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LODATO, Viola – KillerQueen

Cover_KillerQueen-defTITOLO KillerQueen
AUTORE Viola Lodato
EDITORE Ciesse Edizioni
GENERE Altro
PAGG 128
PREZZO 10 euro
[xrr rating=5/5]

La routine della giovane ed eccentrica detective privata Katia Quartarone, detta KillerQueen, viene movimentata dall’arrivo di un altrettanto insolito cliente, Alexander Marshall, che la coinvolge in una delicata missione sotto copertura, temendo di essere in pericolo. Cercare di tenere in piedi la finta identità non sarà così semplice per Katia, a causa dei suoi modi strampalati e soprattutto perché gli eventi prenderanno una piega decisamente inaspettata: a rischiare la pelle non sarà Alexander, ma la stessa KillerQueen. A completare il quadro un amore nuovo fiammante, uno che si è appena concluso in modo rovinoso, un invitato pedante ma entusiasta, interrogatori non molto professionali e qualche omicidio di troppo, il tutto condito dall’ironica voce narrante della protagonista.

Killer Queen è una ragazza di 25 anni, figlia di detective, che vive in Scozia e che ha intrapreso il lavoro del padre. È la più giovane detective che si conosca e ha già al suo carico vari casi conclusi con successo. Un giorno viene assunta da Alexander Marshall per indagare durante una cena tenuta da Annabelle Chevalier, amica di Alexander, in un luogo in cui già in passato ci sono state delle morti inspiegabili.
All’inizio sembra un incarico molto semplice, ma fin da subito si rivela un caso molto pericoloso, da quando durante la cena tentano di avvelenare proprio KillerQueen.
Iniziano così le indagini svolte dalla nostra detective, molto particolari come del resto è molto particolare anche lei.

Il romanzo è molto corto ma non per questo manca di qualcosa.  Lo stile usato dall’autrice è molto brioso e giovanile e coinvolge il lettore fin dall’introduzione, portandolo a divorare il libro in una volta sola. Le descrizioni sono approfondite, ma contemporaneamente leggere, senza appesantire la lettura o annoiare, trasmettendo appieno le immagini dei luoghi dando al lettore l’impressione di trovarsi fisicamente lì. Anche quelle dei personaggi sono dello stesso genere, rendendoli in questo modo tridimensionali, come se circondassero il lettore.
Le indagini, invece, sono poco approfondite rispetto ai soliti libri gialli, ma rispecchiano in pieno il carattere della protagonista.
Un altro ottimo lavoro svolto dall’autrice è proprio la realizzazione della protagonista, l’ha resa talmente reale da creare fin da subito un legame con il lettore che ha la sensazione di affiancarla nelle indagini come se fossero amici da sempre.
Una critica che si può rivolgere all’autrice è che il romanzo assomiglia molto sia al cartone animato Detective Conan (che viene nominato dall’autrice stessa) sia a un telefilm per teenagers di qualche anno fa dove la protagonista era appunto una detective liceale figlia di detective. L’ambientazione e la tipologia delle morti assomiglia molto al vecchio romanzo Dieci piccoli indiani di Agatha Christie.

Nel complesso un romanzo davvero godibile, adatto sia a un target giovanile sia a uno più adulto, che pur coinvolgendo in un’indagine non manca di far ridere e alleviare lo spirito.

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BUCCELLA, Jolanda – Fortuna, il buco delle vite

Titolo: Fortuna, Il buco delle vite
Autore: Jolanda Buccella
Editore: Ciesse
Genere: Romanzo
Pagine: 592
Prezzo: 22,00 euro
ISBN: 978-88-6660-044-2

VALUTAZIONE: sufficiente

Quando ci si accorge di  essere vicini alla morte è quasi inevitabile tentare di fare un bilancio della vita che si è vissuta. Ed è proprio quello che tenta di fare “Fortuna”, la protagonista di questo romanzo mentre uno strano individuo, che assomiglia spudoratamente a un etereo angelo del Signore, la sta accompagnando verso il cortile dove verrà eseguita la sua condanna a morte. Soltanto che, a differenza di altri, Fortuna deve cercare di tracciare il bilancio di ben tre vite. È impossibile vivere tre vite completamente diverse l’una dalle altre? La storia di Fortuna ne è un raro esempio.

TRAMA
Dalle Quattrovie al Ruanda, passando per Roma: oltre quaranta anni di storia raccontati attraverso le “tre vite” di J., Piccoletta, Fortuna. E prima di arrivare al concepimento e alla nascita della protagonista, conosciamo anche le storie dell’intero albero genealogico. In questo romanzo i temi ci sono tutti: la disabilità, l’ipocrisia della Chiesa, il dramma dei senzatetto, le malignità delle piccole cittadine di provincia, lo stupro, i disturbi alimentari, il genocidio… e ancora tanti e tanti che elencarli diventerebbe impossibile. Tuttavia non siamo di fronte a un plot complesso: il racconto cronologico delle peripezie della protagonista (e dei suoi antenati) arriva dopo un prologo che la vede poco prima di morire torturata in Ruanda; non abbiamo a che fare con una trama, quanto con una serie di storie e racconti non sempre congruenti e omogenei tra loro. Addirittura, nella seconda e terza parte, vengono inseriti “riassunti” delle vite e delle esperienze dei compagni homeless e dei rifugiati tutsi. Il finale, in particolare modo, riporta i dati del genocidio in Ruanda facendo intendere che è verso questo obiettivo che l’autrice mirava: se è così, di certo l’ha presa molto alla lontana; diversamente, tali dati stonano in quello che nasce come testo di narrativa.

PERSONAGGI
J.-Piccoletta-Fortuna è il personaggio principale e protagonista della storia: la sua disabilità (o per meglio dire malformazione congenita) ne condiziona lo spirito e l’esistenza. Tuttavia i numerosi mutamenti della protagonista sono spesso incongruenti o poco comprensibili: non possiamo parlare di un personaggio complesso e dinamico quanto di comportamenti e pensieri che si modificano con il divenire della storia. Gli altri personaggi, grazie al dettagliato racconto delle loro peripezie, sono a modo loro protagonisti della loro porzione di storia: Anita, Umberta Prima e lo stesso Nadir soffrono e beneficiano delle stesse debolezze narrative di J., anche se qualcuno (come ad esempio Anita) risulta più coerente di altri.

STILE E FORMA
Lo stile è piacevole e scorrevole: è solo grazie alla buona capacità affabulatoria che riusciamo ad arrivare in fondo a un romanzo carente dal punto di vista strutturale. Lo show don’t tell è scarsissimo, e le poche volte che viene utilizzato risulta depotenziato dall’anticipazione dell’autore: un esempio su tutti, il gelato che Fortuna e Nadir mangiano al Pincio. L’autrice descrive prima quello che successivamente mostrerà mediante il dialogo tra i protagonisti, facendo in questo modo perdere ogni efficacia all’interazione stessa.
A livello formale il testo necessitava presenta numerose sbavature: E apostrofate invece che accentate, refusi, e soprattutto una punteggiatura spesso inadeguata.

GIUDIZIO
L’autrice ha dimostrato di avere un intero universo di storie da raccontare: storie di persone, di luoghi, di culture, di modi di essere. Addirittura favole e novelle, inserite per intero nella terza parte. Tuttavia, averle “consumate” tutte in un unico testo è stato a mio avviso penalizzante, perché ognuna delle vite raccontate (non solo quelle della protagonista, ma anche dei comprimari) necessitava di uno spazio più ampio, dove il raccontato lasciasse il posto al mostrato: in questo modo episodi significativi, cambi d’opinione, storie d’amore e di vita non si sarebbero esauriti in poche righe, ma avrebbero potuto pulsare di una luce più intensa e concreta.

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MACCA, Flavia Maria – La maschera di Belleville

Titolo: La maschera di Belleville
Autore: Flavia Maria Macca
Genere: Giallo
Editore: Ciesse Edizioni
Pag. 320
Euro 18,00

Michelle Perrin, una studentessa universitaria di ventiquattro anni, sta correndo nel quartiere di Belleville a Parigi, cercando di sfuggire a un misterioso uomo mascherato che la sta inseguendo. Purtroppo, l’uomo la raggiunge e la rapisce. Cosa c’è dietro al rapimento di Michelle? Quale torbida storia? Il commissario Claude Roche e i due ispettori Alex Renard e Henry Rupert, si troveranno a dover districare un’imbrogliata matassa che li porterà a indagare all’interno di una grande industria farmaceutica di Parigi, la Paris Pharma e a fare i conti con una serie di omicidi seriali. Un romanzo che descrive i pericolosi percorsi e le deviazioni della mente umana, ai quali si intrecciano i sentimenti più veri: l’amore e l’amicizia.

La maschera di Belleville è un poliziesco borderline; in primo piano c’è l’indagine del commissario Roche e dei suoi ispettori Alex e Henry, ma forte è anche il fattore psicologico-introspettivo che avvicina l’opera a un noir. Il romanzo è ambientato a Parigi, in un’atmosfera suggestiva e intrigante che sfrutta gli archetipi del thriller classico.

Nonostante si parta in medias res, vivendo il rapimento di Michelle già nel prologo, l’inizio è stentato, soprattutto a causa degli infodump che riempiono le prime pagine. Quando parte l’indagine il ritmo migliora e il coinvolgimento del lettore aumenta in maniera esponenziale.

L’intreccio appare ben congegnato, anche se a tratti lo sforzo richiesto alla sospensione d’incredulità è troppo marcato. Di contro, è apprezzabile che lo scioglimento non venga gestito con il classico colpo di scena, ma al contrario appaia ragionato, e ben costruito grazie a un lavoro mai troppo pressante di divulgazione degli indizi durante l’intera narrazione.

Ogni capitolo affronta una porzione di vita dei vari personaggi, analizzando le sensazioni con cui essi vivono la scomparsa di Michelle e le azioni che compiono, sia allo scopo di risolvere il caso, sia indipendentemente da esso. Come in ogni giallo che si rispetti, ampio spazio viene dato agli interrogatori; a questo proposito c’è da rilevare come l’autrice, forse allo scopo di ricalcare troppo fedelmente la realtà, tenda a ripetere più volte gli stessi concetti, espressi da punti di vista diversi. Quest’attitudine stilistica, più adatta forse a un tessuto cinematografico che letterario, crea pericolose ridondanze che tolgono ritmo alla narrazione.

Molto convincente la figura di Alex, ben delineato sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico. Il suo modo di rapportarsi a Roxanne, la donna che ama, e la forte affinità con il collega Henry riescono a caratterizzarlo in maniera nitida e piacevole. La stessa Roxanne, sebbene agisca da comprimario, risulta un personaggio vivido e interessante. Nota di merito anche alla rappresentazione del misterioso sequestratore, su cui l’autrice riesce a tenere alta la tensione fino all’ultimo, una figura efficace e ottimamente contraddistinta dal modo di relazionarsi con il suo complice e con la sua vittima. Meno azzeccata invece appare la scelta di introdurre tutti i personaggi allo stesso modo, con una descrizione fisica che non si discosta mai dallo schema altezza, colore occhi, colore capelli, abbigliamento.

Poco incisivi la maggior parte dei dialoghi, troppo edulcorati rispetto alle situazioni in cui si sviluppano, e per questo poco verosimili; i dialoghi sono in grado di donare tridimensionalità e spessore ai personaggi e di caratterizzarli senza necessità di prolisse descrizioni fisiche. In questo senso le performance migliori si hanno quando i protagonisti della Macca si spogliano delle uniformi di personaggi narrativi per assumere i ruoli che gli spettano di diritto, quelli di poliziotti frustrati, madri disperate, ventenni confusi.

Nel complesso quella della Macca è una buona prova d’esordio, anche se lo stile appare ancora un po’ troppo ingenuo, poco adatto al registro narrativo di un giallo, dove il ritmo deve essere incalzante e stringente, scevro da spiegoni paesaggistici e maggiormente incentrato sui fatti; il romanzo avrebbe giovato da un’asciugata generale mirata a eliminare le ridondanze e le parti superflue. Ciò nonostante, la stoffa dell’abile giallista c’è, e si vede.

VALUTAZIONE: 

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AKKI, Andrea – Storia di Akki

Titolo: Storia di Akki
Autore: Akki (Andrea)
Editore: Ciesse Edizioni
Collana: Green
Pagine: 180
Prezzo: 12,80

 

Io mi chiamo Andrea. Detto così sembra una scemata, io mi chiamo Andrea e verrebbe da chiedere: e allora? Ma se ci pensate bene, invece, è una cosa mica scema chiamarsi Andrea. Voglio dire, voi, così, adesso, che ne sapete se sono un bambino o una bambina? Voi pensate subito: un bambino! E, invece, vi ho fregato perché sono una bambina. Mica facile, per una bambina, chiamarsi Andrea, specie se nella sua classe c’è anche un bambino che si chiama Andrea anche lui. È per questo che i miei compagni hanno cominciato a chiamarmi Akki, il perché non sono cavoli vostri, ma comunque Akki, con l’accento sulla A, mi piace, come nome e così ho deciso di tenermelo e quelli che credevano di prendermici in giro ci restino pure male, tanto sono problemi loro.

RECENSIONE:
Storia di Akki è il diario di viaggio di Andrea, Akki per l’appunto, una bambina orfana di cui non ci è dato sapere l’età esatta, poiché è lei stessa a esprimersi per “livelli” seguendo il linguaggio dei videogames. Sappiamo che è un “livello 2”, e se consideriamo che i livelli 1 sono i bimbi piccoli piccoli e i livelli 3 gli adolescenti o poco più, possiamo ritenere che Akki abbia tra i sei e i dieci anni e frequenti le scuole elementari. Akki vive con la nonna materna, e quando quest’ultima muore, Akki spaventata dall’idea di finire in “orfanofio” decide di intraprendere un viaggio alla ricerca della nave che fa il giro del mondo. Durante il suo peregrinare, Akki incontrerà persone buone e meno buone, che l’accompagneranno e le faranno vivere esperienze piuttosto inusuali per una bambina di quell’età.

Storia di Akki è un romanzo narrato in prima persona, dove è la stessa Akki a raccontare la sua storia attraverso ciò che scrive sui suoi quaderni durante il viaggio. Il linguaggio pertanto è volutamente infantile, nel complesso è uniforme e funziona piuttosto bene anche se a tratti l’ironia appare un po’ troppo forzata e alcuni passaggi risultano un po’ lenti e farraginosi.
La trama è decisamente surreale, visto che nella vita quotidiana non siamo abituati a incontrare una bambina che viaggia da sola, ma l’autore è comunque bravo ad affrontare con estrema delicatezza tematiche assai spinose, come l’immigrazione clandestina e la prostituzione, lasciandoci vedere le vicende attraverso gli occhi di Akki, che sebbene appaia determinata e disillusa sin dalle primissime pagine, mantiene comunque l’innocenza e l’ingenuità tipiche dei bambini.
E così tutto sembra meno brutto di quanto siamo abituati a considerarlo, persino la morte.
Nel complesso è un buon romanzo, con componenti classiche come amore e dolore, scritto in maniera piacevole e scorrevole dove però non mancano ampi scorci densi d’amarezza.
E considerando che l’autore ha deciso di devolverne i proventi in beneficenza all’ospedale Gaslini di Genova, si legge con ancora più piacere.

VOTO FINALE:[rating=7]

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TASINATO, Anna – La chiave Amaranto

Titolo: La chiave Amaranto

Autore: Anna Tasinato

Editore: CIESSE Edizioni

Genere: Urban Fantasy

Pagine: 266

 

Alida De La Calla, un’immortale non del tutto vampira ma nemmeno del tutto umana, viene sospettata di aver ucciso la coinquilina, Licia Amaranto. Il profilo psicologico di Alida viene affidato a Mirko Borgia, psicologo che lavora, inconsapevolmente, per la più nobile e importante rappresentanza della Casta dei vampiri, i Boidi.
Per una serie di circostanze contingenti, Alida e Mirko iniziano insieme un percorso che li porterà a scoprire la verità sull’assassinio di Licia Amaranto, un percorso che li vedrà braccati dai mass media, dalle autorità locali e non in ultimo dal sospetto di essere seguiti dai Boidi stessi, fino all’epilogo.

Ho molto da dire su questo libro, quindi mettetevi comodi. Premetto che la chiave Amaranto è un urban fantasy, genere che non amo e di solito non leggo. Parla di vampiri, e ciò ha contribuito ad accrescere il mio scetticismo. Parla di vampiri piuttosto sentimentali, e ciò ha contribuito ulteriormente ad accrescere il mio scetticismo. In questo caso ho fatto un’eccezione, un po’ perché c’è di mezzo molto thriller, un po’ perché conoscevo l’autrice e sapevo che il suo stile di scrittura mi piace.

La chiave Amaranto è un libro che si legge tutto d’un fiato, e indubbiamente trae la propria forza soprattutto dallo stile narrativo, che si rivela frizzante, dinamico e soprattutto credibile. La storia è avvincente e l’autrice è brava a creare un’atmosfera coinvolgente e molto suggestiva, al punto che la voglia di chiarire molti concetti che appaiono un po’ sfocati passa in secondo piano.
Mi è piuttosto difficile dare un giudizio sulla credibilità delle vicende, poiché sono totalmente ignorante in materia di fantasy, sia esso urban o tradizionale, ma certo è che non ho potuto fare a meno di notare qualche “piccola” somiglianza con l’ormai famigerato Twilight.

Anna Tasinato ci ripropone i vampiri glitterati (i suoi hanno pure le Luis Vuitton) allargandone il concetto: creature che si nutrono solo di sangue animale e considerano gli umani come fratellastri. Ma mentre in Twilight quella di essere vampiri “vegetariani” è una scelta di una singola Famiglia, per la Tasinato diventa una scelta che l’immortale compie razionalmente dopo la Conversione, andando così a creare una nuova figura fantasy, quella dei Senza Nome, o semplicemente Immortali. .

Se da una parte mi sento frenata nell’esprimere un giudizio sulla parte puramente fantasy, dall’altra posso dire cosa non mi convince della parte thriller. Tutta la parte che si svolge a Venezia, per esempio, a un occhio abituato a leggere thriller e perciò molto attento ai dettagli e alle incongruenze, presenta delle sbavature.

Per esempio quando Ciano, un immortale amico di Alida, spiega ai due protagonisti il movente dell’omicidio Amaranto. Si parla di similitudini tra il mondo della filosofia hegeliana e quello dei vampiri, che appaiono però poco chiare e che avrebbero meritato un approfondimento maggiore, visto che si riveleranno poi essere la chiave per capire in quale direzione muoversi per scovare il vero assassino.

Ci sono dei passaggi assai poco verosimili per quello che riguarda le capacità dello psicologo Mirko. Un altro aspetto che non mi ha del tutto convinta è la passività con cui Alida sembra accettare gli eventi.

Il fulcro della storia,  ossia il contatto con il misterioso tedesco cacciatore di vampiri, appare piuttosto vago. Le motivazioni con cui viene spiegato l’astio del crucco non sembrano abbastanza convincenti da giustificare tutto quello che mette in piedi per attirare Alida nel suo laboratorio.

La caratterizzazione dei personaggi è buona, anche se un po’ stereotipata. Alida è una specie di Edward Cullen al femminile: apparentemente dura come il granito, determinata e fredda ma in realtà profondamente nostalgica di una vita umana, desiderosa di amare e di essere amata. Mirko, lo psicologo che per seguire la bella mezza-vampira lascia la sua vita quotidiana, è bello, buono, intelligente e ha un sacco di doti nascoste. Il finale però è degno del più rosa degli Harmony.

La prima parte, fino al viaggio di Alida a Dusseldorf, mi ha convinta più della seconda, che mi è apparsa troppo macchinosa e allo stesso tempo poco approfondita. Come se l’autrice avesse fretta di giustificare tutta la vicenda e avesse calato un po’ l’attenzione verso i dettagli.
Insomma, se sommo tutti gli aspetti che non mi convincono di questo libro, razionalmente dovrei dire che non mi è piaciuto per niente. Invece no. Il libro mi è piaciuto, altrimenti non avrei passato un pomeriggio e una sera sul divano a leggerlo. D’altronde è l’autrice stessa a calcare la mano sui contrasti all’interno del libro, e il suo libro per me è tutto un contrasto.

Consigliato a chi ama le storie sul modello Twilight, a chi ama le storie a lieto fine, a chi ama leggere un testo frizzante e scorrevole. E indubbiamente, come prova d’esordio, mostra tutte le potenzialità di una bravissima autrice. Credo che tre quarti (forse quattro quarti) della riuscita del libro sia merito del suo stile.

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CHRA, Monica – Lo sposo imperfetto

Titolo: Lo sposo imperfetto
Autore: Monika Crha
Editore: CIESSE Edizioni
Genere: Thriller
Pagine: 208
Prezzo libro: Euro 16,00

 

 

Carla, una giovane donna trasferitasi da poco a Torino, una domenica mattina incontra Marco; quest’ultimo si siede sulla panchina accanto a lei e inizia una lunga conversazione-confessione. Carla infatti è stata notata da Marco perché vive nell’appartamento che fu di Francesca, la sua amante, appartamento che Marco vede dal suo balcone.
Inizia così “Lo sposo imperfetto”, il racconto di una vita apparentemente perfetta, quella di Marco, che viene sconvolta dall’arrivo di Francesca, donna matura e misteriosa, sua dirimpettaia.
Marco è un uomo giovane e bello, sposato con una bella ragazza e con un figlio. Ha una famiglia che lo segue e lo aiuta, un lavoro stabile e un’esistenza scandita dalla quotidianità. Quando incontra Francesca però si rende conto di aver basato tutta la sua vita su una bugia, perché niente di quello che ha, è in realtà ciò che vorrebbe avere. Inizia così un percorso tormentato, fatto di fughe e bruschi ritorni alla realtà. Marco scopre che Francesca è la figlia di un amico di suo padre, che è un ex-terrorista e ha una figlia che vive lontana da lei. La forte attrazione che Marco prova verso Francesca lo porterà a mettere tutto in discussione fino all’epilogo della vicenda. Sullo sfondo una Torino magica e generosa che riesce ad apparire molto più bella di quanto sia in realtà.

RECENSIONE

Iniziamo col dire che questo romanzo NON è un thriller. “Lo sposo imperfetto” è infatti il classico romanzo non di genere, e se proprio qualcuno sentisse il bisogno d’inquadrarlo potrebbe farlo nel settore della narrativa mainstream. Non basta un personaggio con un passato da pseudoterrorista per ottenere il minimo sindacale del genere thriller, ma questo, considerando la bontà dell’opera, tutto sommato è un dettaglio di poco conto.
Se mi avessero raccontato a grandi linee di cosa parla questo libro, probabilmente non l’avrei letto. E avrei commesso un errore, come spesso succede quando si giudica senza conoscere.
Perché nonostante il tema portante sia stato già ampiamente dibattuto e per questo potrebbe risultare – passatemi il termine – inflazionato (l’uomo che ha un figlio troppo presto, si sposa, inizia una vita perfetta con mogliettina bella, figlio bello, cane bello e casa bella, e poi perde la testa per un’altra, bella e dannata, inseguendo la giovinezza che non ha potuto avere) l’autrice riesce ad appassionare il lettore, con uno stile fresco e originale che t’incolla alle pagine.
Le vicende di Marco, Giulia e Francesca vengono narrate con leggerezza ma allo stesso tempo con un’attenzione maniacale a quei dettagli che ti permettono di entrare appieno nella storia, facendoti vedere quello che succede, riuscendo a farti annusare gli odori, a essere travolta dai colori, dai profumi, dalle emozioni.
La trama, come detto, non è particolarmente originale; ciò nonostante l’intreccio è ben riuscito e la storia fila liscia, anche se c’è qualche sbavatura di troppo nella scelta dei tempi verbali, con una narrazione che salta dal passato al presente con superficialità.
Lo stile dell’autrice è sicuramente il punto di forza del romanzo, poiché “Lo sposo imperfetto” è il classico esempio di come una storia semplice possa diventare un romanzo avvolgente.
Quello che ho particolarmente apprezzato è proprio la mancanza di punti morti, che in apparenza sembra essere in contrasto con le descrizioni minuziose della quotidianità presenti nel romanzo. Ma Monika Chra ha la capacità di raccontare tutto con attenzione senza inciampare mai, riuscendo a tenere sempre alta l’attenzione con uno stile uniforme e fluido, sia quando racconta le emozioni, sia quando si cimenta nel racconto di scene di sesso, riuscendo a tenersi sempre in equilibrio tra forza e dolcezza, tra ruvidezza e sentimento.
Ognuno dei suoi personaggi è forte e fragile allo stesso tempo, ognuno vive le proprie emozioni con intensità e rabbia, e ognuno mostra il meglio e il peggio di sé permettendo al lettore di immedesimarsi, di volta in volta, in ognuno dei protagonisti. Non c’è un buono e un cattivo, ci sono solo persone, diverse tra loro ma ugualmente vere.
La banalità dei piccoli gesti quotidiani diventa quindi interessante e persino originale; l’autrice riesce a rendere i suoi personaggi tridimensionali e a farli uscire dalle pagine: tutti, nessuno escluso.
Alcuni passaggi nella loro disarmante semplicità riescono a essere persino poetici, come la descrizione del cane Flip, comprimario fondamentale nella psicologia del racconto e costantemente presente nelle vite dei protagonisti.
Unica nota stonata sembra essere proprio la figura di Carla, che risulta essere solo l’espediente che permette a Marco di raccontare la sua storia. Il finale che cerca di renderle giustizia e farle assumere un ruolo all’interno della storia, non è sufficiente a far affezionare il lettore.
Nel complesso è un romanzo che mi sento di consigliare sicuramente, scritto da un’autrice che dimostra ottime potenzialità e che ritengo giusto tenere d’occhio.

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ELPIS, Bruno – Il carnevale dei delitti

Titolo: Il carnevale dei delitti
Autore: Bruno Elpis
Editore: Ciesse edizioni
Genere: Thriller
Pagine: 176
Prezzo: 14,60 cartaceo; 7,30 ebook

 

QUARTA:

Un omicida seriale insanguina l’Italia con omicidi efferati. A Faggeto Lario, Marina viene uccisa mentre esce dal lago ove si è tuffata. In provincia di Urbino, Ottavia viene accoltellata durante un festino per scambisti. Laura, un’egittologa che sta lavorando a una tesi rivoluzionaria su Tutankamon, viene assassinata nel suo studio… Indaga sul caso il commissario Giordan, un uomo che fa del ragionamento e dell’osservazione il proprio punto di forza, anche se la lotta contro la follia omicida sembra impari e, a tratti, disperata. Il commissario è sostenuto, nei momenti più difficili dell’indagine, da Gabriella, nipote quindicenne, che gli offre ottimi spunti per la soluzione del caso. La narrazione viene condotta lungo due direttive. Quella di chi indaga da un lato. Quella dell’assassino dall’altro: secondo la sua logica folle e attraverso una poetica sinistra e trasgressiva, che si articola in un percorso attraverso maschere e fiabe. In un viaggio ispirato dalle malattie della psiche. La vicenda si conclude con l’individuazione del criminale e con un’estrema vendetta.

RECENSIONE:

Raccontare le vicende di un omicida seriale non è sicuramente cosa semplice, perché scandagliare l’animo di chi si macchia di tali efferatezze e cercare di esplicitare le ragioni di un simile malessere non è impresa per tutti; sotto questo punto di vista Bruno Elpis si dimostra documentato e preparato, usando all’interno della narrazione molti dei topoi che identificano le storie di serial killer per come siamo abituati a conoscerle: un passato turbolento, nodi mai sciolti, senso di inadeguatezza che canalizza l’energia verso una grande impresa (quella di essere ricordati per i propri crimini), nefandezze commesse con l’idea di pulire il mondo da questa o quella sporcizia.

Anche dal punto di vista strettamente tecnico, Bruno Elpis sembra essere un tipo che non lascia molto al caso, e l’attenzione per i dettagli emerge prepotente; nel romanzo non mancano infatti due elementi tipici dei serial killer, ossia il fil rouge che lega tutti gli omicidi e la firma dell’assassino.
Nonostante Elpis sfrutti molti degli stereotipi che legano la figura dell’assassino seriale all’immaginario comune, riesce a scrivere in maniera accattivante e ad alleggerire il peso dei molti  luoghi comuni usati.

“Il carnevale dei delitti” è un romanzo che si legge volentieri e che ti porta per mano fino all’epilogo; la carne al fuoco è tanta, e per rimanere in tema di paragoni culinari lo definirei un pranzo di matrimonio, dove ci sono tante portate, alcune raffinate e ottimamente riuscite, altre un po’ meno prelibate che a uno stomaco già sazio possono risultare superflue.
Nel complesso la lettura è piuttosto scorrevole, ma diversi passaggi in cui troppi dettagli sull’ambientazione e su vicende non strettamente inerenti il racconto ne sporcano la fluidità.

I personaggi appaiono ben tratteggiati e delineati in maniera completa, sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico, tuttavia l’impressione che ho ricavato leggendo “Il carnevale dei delitti” è che non sia stata ingranata quella “marcia in più” che poteva trasformarlo da una piacevole lettura in un ottimo romanzo.

Forse se l’avessi letto con la mente scevra dagli inevitabili condizionamenti che un’assidua lettrice del genere si porta dietro, lo avrei trovato sicuramente migliore. Perché Bruno Elpis sa scrivere, ha un lessico ricco e variegato e una buona tecnica narrativa, e credo che quest’opera possa essere molto apprezzata da un lettore “non professionale”.
Purtroppo quando si tratta di gialli, thriller e noir io, da appassionata del genere e di conseguenza puntigliosa e maniacale ( e diciamolo pure, rompiballe), non posso proprio fare a meno di notare dove ci sono mancanze, incongruenze e domande che rimangono senza risposta, e in quest’opera ne ho trovate alcune, che non pregiudicano la buona riuscita del romanzo ma lo fanno peccare un po’ di poca “professionalità” all’interno del genere specifico affrontato.
L’argomento trattato, l’universo della mente e le sue debolezze, è molto intrigante, e proprio per questo ritengo che l’intreccio, o meglio, alcuni dei punti fondamentali per l’indagine, avrebbero meritato maggiore approfondimento.

Mi sembra che a livello puramente giallo tutto rimanga troppo in superficie, che ci sia una patina di “non detto” che stona un po’ con l’attenzione posta invece su dettagli meno influenti ai fini della comprensione, come se mancasse quel qualcosa che fa scattare nella mente del lettore l’interruttore della luce.
Insomma, per tornare al paragone culinario credo che ne “Il carnevale dei delitti” ci sia un ottimo contorno, saporito ai limiti del pericolo ipertensivo, e proprio per questo motivo la portata principale dovrebbe essere maggiormente elaborata, per non tradire le aspettative di un palato troppo ben abituato.

Spero che i rimanenti volumi della trilogia riescano a sciogliere anche questi piccoli nodi, e a ingranare quella marcia in più che trasformerà il prossimo giallo di Bruno Elpis da “una piacevole lettura” a “un ottimo romanzo”.