quasi 16.000 visitatori unici – sedicimila persone diverse! – i giveaway vengano seguiti puntualmente da poche persone (poche ma buone, che ovviamente ringrazio di cuore). Perché da quello che emerge, su oltre 16.000 persone, solo a quei pochi interessa ricevere un bel libro – perché in giveaway ci vanno solo i bei libri – in maniera completamente gratuita, senza dover pagare niente, con il postino che te lo viene a consegnare direttamente a casa e non devi fare nemmeno lo sforzo di scendere alla cassetta delle lettere.

Quello che m’indigna è che in questo paese non si legge. Non si legge nemmeno quando i libri vengono forniti in digitale a meno di un euro a copia. Non si legge nemmeno quando i libri sono completamente gratuiti. Non si legge nemmeno quando i libri vengono messi sotto il naso del possibile fruitore di turno, al quale si richiede come unico sforzo quello di avere l’energia necessaria per sfogliare le pagine.

Questa mi sembra l’ennesima dimostrazione di quanto poco interesse ci sia in Italia attorno alla lettura. L’ennesima dimostrazione che tutti vogliono scrivere e pochi, pochissimi, si soffermano a leggere quello che scrivono gli altri, siano essi autori affermati o – fuggite, sciocchi! – autori emergenti. Questa mi sembra l’ennesima dimostrazione che l’italiano con il manoscritto nel cassetto è convinto che tutto gli sia dovuto, che merita di pubblicare con Mondadori perché ha speso il proprio tempo a scrivere il capolavoro del secolo anziché a leggere (e magari a imparare come si scrive).

E l’ultima domanda che oggi spinge per uscire dai miei polpastrelli è: cosa deve fare una realtà come Mondoscrittura più di quello che già fa per incentivare e aiutare gli autori esordienti? Io, al momento, la risposta non ce l’ho. Però è quasi Natale, e non è detto che tra qualche giorno il vecchio Santa Claus non me la lasci sotto l’albero. Peccato che io l’albero non lo faccia mai.