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MARAINI, Dacia – Memorie di una ladra

MEMORIE DI UNA LADRA

Autore: Dacia Maraini
Editore: Biblioteca Universale Rizzoli
Prima edizione: 1973
Genere: Narrativa
Pagine: 304 
Prezzo: Euro 7,80 cartaceo, Euro 3,99 ePub 

 

“Teresa l’ho incontrata in un carcere nel 1969, le ho parlato per due minuti e ho capito che era il personaggio che cercavo”. (Dacia Maraini)

Teresa Numa, protagonista del romanzo, è davvero una ladra e la sua storia si svolge (a Roma e poi in diverse località d’Italia) in squallide pensioni, nei cinema di terza categoria, nelle prigioni in cui si respira lesbismo e violenza. E anche nel manicomio criminale di Pozzuoli. Teresa si muove tra truffatori, prostitute ed “esperti” del borseggio, ma rimane una persona semplice, allegra, a modo suo onesta e pudica. Nel mondo di Teresa la violenza e la sopraffazione sono quotidiane; l’amore è a pagamento, il sesso è merce di scambio; il lavoro non si trova mai, il denaro, quando c’è, appartiene agli altri, la fame invece è sempre presente…

Dacia Maraini, attraverso Teresa e gli altri personaggi di questo libro (scritto nel 1973), ci presenta un ritratto della società italiana nei primi anni Settanta, ancora vivissimo a distanza di tanto tempo.

 

Ammetto che quando si parla di Dacia Maraini non mi è facile rimanere imparziale visto che secondo me la scrittrice fiorentina è la più grande autrice italiana di tutti i tempi, ma ci proverò. Ricordo ancora quando, giovanissima, lessi “La lunga vita di Marianna Ucria” e ne rimasi folgorata, per la cruda meraviglia dello stile e la capacità di quel romanzo di farti sentire gli odori, di vedere i colori, di afferrarti alla bocca dello stomaco e non lasciarti più. E se a vent’anni di distanza ancora ricordo trama, personaggi e situazioni di quel libro mentre ho dimenticato cosa ho mangiato oggi a colazione, forse qualcosa vorrà dire.
Dicevo, “Memorie di una ladra”. La trama è perfettamente riassunta nella quarta di copertina: è la biografia di Teresa Numa, personaggio realmente esistito che l’autrice ha incontrato nel carcere romano di Rebibbia. Nelle oltre 300 pagine di questo romanzo la Maraini ci offre un ritratto schietto e senza veli di Teresa, partendo dalla sua infelice infanzia fino ad arrivare ai soggiorni ripetuti e costanti nelle peggiori galere italiane. Una vita randagia, come spesso ci dice la stessa Teresa, senza un posto per dormire, senza un lavoro, senza una famiglia. Teresa vive di espedienti, tra borseggi e piccole truffe, in un’Italia ignorante e bigotta devastata dalla guerra e dalla fame. Goffa e ingenua quanto basta per ispirare empatia, attraversa con leggerezza e disincanto una vita tutt’altro che tranquilla, riuscendo a far apparire normali situazioni che ai giorni nostri sembrano quasi impossibili da concepire. Già dalle primissime pagine c’immergiamo in un antico mondo rurale ormai (giustamente) demonizzato, fatto di rigidi valori famigliari e percosse, un mondo dove non c’era spazio per le aspirazioni personali né diritto di essere felici, dove una donna viveva solo per fare figli e moriva per un raffreddore.

 

Mia madre me la ricordo bene, aveva un bel corpo, era robusta, con i polsi e le caviglie delicate. Era allegra ed energica, però ogni tanto aveva dei dispiaceri, la vedevo abbacchiata. Le dicevo, mamma che hai? Lei mi tirava uno schiaffo sulla bocca così forte che mi faceva sanguinare i denti. Era molto orgogliosa questa madre mia e non voleva ammettere di essere triste.

 

La focalizzazione è interna e tutto il romanzo è narrato in prima persona da Teresa, in un lungo flusso di coscienza che mescola ricordi e digressioni, considerazioni e pensieri. La grande abilità di Dacia Maraini risiede soprattutto nel riuscire a rendere normali episodi di estrema violenza, sfruttamento, e maschilismo esasperato che segnano tutta la vita della protagonista. Una vita che – come sottolinea con caparbietà Teresa in più occasioni – nonostante gli stenti, le atrocità e la prospettiva di morire di fame non si è mai venduta. Teresa ha “il sesso freddo”.

 

Era un tipo biondo con gli occhi chiari, le lenti grosse che non ci vedeva a un palmo dal naso, i capelli tutti appiccicati alla testa, ricci e unti. Di corpo era un sacco di patate diviso in due da una cintura stretta stretta. E puzzava di aringa vecchia. Io a questo non sarei capace di abbracciarlo neanche per finta, neanche di toccarlo con un dito.

La vita non le risparmia niente, nemmeno il soggiorno di cinque mesi nel manicomio criminale di Pozzuoli, dove leggiamo le sequenze più atroci e amare dell’intero romanzo.

Mi portano in questo manicomio tutto bombardato, macchiato, con le mura grosse, fitto fitto di donne. Dico, ma qui ci stanno le matte, io mica sono matta! Qui ci stanno le assassine, quelle che hanno ammazzato i bambini con la lametta, bollito il marito dentro a una pentola, strangolato i genitori con una calza. Dice: questi sono gli ordini e basta così. […] Una di queste che gettavamo sotto la doccia fredda un giorno si è presa una polmonite doppia. È morta e l’hanno seppellita senza funerale e non è venuto nessuno a vederla. Anche le altre detenute non ci hanno fatto caso a questa morte. Stavano buttate dentro al ricreatorio con la solita puzza di merda perché molte se la fanno addosso, e per quanto le lavi, per quanto strofini c’è sempre un po’ di merda che rimane appiccicata al grembiule, sulla sedia, alle gambe, alle scarpe. E il puzzo se lo portano dietro per sempre. Rimpiangevo Rebibbia come fosse casa.

 

L’autrice ha scelto di non abbellire né migliorare in alcun modo il testo; non esistono congiuntivi, non ci sono stacchi tra il discorso diretto e quello indiretto, la punteggiatura è approssimativa, il testo abbonda di ripetizioni, c’è persino qualche bestemmia. È un linguaggio verace e sgrammaticato, quello di Teresa, riprodotto fedelmente dalla penna dell’autrice. Non è sicuramente un testo facile, perché  “Memorie di una ladra” è difatti la perfetta dimostrazione che per scardinare le regole bisogna prima conoscerle a fondo: l’immensa capacità affabulatoria di Dacia Maraini e la meticolosa abilità nel giocare con le parole fa sì che nonostante uno stile ostico al punto che persino Saramago storcerebbe il naso, il romanzo rimanga ben piantato negli occhi del lettore fino all’ultima pagina.

 

Quando esco basta, voglio smetterla di fare la ladra, mi voglio trovare un lavoro di sarta, anche se non so cucire che ci fa, imbroglierò qualcosa, comprerò la stoffa a rate e dopo la prima rata cambierò indirizzo. Voglio mettere su casa, con Ercoletto e Orlandino, tranquilla e quieta, in un posto bello, pacifico. In carcere non ci voglio tornare più.

 

VOTO FINALE: [rating=8]

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[CONCORSI] Donne che fanno testo (scad. 22/07/2011)

Il Messaggero, in collaborazione con Samsung, ti invita a partecipare al 1° concorso di scrittura creativa dedicato a debuttanti e scrittrici.

Se hai la passione della scrittura e se ami raccontare, allora devi cimentarti subito in questo nuovo concorso letterario.

Libera la tua immaginazione, esercita la tua tecnica ed imprimi il tuo stile, scrivendo in 10.000 battute un racconto che sia ispirato a questo tema:

Un giorno ti svegli e non sei più la stessa…

Tutti i racconti pervenuti dal 30 Aprile al 22 Luglio, saranno inseriti nella biblioteca racconti del sito www.donnechefannotesto.it

Una giuria qualificata selezionera i migliori racconti che saranno pubblicati integralmente nelle pagine de Il Messaggero durante il mese di Agosto e Settembre 2012.

Regolamento di partecipazione

Società Promotrice è Il Messaggero S.p.A., con sede legale in Via del Tritone, 152 – 00187 Roma. CF e P.IVA: 05629251009

Destinatari dell’Iniziativa sono tutte le donne che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età alla data del 2 luglio 2012, residenti nel territorio italiano.

La partecipazione all’Iniziativa DONNE CHE FANNO TESTO, è interamente gratuita, e prevede l’invio di racconti inediti e in lingua italiana, in formato elettronico, con un massimo di 10.000 battute, inclusa la punteggiatura e gli spazi bianchi.
Le partecipanti dovranno collegarsi al sito www.donnechefannotesto.it e, dopo essersi registrate, potranno effettuare il caricamento del proprio racconto secondo le modalità indicate nel sito medesimo.
Una giuria qualificata selezionerà i migliori racconti che saranno integralmente pubblicati all’interno delle pagine de Il Messaggero secondo quanto previsto nel successivo punto 6.
Ogni concorrente potrà partecipare con un solo racconto.

Tutti i racconti inviati, di fantasia o autobiografici, dovranno attenersi al seguente tema:
“Un giorno ti svegli e non sei più la stessa, ma la proiezione di ciò che avresti voluto essere”

Con l’invio del proprio racconto le partecipanti:
– autorizzano senza corrispettivo il Soggetto Promotore a pubblicare il racconto nelle pagine de
Il Messaggero, sul sito dell’iniziativa e/o sul sito www.ilmessaggero.it e a renderlo fruibile al pubblico anche dopo il termine finale della presente Iniziativa;
– rinunciano a qualsivoglia richiesta economica collegata alla eventuale pubblicazione;
– dichiarano di esserne autrici, di averne i diritti di utilizzazione, di essere responsabili del contenuto e di assumersi ogni responsabilità in caso di azioni civili e penali, impegnandosi a tenere indenne il Soggetto Promotore;
– accettano l’inappellabile giudizio della Giuria.

– Registrazione: dal 30 Aprile al 22 Luglio 2012;
– Invio racconti: dal 30 Aprile al 22 Luglio 2012;
– Selezione racconti da parte della Giuria qualificata: dal 23 Luglio al 10 Agosto 2012;
– Pubblicazione racconti: nei mesi di Agosto e Settembre 2012.

Motivi di espulsione

– Plagio;
– Linguaggio diffamatorio e osceno;
– Mancato rispetto del Regolamento.

L’unico riconoscimento che verrà attribuito alle Autrici delle opere selezionate dalla Giuria sarà la pubblicazione come prevista nel precedente punto del presente Regolamento, con la menzione quali vincitrici dell’Iniziativa.

I dati personali raccolti saranno trattati con strumenti elettronici e informatici in ottemperanza alla normativa vigente (D.lgs. 196/03 – codice in materia di protezione dei dati personali) direttamente da Il Messaggero S.p.A. (Titolare del trattamento) per le operazioni connesse alla partecipazione all’Iniziativa e – con il prestato consenso – anche per finalità promozionali. Il mancato conferimento dei dati richiesti nei campi obbligatori, impedisce la partecipazione al concorso.

Ai sensi dell’art. 7 D. lgs 196/03, in qualsiasi momento si possono esercitare i relativi diritti fra cui consultare, modificare, cancellare i propri dati o opporsi al loro utilizzo per motivi legittimi e per fini promozionali scrivendo a Il Messaggero S.p.A. – Via del Tritone, 152 – 00187 Roma.

La partecipazione all’Iniziativa implica l’adesione a tutte le clausole del presente regolamento, pena l’esclusione della concorrente.

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[CONCORSI] Premio Nazionale di Narrativa “Maria Teresa Di Lascia” (Scad.10/05/2012)

BANDO

Il Comune di Fiuminata e il Comune di Rocchetta Sant’Antonio, le due cittadine che costituiscono le tappe fondamentali della vicenda umana e letteraria della scrittrice Maria Teresa Di Lascia, indicono la 6ª Edizione del Premio Nazionale Narrativa Maria Teresa Di Lascia riservato alle scrittrici.

1) Potranno concorrere autrici di romanzi e raccolte di racconti (almeno 4) scritti originariamente in lingua italiana, pubblicati in prima edizione a partire dal 1 gennaio 2011 fino al 31 dicembre 2011.

2) Le case editrici che intendano far concorrere opere da loro pubblicate dovranno inviare n. 10 copie al seguente indirizzo: Comune di Fiuminata, Via Roma n° 32, 62025 Fiuminata (MC), entro e non oltre il 10 MAGGIO 2012, indicando sul plico l’annotazione Premio M. Teresa Di Lascia. Per la scadenza farà fede il timbro postale.

3) La Giuria scientifica selezionerà tre opere alle quali verranno attribuiti i seguenti punteggi: prima (15 punti), seconda (10 punti), terza (8 punti). Delle tre opere finaliste saranno acquistate 70 copie. Nelle votazioni in caso di parità il voto del Presidente della Giuria varrà doppio.

4) Le tre opere prescelte verranno distribuite ai componenti di una Giuria popolare, rappresentativa delle due comunità , composta da 35 cittadini scelti dal Sindaco su proposta della Giunta comunale di Fiuminata e da 35 residenti scelti dal Sindaco su proposta della Giunta comunale di Rocchetta Sant’Antonio. In occasione dello spoglio delle schede della giuria popolare i voti riportati saranno sommati ai voti precedentemente assegnati dalla Giuria Scientifica. Dalla somma dei voti, sintesi del giudizio della giuria popolare e della giuria scientifica, risulterà l’opera vincitrice.

5) All’autrice dell’opera che risulterà vincitrice, dopo lo spoglio delle schede, verrà assegnato un premio di 2.500,00 Euro (duemilacinquecento). All’ autrice seconda classificata verrà assegnato un premio di 1.500,00 Euro (millecinquecento) All’autrice terza classificata verrà assegnato un premio di 1.000,00 Euro (mille). I premi verranno assegnati solo in presenza delle autrici durante la cerimonia di premiazione che si svolgerà il 15 settembre 2012 a Fiuminata (MC).

6) Le autrici vincitrici di una precedente edizione del Premio non potranno partecipare alla edizione immediatamente successiva.

7) La Commissione Giudicatrice è composta da due docenti universitari proposti dai due Comuni che alternativamente organizzano il Premio ed è presieduta dal Prof. Alfredo LUZI, Ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università degli Studi di Macerata.

8 ) L’organizzazione del Premio è curata, per il Comune di Fiuminata, dall’Assessore Anna Grilli, per il Comune di Rocchetta Sant’Antonio, dalla Dott.ssa Lucia Castelli, responsabile della Biblioteca Comunale G. Libertazzi.

9) Le edizioni annuali del Premio Maria Teresa Di Lascia si svolgono alternativamente nei due Comuni promotori dell’iniziativa.

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NASCIMBENI, Eugenio – Eris


Titolo: ERIS
Autore: EUGENIO NASCIMBENI
Genere: NARRATIVA / THRILLER / NOIR
Editore: AUTOPRODOTTO CON LULU
Pagine: 134
Prezzo: ebook download gratuito, cartaceo € 10,13

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 È la vigilia di Natale. Sull’ultimo treno della notte, quello che dovrebbe riportarla a Milano ad un’ora ragionevole, Brenda Giordani, una giovane e rampante manager, incontra una donna dall’indiscutibile fascino che pare appena uscita da un romanzo di Raymond Chandler. Eris, questo il nome della sconosciuta, afferma di avere avuto una relazione con suo marito, brutalmente interrotta da quest’ultimo, invaghitosi ora della sua nuova segretaria. Brenda rimane dapprima sorpresa, poi al dubbio sostituisce la collera verso suo marito quando Eris le mostra delle prove inoppugnabili che testimonierebbero i ripetuti tradimenti dell’uomo. In un crescendo tumultuoso di stati d’animo diversi, a metà strada tra la rabbia e la vendetta, si giunge quindi al drammatico epilogo, logico e all’apparenza credibile, che apre tuttavia la strada ad un colpo di scena imprevedibile.

Eris è la storia di Brenda, trentenne realizzata professionalmente e personalmente, che durante uno strano viaggio in treno la notte della Vigilia di Natale, viene abbordata da una femme fatale: Eris.
Brenda, direttore commerciale di una ditta di cosmetici, è partita da Padova per tornare a casa a Milano, dove riabbraccerà il marito William apprestandosi a trascorrere con lui una meritata vacanza di una settimana in montagna. Eris l’avvicina quasi subito, e come la stessa Brenda ci racconta, il suo portamento fiero, la sua bellezza perfetta, la sua alterigia e il suo sguardo penetrante la metteranno in difficoltà sin dalle prime battute. Durante il viaggio, Eris confessa a Brenda di essere stata l’amante di William per un lungo periodo, e dopo un’iniziale reticenza, Brenda si abbandona alle parole taglienti della sua rivale, scoprendo che la collera di Eris verso William e la conseguente decisione di informare Brenda della loro relazione, nasce dalla scelta di William di iniziare un’altro rapporto clandestino con Jessica, la sua segretaria. Eris, tramite prove incontrovertibili e confessioni accurate, convince Brenda della sua sincerità, arrivando a informarla che William sta per chiedere il divorzio perché diventerà padre. Eris infatti consegna a Brenda una copia delle analisi di Jessica che confermano la gravidanza. Brenda si lascia convincere che l’unico modo per vendicarsi di William sia costituire una pericolosa alleanza con Eris; alleanza che però si consumerà all’arrivo a Milano, quando la misteriosa femme fatale si dissolverà nel nulla lasciando Brenda al proprio destino.

Ogni tanto mi prende lo schizzo di farmi un giro su Lulu per vedere se qualche titolo, in download gratuito, attira la mia attenzione. È facile imbattersi in testi di scarso spessore, specialmente negli scaffali virtuali dei POD, dove non c’è nessuno, tranne l’autore stesso, a garantire la bontà dei prodotti esposti; ma ogni tanto, tra un download e l’altro, ho la fortuna di scovare qualcosa che merita di uscire dal marasma dell’autopubblicazione ed essere messo in evidenza. È il caso di Eris, di Eugenio Nascimbeni, un romanzo la cui pecca principale è quella di non essere disponibile in epub, mettendo a dura prova gli occhi del lettore. Ma dopo aver letto le prime due pagine, ho deciso di spendere un po’ di tempo per convertirlo per leggerlo sul reader. Perché si vedeva che il romanzo di Nascimbeni meritava di essere letto.
Nascimbeni attraverso l’incontro tra Eris e Brenda, delinea in maniera convincente la psicologia di quest’ultima, requisito indispensabile per dare un senso all’opera nella sua interezza; Eris infatti a dispetto delle apparenze, non è soltanto una storia di gelosia e tradimenti. È molto di più; è un viaggio attraverso la psiche di una donna che nonostante la stabilità acquisita è vittima delle proprie fragilità, arrivando a distruggersi la vita proprio nel momento in cui sembrava andare tutto per il meglio. Nelle poche ore che Brenda trascorre in compagnia della misteriosa Eris, nella sua mente s’intrecciano ricordi, sensazioni e insicurezze formando una ragnatela che la intrappolerà per sempre. La bravura di Nascimbeni sta soprattutto nel delineare la personalità di Brenda, che in un primo tempo, pur di convincersi che quel marito perfetto non possa essere in realtà il bastardo traditore che emerge dalle parole di Eris, arriva a trovare giustificazioni improbabili che descrivono perfettamente la sua fragilità e il suo bisogno di non mollare l’ancora a cui si è attaccata. Il dubbio s’insinua poco a poco, così come poco a poco il lettore capisce che quello strano incontro sul treno nasconde in realtà qualcosa di più: molto più profondo, molto più pericoloso.
Lo stile di Nascimbeni è credibile e maturo, riuscendo a catturare l’attenzione del lettore e a tenere alta la tensione fino alla fine. L’unico appunto che mi sento di muovere riguarda il colpo di scena, che secondo me arriva troppo presto, sciupando un po’ il finale che in questo modo diventa quasi telefonato. Rimane comunque il merito dell’autore di essere riuscito a creare un intreccio interessante usando una narrazione fluida ed efficace. Da leggere.

VALUTAZIONE: 

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INTRONA, Vito – Vorrei che il cielo fosse imparziale

Titolo: Vorrei che il cielo fosse imparziale
Autore: Vito Introna
Editore: EDS
Genere:Narrativa Mainstream
Pagine: 174

 

QUARTA

Annalisa vive da anni nella sua tenuta, spersa nel cuore degli Abruzzi. Si è lasciata andare, ritrovandosi trasandata, grassa e soprattutto ‘sola’. Orfana di entrambi i genitori non si è mai sposata e, dopo un’infausta esperienza lavorativa post laurea vissuta a Roma, si è chiusa in una sorta di autosufficienza esistenziale dalla quale non intende assolutamente uscire.
Ci penseranno Gemma e i suoi amici a risvegliarla, giovani musicisti girovaghi che giunti per caso una sera a casa sua, nel bene e nel male la sproneranno e accompagneranno in una difficile ricerca interiore.
Il terremoto dell’Abruzzo, l’alcolismo e una naturale inclinazione di Annalisa all’autocommiserazione, non basteranno a fermarla nella riscoperta di se stessa.
Una prova ostica di vita, che non mancherà di assumere connotati drammatici… fino all’inatteso finale.

RECENSIONE

Vorrei che il cielo fosse imparziale” è la storia di Annalisa, una donna arrivata alla soglia dei quarant’anni senza essere riuscita a realizzare le proprie ambizioni, e senza aver ancora capito in quale direzione andare per raddrizzare un’esistenza che non le piace.
Appare come un personaggio profondamente insoddisfatto, priva di una strada da seguire, in disaccordo sia con la vita che la sua famiglia ha scelto per lei, sia con quella che ha provato a crearsi da sola.
Vengono disseminati nella narrazione molti dettagli sulla sua vita passata e presente, ma queste informazioni non riescono a fornire una chiave di lettura univoca, risultando spesso in contraddizione tra loro.
Annalisa stessa è fonte di forti contrasti: appare come una specie di brutto anatroccolo ma si esprime con una risolutezza che sfiora il cinismo; sogna emozioni forti ma non apre la porta a nessuno, ha vissuto situazioni al limite dell’illegalità – arrivando persino a rimpiangerle – ma non ama il mondo patinato da cui tali situazioni spesso nascono, vorrebbe essere una donna bella, sensuale e desiderabile ma chiama “puttanelle” coloro che sono come lei sogna di diventare.
A questo proposito c’è da dire che proprio lo scarso approfondimento psicologico della protagonista confonde molto il lettore, che si trova sballottato da una parte all’altra di Annalisa senza riuscire a capire cosa voglia lei veramente, e senza riuscire di conseguenza a provare empatia per lei, né a immedesimarsi nella sua vita.

Introna sceglie di raccontare le vicende di Annalisa utilizzando un linguaggio piuttosto forbito e ricercato, che in alcuni tratti risulta persino eccessivo mentre in altri presenta scivoloni che velano il romanzo con una patina di scarsa uniformità. Termini prettamente colloquiali, ove non dialettali, sporcano qua e là il testo (per esempio, “sbevazzona” anziché ubriacona, “la stoppò” per dire “la fermò”, fare un “liscio e busso” che presumo significhi un rimprovero, oppure intere frasi, come per esempio “con un ultimo gemito riuscì a sparare fuori ciò che restava”, che non è proprio il massimo della pulizia stilistica per indicare una donna che defeca).
Un altro problema nel testo è la presenza di continui infodump, che appesantiscono un po’ la lettura.

Identificare l’autore con i propri personaggi è uno degli errori più grossolani che un critico possa commettere, ma è indubbio che dalle parole di Annalisa traspaiano pensieri difficilmente riconducibili al personaggio che Introna cerca di cucirle addosso; il difetto principale del libro è difatti l’invasività con cui troppo spesso si palesa quello che sembra essere il pensiero dell’autore rispetto alle circostanze raccontate. Ci si trova continuamente di fronte a bruschi giudizi e radicali prese di posizione, che stonano con la scelta di utilizzare un narratore esterno, senza considerare che un lettore in disaccordo con simili pensieri potrebbe trovarli antipatici.
Questo è indubbiamente un grosso difetto che pregiudica l’intera riuscita del libro. Non ho potuto fare a meno di chiedermi come possa Annalisa sciorinare giudizi che somigliano a sentenze senza possibilità di appello anche di fronte a persone che non vedeva da anni (si prenda come esempio il pranzo con Franco, durante il quale Annalisa si permette di dare della ninfomane all’ex moglie di quest’ultimo basandosi esclusivamente sulle sue reminescenze scolastiche, quando la donna in questione era una ragazzina chiacchierata che amava girare in minigonna).
È necessario notare come Introna prediliga le descrizioni fisiche rispetto a quelle caratteriali; i suoi personaggi vengono descritti minuziosamente dal punto di vista estetico ma assai poco da quello interiore. Ciò va a creare dei personaggi bidimensionali, simili a marionette guidate esclusivamente dalla volontà dell’autore.
Annalisa infatti è l’unico personaggio in luce di tutto il romanzo; gli altri sembrano essere solo dei comprimari, inseriti nel testo per giustificare la sua esistenza, ma nessuno di loro viene analizzato in maniera approfondita, risultando solo come comparse che si muovono all’ombra della protagonista.

Il romanzo non ha un leitmotiv; sembra infatti non esserci un vero e proprio intreccio, poiché il plot è fortemente sbilanciato sulla vita di Annalisa e pur sfiorando molte tematiche, non le tiene del tutto in considerazione.
Il disagio della protagonista, conseguenza di una vita che si trova a vivere suo malgrado, è il fulcro della narrazione; se il disagio è la portata principale, i contorni sembrano essere troppi e toccati con troppa superficialità: alcolismo, decadenza morale, solitudine e sogni giovanili vengono solo tratteggiati, accennati senza fermezza e senza risolutezza, non riuscendo a prendere il centro della scena e non riuscendo a giustificare il disagio di Annalisa, che rimane troppo in superficie, soffocato da innumerevoli considerazioni del narratore – sia per sua bocca che per voce della protagonista stessa – che circondano di un’aurea grottesca l’intero romanzo e gli fanno perdere peso specifico. Nel complesso la sensazione che ne ricava il lettore è di trovarsi di fronte a una donna superficiale, il cui unico problema sembra essere il non riuscire a trovare marito a causa del peso eccessivo, una donna che denigra veline e vallette sognando però di essere come loro. Il risultato è di ridurre il dramma personale che la donna vive, facendola apparire come un’adolescente senza alcuna maturità che nulla ha saputo imparare dalle difficoltà di una vita il cui disagio affonda le radici in un passato infelice.

Quello dei dialoghi e delle scelte stilistiche è un punto che ho trovato un po’ fragile. Le conversazioni tra i protagonisti peccano di scarsa uniformità rispetto alle personalità delineate nella narrazione, così come poco analizzati e poco approfonditi sembrano essere alcuni dei fatti principali. Due su tutti mi hanno lasciata più perplessa degli altri: primo, lo stupro, che per quanto venga successivamente spiegato, rimane un punto oscuro poco comprensibile e poco condivisibile. Specialmente perché a pagina 74 il narratore si esprime in questo modo: “Poter dire a quell’uomo che era il padre di un bambino mai nato” che lascerebbe presupporre un aborto di cui però non si fa cenno.
Secondo, l’affezione che Annalisa prova nei confronti dei tre ragazzi; i sentimenti, le emozioni e gli episodi sembrano liquidati con troppa fretta, e manca quell’approfondimento che sarebbe necessario per permettere al lettore di amare i protagonisti ed entrare nelle loro vite, come se Introna volesse catapultare a forza il proprio lettore nel vivo delle vicende senza però fornirgli gli strumenti necessari alla comprensione.

Il finale è un po’ annacquato, ammantato da un velo forzatamente rosa che non arricchisce la vicenda ma al contrario la banalizza un po’, culminando in un epilogo a mio avviso troppo sdolcinato e un po’ retorico.
Stessa considerazione la faccio anche per la scelta di inserire il terremoto dell’Aquila all’interno del romanzo, inserimento che appare fine a se stesso e nulla aggiunge alla bontà del testo.

Nel complesso “Vorrei che il cielo fosse imparziale” è un libro che presenta molte contraddizioni, prima fra tutte quella di essere pieno di difetti stilistici riuscendo però a mantenere scorrevolezza, visto che si lascia leggere rapidamente e con piacere presentando degli ottimi spunti, specialmente per quanto concerne le tematiche raccontate, spunti che però non vengono né sfruttati né approfonditi, a causa delle troppe ingenuità e delle troppe incertezze, sia nella costruzione che nella resa stilistica.
L’autore si scaglia con veemenza contro quelle che ritiene essere le cause della decadenza morale attuale, ma proprio questa foga lo porta ad appesantire il testo con considerazioni improprie, che rendono il romanzo un buon prodotto di partenza sul quale però andrebbero apportate delle forti limature stilistiche e al quale andrebbe data una forma più definita e meglio inquadrata nel genere specifico affrontato.