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QUENEAU, Raymond – I fiori blu


Titolo: I fiori blu

Autore: Raymond Queneau
Editore: Einaudi
Genere: Romanzo Mainstream
Pagine: 262
Prezzo: € 11,00
ISBN: 978-88-06-17516-0

TRAMA

Nel romanzo si intrecciano le storie e i sogni di due protagonisti: il Duca d’Auge e Cidrolin. Al risveglio dell’uno inizia il racconto della vita dell’altro e viceversa, generando nel lettore la convinzione che si tratti della stessa persona.  Tuttavia, non potrebbe trattarsi di personaggi più differenti. Mentre Cidrolin vive la propria esistenza tra una siesta e l’altra, barcamenandosi tra avvenimenti ordinari ( il matrimonio di una figlia, un pranzo al ristorante, la ricerca di una compagnia che si occupi di lui), il Duca vive attraverso i secoli passando dalle crociate alla rivoluzione francese con nonchalance, accompagnato da due cavalli parlanti. Ad accomunarli è solamente un amore viscerale per l’essenza di finocchio e per la buona tavola, aspettativa spesso disattesa a causa degli eventi.
Quando, al termine del romanzo, i due protagonisti si incontrano, il lettore è costretto a ristrutturare la propria visione degli avvenimenti, cercando spiegazioni differenti al legame che esiste tra i due.

PERSONAGGI

Il Duca e Cidrolin sono personaggi per i quali è difficile provare empatia. Il primo non conosce altra unità di misura che non se stesso: i propri desideri, i propri scatti d’umore e le proprie idee. Pur se condita da una poderosa dose di ironia da parte del narratore, la sua totale mancanza di considerazione per il prossimo come individuo costruisce una barriera invalicabile. Cidrolin, da contraltare, vive la propria esistenza dando sfoggio di un distacco e una passività esasperanti. Si riesce a provare un briciolo di vicinanza in più quando nella sua vita appare Lalice e, soprattutto, quando si scopre il colpevole che gli imbratta quotidianamente la staccionata con scritte ingiuriose.
Gli altri personaggi sono poco meno che abbozzati, esistenti all’unico scopo di esaltare i vizi (molti) e le virtù (poche) dei due protagonisti. Fanno eccezione i due cavalli parlanti che accompagnano il Duca attraverso i secoli: il loro pragmatico sarcasmo è una splendida compagnia dalla prima all’ultima pagina.

STILE E FORMA

I fiori blu è un romanzo di puro stile. Innumerevoli i giochi di parole e le rotture degli schemi convenzionali di scrittura. Queneau riesce a trasformare un passante in una spalla comica d’eccezione e le immondizie del fiume in personaggi pulsanti. Utilizza la logica stringente come un’arma micidiale. L’ironia e la spumeggiante prosa tengono viva l’attenzione, insieme al desiderio di comprendere i contorni del mondo che ha creato.
Il lettore che si approccia alla sua opera comprende immediatamente di trovarsi in un luogo d’eccezione, fuori dal comune non solo per quello che viene narrato ma soprattutto per il modo in cui viene narrato. Il lettore che sia anche scrittore non può fare a meno di sospirare, come un innamorato: “Ah, come vorrei essere capace di scrivere così”.

GIUDIZIO

I fiori blu è una scintilla, una freccia scoccata verso un bersaglio lontano al punto di apparire invisibile. Dopo aver letto il romanzo di Queneau, si ha l’assoluta certezza di non poter più guadare la storia e la vita quotidiana con lo stesso atteggiamento. Le crociate, i dogmi della chiesa, la pietra filosofale, i ristoranti alla moda, gli autobus e i rapporti interpersonali: tutto si accende sotto la luce del disincanto e del ribaltamento di prospettiva. Ecco che l’ambientazione, scarna e vaga, trasforma momenti storici “eccezionali” in giornate ordinarie, e una normale città in un luogo ricco di momenti straordinari.
Consigliato per chi  cerca un classico che sia fuori dagli schemi
Non consigliato per chi si aspetta che, al termine di un romanzo, ogni domanda trovi la sua risposta.

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STAHL, Jerry – Mezzanotte a vita

Esistono libri incapaci di fornire risposte che sarebbe lecito aspettarsi. Sono quei libri scritti di pancia, e che con la pancia vanno letti, per non cadere nell’indignazione delle persone per bene che, per quanto legittima, finirebbe per togliere a queste opere gran parte del loro potenziale. ‘Mezzanotte a vita’ rientra a pieno titolo in questa categoria.

Stahl, dal canto suo, ce la mette tutta per convincere il lettore a non grattare via la patina di squallore con cui ha coperto la propria esistenza, perché andando dietro la violenza delle parole, scavando tra i significati patinati, demolendo la facciata stupefacente che ha eretto, di ‘Mezzanotte a vita’ così come della vita stessa di Stahl sembra non rimanere poi molto. E forse l’autore lo sa, per questo calca tanto la mano su ogni singola dose, su ogni singolo buco, su ogni singolo malessere, indulgendo fin troppo nei dettagli.

Ma la potenza deflagrante di quest’autobiografia non risiede tanto nella crudezza degli episodi raccontati, quanto nell’abilità di Stahl di far sembrare persino piacevole una routine infernale, soprattutto grazie allo stile provocatorio, eccessivo e pungente che sceglie di adottare.
Come il suo status di sceneggiatore affermato gli impone, Stahl dimostra una perfetta padronanza della scrittura, dipingendo un quadro acido fatto di trasbordanti successi e miseri fallimenti in cui si mescolano debolezze, fragilità, sarcasmo e una forte dose di autocompiacimento.

Ma se come si legge nella quarta di copertina, lo scopo di ‘Mezzanotte a vita’ è di esaltare la vergogna, quel latente senso di colpa che dovrebbe permeare il romanzo al punto da divenirne il leitmotiv, allora Stahl non è riuscito a pieno nel suo intento. La vergogna, infatti, stenta a divenire protagonista, soffocata tra due realtà contrastanti ma complementari: l’inadeguatezza dello Stahl uomo e l’autoreferenzialità dello Stahl tossico, una dicotomia distruttiva che impedisce al protagonista di assumere un’identità univoca.

Tra tanti eccessi, sarà proprio la prospettiva di una vita intrisa di normalità a far capire all’uomo Stahl di poter esistere autonomamente, mettendo fine al ciclo perpetuo di morti e rinascite del drogato che da sempre vive con lui.

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AMMANITI, Niccolò – Come Dio comanda

Titolo: Come Dio comanda
Autore: Niccolò Ammaniti
Editore: Mondadori
Genere: Romanzo
Pagine: 495
Prezzo: € 13,00
ISBN: 978-88-04-57985-4

TRAMA

Il romanzo si svolge in un arco di sei giorni, suddivisi in due parti: il prima e il dopo. Prima e dopo cosa? Lo spartiacque è una notte nera e densa come la pece, violentata da un nubifragio che rende possibile ogni cosa, rovesciando l’ordine degli eventi. Una notte i cui accadimenti cambiano per sempre la vita dei protagonisti. Ogni tassello, sapientemente intarsiato e delineato nel prima, acquista significato e si incastra perfettamente nel dopo. Buoni e cattivi si confondono, escono dai ruoli che hanno interpretato per tutta la loro vita. Si sfuma il contorno di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, la linea tra il bene e il male si lascia attraversare senza ritegno. È una pioggia che non lava via, non pulisce e non purifica: una pioggia che inzozza ogni cosa, definitivamente.

PERSONAGGI

Rino e Cristiano Zena, padre e figlio, sono i protagonisti indiscussi di questo romanzo. Legati a filo doppio in un rapporto conflittuale fatto di amore e soprusi, il loro unico desiderio è quello di restare uniti. Rino è un uomo violento, un nazista che segue un proprio codice morale che si può quasi definire etica; Cristiano è una sua vittima, schiavo di un padre che lo brutalizza psicologicamente, eppure totalmente succube dell’amore che prova per lui. Vicini ai due protagonisti sono Danilo Aprea e Quattro Formaggi. Danilo è divenuto alcolista dopo la tragica perdita della figlioletta, che ha distrutto la sua famiglia e il suo equilibrio mentale. Quattro Formaggi è “il matto del paese”: sofferente di un ritardo mentale che si è aggravato a causa di un incidente con l’alta tensione, deve a Rino la vita e la riabilitazione, mentre Cristiano è il suo migliore amico.

A margine della storia vi sono Beppe Trecca, assistente sociale complessato e sfigato, alla ricerca di un equilibrio personale e amoroso che si incarna nella donna del suo migliore amico; Fabiana Ponticelli ed Esmeralda Guerra, adolescenti ribelli e scontente che usano la droga e i ragazzi come diversivi per ammazzare la noia. Tutti i personaggi sono ben delineati, con una psicologia complessa e approfondita. Ma sono anche personaggi che cambiano, dopo la notte del nubifragio, in maniera determinante. Chi era forte diventa debole, chi sembrava buono diventa cattivo, chi era vittima diviene carnefice. Il cambio psicologico dei protagonisti è il punto di forza del romanzo, poiché l’autore ci conduce nelle menti dei personaggi mostrandoci come una catena di eventi possa trasformare qualsiasi individuo.

STILE

Lo stile dell’autore non è particolarmente scorrevole. Inizialmente si fatica a entrare nello spirito del romanzo, sia per il linguaggio forte e spesso volgare, sia per la totale impossibilità di provare empatia per i protagonisti. Tuttavia la storia “aggancia” il lettore già dalle prime battute; il desiderio di sapere cosa accadrà invita a proseguire nella lettura, e solo a metà del testo si comprende di essere alle  prese con un perfetto thriller psicologico.

In alcuni tratti l’autore compie delle ingenuità sul punto di vista. Abbiamo a che fare con una terza persona assoluta, un narratore onnisciente che tutto conosce della vita e dei pensieri dei protagonisti ma che molto spesso tende a parlare come loro, fornendo descrizioni con una scelta di aggettivi non impersonali, che possono essere soggettivi ma non oggettivi.

La  grandezza del meccanismo, tuttavia, unita al perfetto ingranaggio della trama, rendono queste ingenuità dei peccati veniali.

GIUDIZIO

Anche le brutture della vita, se narrate con sapienza, possono divenire belle. Questo Premio Strega regala proprio questo: intense emozioni mentre si affonda la faccia nel fango dell’essere umano.  Se, come me, amate i libri che fanno male, sferrandovi un pugno diretto allo stomaco, dando voce alle verità che sono sotto i vostri occhi ma non volete guardare, allora questo è il libro per voi.

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ZAFON, C.R. – L’ombra del vento

A Barcellona, una mattina d’estate del 1945, il proprietario di un negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo segreto dove vengono sottratti all’oblio migliaia di volumi di cui il tempo ha cancellato
il ricordo. E qui Daniel entra in possesso di un libro “maledetto” che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un mondo di misteri e intrighi legato alla figura di Juliàn Carax, l’autore di quel volume. Daniel ne rimane folgorato, mentre dal passato iniziano a emergere storie di passioni illecite, di amori impossibili, di amicizie e lealtà assolute, di follia omicida e di un macabro segreto custodito in una villa abbandonata. Una storia in cui Daniel ritrova a poco a poco inquietanti parallelismi con la propria vita…

Sarò breve: non avevo letto nulla di Zafon, e non leggerò altro. E non riesco a capire come questo libro possa essere diventato un best seller. Infarcito di prolissità inutili e zeppo di cliché, pervaso da un sentimentalismo fastidioso e inutile.
Un polpettone intricato all’inverosimile che nasconde una banalità di fondo quasi imbarazzante, un personaggio misterioso che di misterioso non ha nulla, visto che si capisce dalle primissime pagine chi si nasconda dietro la vera identità di Lain Coubert.
E lo stile narrativo dell’autore, almeno in questo libro, a mio giudizio si dimostra acerbo, immaturo e totalmente privo di qualunque spunto interessante. Un libro adatto forse a lettori ingenui, sognatori idealisti che non conoscono ancora la forza di un vero romanzo giallo. In due parole, improbabile e sfiancante.

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NARCISO, Giancarlo – Le zanzare di Zanzibar

Ho letto questo libro grazie a un bookcrossing, e se devo essere onesta mi aspettavo decisamente di più da un romanzo che ha sc
omodato persino Sandrone Dazieri.
Dieci allo stile, cinque alla trama, zero all’esaltazione del tiramm innanz tipico di chi non vuole crescere.

Viene spacciato per un noir, ma di noir c’è ben poco. È il racconto di un uomo che lascia l’Italia per il centro America, trascorrendo una vita di espedienti, tra droghe più o meno leggere e donne in puro stile velina/showgirl. La presenza oscura che lo segue, che dovrebbe giustificare l’impronta noir, verrà nominata per la prima volta nelle ultime cento pagine, e chi sia questa presenza è facilmente intuibile, trattandosi di uno dei personaggi delineati con più ambiguità durante tutto il libro. Per il resto, non c’è molto da dire.
Intreccio piuttosto scontato e prevedibile per un trama a tratti esageratamente stereotipata; se non fosse per lo stile martellante, rapido e coinvolgente a mio avviso sarebbe stato un romanzo alquanto scarso.

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SARAMAGO, José – Il vangelo secondo Gesù Cristo

Un libro incredibile, questo di Saramago. Difficile all’inverosimile, stilisticamente ostico e quasi impossibile da digerire, dove il discorso diretto è infilato in mezzo alle descrizioni e dove i periodi sono lunghi anche mezza pagina senza nemmeno una virgola.
Ma allo stesso tempo è un libro meraviglioso, di quelli che quando arrivi all’ultima pagina ti lasciano un gran senso di solitudine, poiché nonostante sai già come finirà, fino all’ultima riga speri in un finale diverso, perché arrivi ad amare quelle persone (e non personaggi) che fino a 300 pagine prima sentivi totalmente indifferenti, e non vorresti vederle morire.

Gesù è un uomo che ama, che si lascia andare ai dubbi di tutti gli uomini, che si mette in discussione, che fino all’ultimo non si arrende al destino che Dio ha scelto per lui, e fino all’ultimo prova a ingannarlo per non portarsi sulle spalle il peso di decine di migliaia di morti in nome di una religione che lui, per bocca di Dio stesso, sa che porterà sangue e disperazione.
Un grido di ribellione, questo di Saramago, crudo e acido, tenero e passionale, un grido che accende la coscienza, che mira a far riflettere sulla dicotomia bene/male e su quanto il bene abbia bisogno del male per essere tale, un grido che mette in discussione con ironia e amarezza i precetti fondamentali della chiesa cattolica. Un vangelo che ci mostra Gesù di Nazaret sotto un’altra luce, un Gesù di Nazaret che si pone tutte le domande che ogni uomo, almeno una volta nella vita, avrebbe voluto porgli. Un Gesù che vede le contraddizioni che gli uomini vedono in Dio e prova a combatterle fino al suo ultimo respiro.
Un libro in cui Maria Maddalena viene riscattata da secoli di oscurantismo e persino lo stesso Giuda Iscariota tradisce il Maestro per la troppa devozione nei suoi confronti e non per avidità.
Meravigliosa appare la discussione sul finale tra Gesù, Dio e il Diavolo su una barca in mezzo al lago, dove Saramago tira completamente fuori la figura cattiva e ingiusta di Dio, dove persino il Diavolo si offre di riparare al male fatto e a quello che si dovrà fare venendo malamente rifiutato da un Dio avido ed egoista che vuole a tutti i costi espandere il suo dominio sul resto del mondo.
Il senso di tutto il libro si riassume nell’ultima frase di Gesù che, inchiodato sulla croce, alza gli occhi al cielo ed esclama rivolto a Dio “uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto.”
Insomma, un libro che tutti dovrebbero leggere, almeno per porsi qualche domanda.
Meraviglioso.

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NESI, Edoardo – Storia della mia gente

Titolo: Storia della mia gente
Autore: Edoardo Nesi
Editore: Bompiani Overlook
Genere: Romanzo –saggio
Pagine: 161
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-452-6352-1

TRAMA

L’autore ripercorre, attraverso la narrazione di fatti realmente accaduti, la propria storia di imprenditore-scrittore, la quale corre parallela a quella dello sviluppo facile (prima) e del decadimento ineluttabile (dopo) del tessile pratese. Uno sviluppo e un decadimento che si ripercuotono sulla vita dell’imprenditore lasciando spazio al vuoto, mentre salvano la vita dello scrittore lasciandogli la speranza che “l’economia soccomberà a un atto dell’immaginazione”.

 PERSONAGGI

Il protagonista principale è Edoardo, narratore in prima persona, il quale coincide con l’autore del romanzo. La scelta di presentare la persona come un tutt’uno con la storia ne fornisce un quadro frammentato, mai esaustivo e approfondito della psicologia sottostante le scelte che compie ( o sceglie di non compiere). Trasportato dagli eventi, positivi e negativi, non è mai artefice del proprio destino ma solo un acuto spettatore.

Personaggio “coprotagonista” è la realtà economica dell’industria tessile pratese, in tutte le sue luci e ombre. L’insieme di questa realtà industriale, fatta di persone, storie, macro e micro avvenimenti, è presentata con tanta efficacia da divenire un corpo unico, vivo e vibrante, quasi più dello stesso Edoardo. Trattandosi tuttavia di un sistema interattivo di più fattori, e non di una persona in carne e ossa, il lettore rimane spettatore di un saggio,  impossibilitato all’empatia e all’identificazione.

 STILE

Lo stile dell’autore è fluido e ricercato, ricco di citazioni letterarie di grande pregio e capace di picchi narrativi molto elevati. La capacità di presentare un sistema complesso e articolato in maniera unitaria e compatta, non rinunciando mai all’ironia, rappresenta un valore aggiunto.

 GIUDIZIO

Come amante pura e appassionata del Premio Strega, mi accosto sempre con alte aspettative al testo vincitore. Tali aspettative sono rimaste deluse da Storia della mia gente, vincitore anno 2011.

Punto di forza del romanzo è la grande capacità narrativa e descrittiva dell’autore. Edoardo Nesi arriva a toccare punte narrative vicine alla poesia, offrendo al lettore numerosi spunti di riflessione e approfondimento.

Punto debole è la commistione tra i generi. La scelta di mescolare racconto autobiografico, saggio di economia e romanzo ottiene l’unico risultato di non centrare alcun bersaglio. La superficialità con la quale vengono affrontati gli argomenti economici  impediscono al testo di ottenere il forte impatto di romanzo-denuncia alla Saviano ( che l’autore cita e liquida in due righe ) e al contempo impedisce di soffrire per le sorti del “povero” industriale decaduto.

La fascetta riporta il commento di Sandro Veronesi, che definisce il vincitore di quest’anno con queste parole : “Storia della mia gente è uno di quei cazzotti che ogni tanto la letteratura sferra al mondo”. Tuttavia il cazzotto non centra il bersaglio. Al massimo incuriosisce il lettore, spingendolo ad approfondire i molti temi proposti su altri testi.