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GIACCHETTA, Manuela – Bowling e Margherite

Titolo: Bowling e margherite
Autore: Manuela Giacchetta
Editore: Las Vegas
Genere: Narrativa
Pagine: 200
Prezzo: Euro 12,00

 

Bowling e Margherite è la storia di Lorenzo, ventottenne disilluso ma scanzonato, raccontata attraverso le sue esperienze di vita passate e presenti: la sua ex onnipresente Elisabetta, il suo migliore amico Cionco e la novità rappresentata dall’ammiratrice segreta che gli lascia bigliettini e gli fa telefonate mute.
Sullo sfondo la lettura dell’Ulisse di Joyce che accompagna Lorenzo dai venticinque ai ventotto anni, una presenza parecchio ingombrante e impegnativa. Per tutte e duecento le pagine si respira un’atmosfera scanzonata, si ride e ci si commuove, perché le paure, i dubbi e le gioie di Lorenzo e dei personaggi che gli gravitano attorno sono quelle di tutti, e in Lorenzo, in Mara, in Elisabetta, in Cionco è molto facile immedesimarsi e condividere i loro stati d’animo.
La forma è molto curata, i refusi sono praticamente assenti e oltre a essere un libro dai contenuti piacevoli è anche un piacere leggerlo.

È un libro divertente e ironico che si divora in poche ore. La trama sebbene non presenti particolari spunti è ben costruita, i personaggi ottimamente caratterizzati, i dialoghi e gli episodi raccontati estremamente credibili e verosimili. Ma il punto forte del libro è sicuramente lo stile dell’autrice: frizzante, brioso, uniforme, divertente.
Mi ha particolarmente colpita la capacità di Manuela Giacchetta di non sbilanciarsi mai né nei cliché di una scrittura troppo femminile né viceversa nello scimmiottamento di uno stile prettamente maschile, creando un equilibrio narrativo perfetto tra pensieri profondi e gesti superficiali, tipici di una maturità inevitabile ma ancora troppo inquietante come quella a cui sta andando incontro il suo protagonista.
L’autrice ha cucito un vestito che cade a pennello sul suo personaggio, senza eccedere mai e senza risultare mai troppo invasiva. Ci svela i sentimenti di Lorenzo e la sua crescita interiore attraverso le sue nevrosi, le sue debolezze, le sue piccole manie, i suoi feticci conservati come reliquie, il tutto condito con un pizzico d’ironia che accompagna il lettore fino alla fine. Per me è un libro da leggere assolutamente, promosso a pieni voti.
Complimenti all’autrice e complimenti a Las Vegas per aver confezionato questo gioiellino.

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TASINATO, Anna – La chiave Amaranto

Titolo: La chiave Amaranto

Autore: Anna Tasinato

Editore: CIESSE Edizioni

Genere: Urban Fantasy

Pagine: 266

 

Alida De La Calla, un’immortale non del tutto vampira ma nemmeno del tutto umana, viene sospettata di aver ucciso la coinquilina, Licia Amaranto. Il profilo psicologico di Alida viene affidato a Mirko Borgia, psicologo che lavora, inconsapevolmente, per la più nobile e importante rappresentanza della Casta dei vampiri, i Boidi.
Per una serie di circostanze contingenti, Alida e Mirko iniziano insieme un percorso che li porterà a scoprire la verità sull’assassinio di Licia Amaranto, un percorso che li vedrà braccati dai mass media, dalle autorità locali e non in ultimo dal sospetto di essere seguiti dai Boidi stessi, fino all’epilogo.

Ho molto da dire su questo libro, quindi mettetevi comodi. Premetto che la chiave Amaranto è un urban fantasy, genere che non amo e di solito non leggo. Parla di vampiri, e ciò ha contribuito ad accrescere il mio scetticismo. Parla di vampiri piuttosto sentimentali, e ciò ha contribuito ulteriormente ad accrescere il mio scetticismo. In questo caso ho fatto un’eccezione, un po’ perché c’è di mezzo molto thriller, un po’ perché conoscevo l’autrice e sapevo che il suo stile di scrittura mi piace.

La chiave Amaranto è un libro che si legge tutto d’un fiato, e indubbiamente trae la propria forza soprattutto dallo stile narrativo, che si rivela frizzante, dinamico e soprattutto credibile. La storia è avvincente e l’autrice è brava a creare un’atmosfera coinvolgente e molto suggestiva, al punto che la voglia di chiarire molti concetti che appaiono un po’ sfocati passa in secondo piano.
Mi è piuttosto difficile dare un giudizio sulla credibilità delle vicende, poiché sono totalmente ignorante in materia di fantasy, sia esso urban o tradizionale, ma certo è che non ho potuto fare a meno di notare qualche “piccola” somiglianza con l’ormai famigerato Twilight.

Anna Tasinato ci ripropone i vampiri glitterati (i suoi hanno pure le Luis Vuitton) allargandone il concetto: creature che si nutrono solo di sangue animale e considerano gli umani come fratellastri. Ma mentre in Twilight quella di essere vampiri “vegetariani” è una scelta di una singola Famiglia, per la Tasinato diventa una scelta che l’immortale compie razionalmente dopo la Conversione, andando così a creare una nuova figura fantasy, quella dei Senza Nome, o semplicemente Immortali. .

Se da una parte mi sento frenata nell’esprimere un giudizio sulla parte puramente fantasy, dall’altra posso dire cosa non mi convince della parte thriller. Tutta la parte che si svolge a Venezia, per esempio, a un occhio abituato a leggere thriller e perciò molto attento ai dettagli e alle incongruenze, presenta delle sbavature.

Per esempio quando Ciano, un immortale amico di Alida, spiega ai due protagonisti il movente dell’omicidio Amaranto. Si parla di similitudini tra il mondo della filosofia hegeliana e quello dei vampiri, che appaiono però poco chiare e che avrebbero meritato un approfondimento maggiore, visto che si riveleranno poi essere la chiave per capire in quale direzione muoversi per scovare il vero assassino.

Ci sono dei passaggi assai poco verosimili per quello che riguarda le capacità dello psicologo Mirko. Un altro aspetto che non mi ha del tutto convinta è la passività con cui Alida sembra accettare gli eventi.

Il fulcro della storia,  ossia il contatto con il misterioso tedesco cacciatore di vampiri, appare piuttosto vago. Le motivazioni con cui viene spiegato l’astio del crucco non sembrano abbastanza convincenti da giustificare tutto quello che mette in piedi per attirare Alida nel suo laboratorio.

La caratterizzazione dei personaggi è buona, anche se un po’ stereotipata. Alida è una specie di Edward Cullen al femminile: apparentemente dura come il granito, determinata e fredda ma in realtà profondamente nostalgica di una vita umana, desiderosa di amare e di essere amata. Mirko, lo psicologo che per seguire la bella mezza-vampira lascia la sua vita quotidiana, è bello, buono, intelligente e ha un sacco di doti nascoste. Il finale però è degno del più rosa degli Harmony.

La prima parte, fino al viaggio di Alida a Dusseldorf, mi ha convinta più della seconda, che mi è apparsa troppo macchinosa e allo stesso tempo poco approfondita. Come se l’autrice avesse fretta di giustificare tutta la vicenda e avesse calato un po’ l’attenzione verso i dettagli.
Insomma, se sommo tutti gli aspetti che non mi convincono di questo libro, razionalmente dovrei dire che non mi è piaciuto per niente. Invece no. Il libro mi è piaciuto, altrimenti non avrei passato un pomeriggio e una sera sul divano a leggerlo. D’altronde è l’autrice stessa a calcare la mano sui contrasti all’interno del libro, e il suo libro per me è tutto un contrasto.

Consigliato a chi ama le storie sul modello Twilight, a chi ama le storie a lieto fine, a chi ama leggere un testo frizzante e scorrevole. E indubbiamente, come prova d’esordio, mostra tutte le potenzialità di una bravissima autrice. Credo che tre quarti (forse quattro quarti) della riuscita del libro sia merito del suo stile.

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CHRA, Monica – Lo sposo imperfetto

Titolo: Lo sposo imperfetto
Autore: Monika Crha
Editore: CIESSE Edizioni
Genere: Thriller
Pagine: 208
Prezzo libro: Euro 16,00

 

 

Carla, una giovane donna trasferitasi da poco a Torino, una domenica mattina incontra Marco; quest’ultimo si siede sulla panchina accanto a lei e inizia una lunga conversazione-confessione. Carla infatti è stata notata da Marco perché vive nell’appartamento che fu di Francesca, la sua amante, appartamento che Marco vede dal suo balcone.
Inizia così “Lo sposo imperfetto”, il racconto di una vita apparentemente perfetta, quella di Marco, che viene sconvolta dall’arrivo di Francesca, donna matura e misteriosa, sua dirimpettaia.
Marco è un uomo giovane e bello, sposato con una bella ragazza e con un figlio. Ha una famiglia che lo segue e lo aiuta, un lavoro stabile e un’esistenza scandita dalla quotidianità. Quando incontra Francesca però si rende conto di aver basato tutta la sua vita su una bugia, perché niente di quello che ha, è in realtà ciò che vorrebbe avere. Inizia così un percorso tormentato, fatto di fughe e bruschi ritorni alla realtà. Marco scopre che Francesca è la figlia di un amico di suo padre, che è un ex-terrorista e ha una figlia che vive lontana da lei. La forte attrazione che Marco prova verso Francesca lo porterà a mettere tutto in discussione fino all’epilogo della vicenda. Sullo sfondo una Torino magica e generosa che riesce ad apparire molto più bella di quanto sia in realtà.

RECENSIONE

Iniziamo col dire che questo romanzo NON è un thriller. “Lo sposo imperfetto” è infatti il classico romanzo non di genere, e se proprio qualcuno sentisse il bisogno d’inquadrarlo potrebbe farlo nel settore della narrativa mainstream. Non basta un personaggio con un passato da pseudoterrorista per ottenere il minimo sindacale del genere thriller, ma questo, considerando la bontà dell’opera, tutto sommato è un dettaglio di poco conto.
Se mi avessero raccontato a grandi linee di cosa parla questo libro, probabilmente non l’avrei letto. E avrei commesso un errore, come spesso succede quando si giudica senza conoscere.
Perché nonostante il tema portante sia stato già ampiamente dibattuto e per questo potrebbe risultare – passatemi il termine – inflazionato (l’uomo che ha un figlio troppo presto, si sposa, inizia una vita perfetta con mogliettina bella, figlio bello, cane bello e casa bella, e poi perde la testa per un’altra, bella e dannata, inseguendo la giovinezza che non ha potuto avere) l’autrice riesce ad appassionare il lettore, con uno stile fresco e originale che t’incolla alle pagine.
Le vicende di Marco, Giulia e Francesca vengono narrate con leggerezza ma allo stesso tempo con un’attenzione maniacale a quei dettagli che ti permettono di entrare appieno nella storia, facendoti vedere quello che succede, riuscendo a farti annusare gli odori, a essere travolta dai colori, dai profumi, dalle emozioni.
La trama, come detto, non è particolarmente originale; ciò nonostante l’intreccio è ben riuscito e la storia fila liscia, anche se c’è qualche sbavatura di troppo nella scelta dei tempi verbali, con una narrazione che salta dal passato al presente con superficialità.
Lo stile dell’autrice è sicuramente il punto di forza del romanzo, poiché “Lo sposo imperfetto” è il classico esempio di come una storia semplice possa diventare un romanzo avvolgente.
Quello che ho particolarmente apprezzato è proprio la mancanza di punti morti, che in apparenza sembra essere in contrasto con le descrizioni minuziose della quotidianità presenti nel romanzo. Ma Monika Chra ha la capacità di raccontare tutto con attenzione senza inciampare mai, riuscendo a tenere sempre alta l’attenzione con uno stile uniforme e fluido, sia quando racconta le emozioni, sia quando si cimenta nel racconto di scene di sesso, riuscendo a tenersi sempre in equilibrio tra forza e dolcezza, tra ruvidezza e sentimento.
Ognuno dei suoi personaggi è forte e fragile allo stesso tempo, ognuno vive le proprie emozioni con intensità e rabbia, e ognuno mostra il meglio e il peggio di sé permettendo al lettore di immedesimarsi, di volta in volta, in ognuno dei protagonisti. Non c’è un buono e un cattivo, ci sono solo persone, diverse tra loro ma ugualmente vere.
La banalità dei piccoli gesti quotidiani diventa quindi interessante e persino originale; l’autrice riesce a rendere i suoi personaggi tridimensionali e a farli uscire dalle pagine: tutti, nessuno escluso.
Alcuni passaggi nella loro disarmante semplicità riescono a essere persino poetici, come la descrizione del cane Flip, comprimario fondamentale nella psicologia del racconto e costantemente presente nelle vite dei protagonisti.
Unica nota stonata sembra essere proprio la figura di Carla, che risulta essere solo l’espediente che permette a Marco di raccontare la sua storia. Il finale che cerca di renderle giustizia e farle assumere un ruolo all’interno della storia, non è sufficiente a far affezionare il lettore.
Nel complesso è un romanzo che mi sento di consigliare sicuramente, scritto da un’autrice che dimostra ottime potenzialità e che ritengo giusto tenere d’occhio.

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INTRONA, Vito – Vorrei che il cielo fosse imparziale

Titolo: Vorrei che il cielo fosse imparziale
Autore: Vito Introna
Editore: EDS
Genere:Narrativa Mainstream
Pagine: 174

 

QUARTA

Annalisa vive da anni nella sua tenuta, spersa nel cuore degli Abruzzi. Si è lasciata andare, ritrovandosi trasandata, grassa e soprattutto ‘sola’. Orfana di entrambi i genitori non si è mai sposata e, dopo un’infausta esperienza lavorativa post laurea vissuta a Roma, si è chiusa in una sorta di autosufficienza esistenziale dalla quale non intende assolutamente uscire.
Ci penseranno Gemma e i suoi amici a risvegliarla, giovani musicisti girovaghi che giunti per caso una sera a casa sua, nel bene e nel male la sproneranno e accompagneranno in una difficile ricerca interiore.
Il terremoto dell’Abruzzo, l’alcolismo e una naturale inclinazione di Annalisa all’autocommiserazione, non basteranno a fermarla nella riscoperta di se stessa.
Una prova ostica di vita, che non mancherà di assumere connotati drammatici… fino all’inatteso finale.

RECENSIONE

Vorrei che il cielo fosse imparziale” è la storia di Annalisa, una donna arrivata alla soglia dei quarant’anni senza essere riuscita a realizzare le proprie ambizioni, e senza aver ancora capito in quale direzione andare per raddrizzare un’esistenza che non le piace.
Appare come un personaggio profondamente insoddisfatto, priva di una strada da seguire, in disaccordo sia con la vita che la sua famiglia ha scelto per lei, sia con quella che ha provato a crearsi da sola.
Vengono disseminati nella narrazione molti dettagli sulla sua vita passata e presente, ma queste informazioni non riescono a fornire una chiave di lettura univoca, risultando spesso in contraddizione tra loro.
Annalisa stessa è fonte di forti contrasti: appare come una specie di brutto anatroccolo ma si esprime con una risolutezza che sfiora il cinismo; sogna emozioni forti ma non apre la porta a nessuno, ha vissuto situazioni al limite dell’illegalità – arrivando persino a rimpiangerle – ma non ama il mondo patinato da cui tali situazioni spesso nascono, vorrebbe essere una donna bella, sensuale e desiderabile ma chiama “puttanelle” coloro che sono come lei sogna di diventare.
A questo proposito c’è da dire che proprio lo scarso approfondimento psicologico della protagonista confonde molto il lettore, che si trova sballottato da una parte all’altra di Annalisa senza riuscire a capire cosa voglia lei veramente, e senza riuscire di conseguenza a provare empatia per lei, né a immedesimarsi nella sua vita.

Introna sceglie di raccontare le vicende di Annalisa utilizzando un linguaggio piuttosto forbito e ricercato, che in alcuni tratti risulta persino eccessivo mentre in altri presenta scivoloni che velano il romanzo con una patina di scarsa uniformità. Termini prettamente colloquiali, ove non dialettali, sporcano qua e là il testo (per esempio, “sbevazzona” anziché ubriacona, “la stoppò” per dire “la fermò”, fare un “liscio e busso” che presumo significhi un rimprovero, oppure intere frasi, come per esempio “con un ultimo gemito riuscì a sparare fuori ciò che restava”, che non è proprio il massimo della pulizia stilistica per indicare una donna che defeca).
Un altro problema nel testo è la presenza di continui infodump, che appesantiscono un po’ la lettura.

Identificare l’autore con i propri personaggi è uno degli errori più grossolani che un critico possa commettere, ma è indubbio che dalle parole di Annalisa traspaiano pensieri difficilmente riconducibili al personaggio che Introna cerca di cucirle addosso; il difetto principale del libro è difatti l’invasività con cui troppo spesso si palesa quello che sembra essere il pensiero dell’autore rispetto alle circostanze raccontate. Ci si trova continuamente di fronte a bruschi giudizi e radicali prese di posizione, che stonano con la scelta di utilizzare un narratore esterno, senza considerare che un lettore in disaccordo con simili pensieri potrebbe trovarli antipatici.
Questo è indubbiamente un grosso difetto che pregiudica l’intera riuscita del libro. Non ho potuto fare a meno di chiedermi come possa Annalisa sciorinare giudizi che somigliano a sentenze senza possibilità di appello anche di fronte a persone che non vedeva da anni (si prenda come esempio il pranzo con Franco, durante il quale Annalisa si permette di dare della ninfomane all’ex moglie di quest’ultimo basandosi esclusivamente sulle sue reminescenze scolastiche, quando la donna in questione era una ragazzina chiacchierata che amava girare in minigonna).
È necessario notare come Introna prediliga le descrizioni fisiche rispetto a quelle caratteriali; i suoi personaggi vengono descritti minuziosamente dal punto di vista estetico ma assai poco da quello interiore. Ciò va a creare dei personaggi bidimensionali, simili a marionette guidate esclusivamente dalla volontà dell’autore.
Annalisa infatti è l’unico personaggio in luce di tutto il romanzo; gli altri sembrano essere solo dei comprimari, inseriti nel testo per giustificare la sua esistenza, ma nessuno di loro viene analizzato in maniera approfondita, risultando solo come comparse che si muovono all’ombra della protagonista.

Il romanzo non ha un leitmotiv; sembra infatti non esserci un vero e proprio intreccio, poiché il plot è fortemente sbilanciato sulla vita di Annalisa e pur sfiorando molte tematiche, non le tiene del tutto in considerazione.
Il disagio della protagonista, conseguenza di una vita che si trova a vivere suo malgrado, è il fulcro della narrazione; se il disagio è la portata principale, i contorni sembrano essere troppi e toccati con troppa superficialità: alcolismo, decadenza morale, solitudine e sogni giovanili vengono solo tratteggiati, accennati senza fermezza e senza risolutezza, non riuscendo a prendere il centro della scena e non riuscendo a giustificare il disagio di Annalisa, che rimane troppo in superficie, soffocato da innumerevoli considerazioni del narratore – sia per sua bocca che per voce della protagonista stessa – che circondano di un’aurea grottesca l’intero romanzo e gli fanno perdere peso specifico. Nel complesso la sensazione che ne ricava il lettore è di trovarsi di fronte a una donna superficiale, il cui unico problema sembra essere il non riuscire a trovare marito a causa del peso eccessivo, una donna che denigra veline e vallette sognando però di essere come loro. Il risultato è di ridurre il dramma personale che la donna vive, facendola apparire come un’adolescente senza alcuna maturità che nulla ha saputo imparare dalle difficoltà di una vita il cui disagio affonda le radici in un passato infelice.

Quello dei dialoghi e delle scelte stilistiche è un punto che ho trovato un po’ fragile. Le conversazioni tra i protagonisti peccano di scarsa uniformità rispetto alle personalità delineate nella narrazione, così come poco analizzati e poco approfonditi sembrano essere alcuni dei fatti principali. Due su tutti mi hanno lasciata più perplessa degli altri: primo, lo stupro, che per quanto venga successivamente spiegato, rimane un punto oscuro poco comprensibile e poco condivisibile. Specialmente perché a pagina 74 il narratore si esprime in questo modo: “Poter dire a quell’uomo che era il padre di un bambino mai nato” che lascerebbe presupporre un aborto di cui però non si fa cenno.
Secondo, l’affezione che Annalisa prova nei confronti dei tre ragazzi; i sentimenti, le emozioni e gli episodi sembrano liquidati con troppa fretta, e manca quell’approfondimento che sarebbe necessario per permettere al lettore di amare i protagonisti ed entrare nelle loro vite, come se Introna volesse catapultare a forza il proprio lettore nel vivo delle vicende senza però fornirgli gli strumenti necessari alla comprensione.

Il finale è un po’ annacquato, ammantato da un velo forzatamente rosa che non arricchisce la vicenda ma al contrario la banalizza un po’, culminando in un epilogo a mio avviso troppo sdolcinato e un po’ retorico.
Stessa considerazione la faccio anche per la scelta di inserire il terremoto dell’Aquila all’interno del romanzo, inserimento che appare fine a se stesso e nulla aggiunge alla bontà del testo.

Nel complesso “Vorrei che il cielo fosse imparziale” è un libro che presenta molte contraddizioni, prima fra tutte quella di essere pieno di difetti stilistici riuscendo però a mantenere scorrevolezza, visto che si lascia leggere rapidamente e con piacere presentando degli ottimi spunti, specialmente per quanto concerne le tematiche raccontate, spunti che però non vengono né sfruttati né approfonditi, a causa delle troppe ingenuità e delle troppe incertezze, sia nella costruzione che nella resa stilistica.
L’autore si scaglia con veemenza contro quelle che ritiene essere le cause della decadenza morale attuale, ma proprio questa foga lo porta ad appesantire il testo con considerazioni improprie, che rendono il romanzo un buon prodotto di partenza sul quale però andrebbero apportate delle forti limature stilistiche e al quale andrebbe data una forma più definita e meglio inquadrata nel genere specifico affrontato.

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ELPIS, Bruno – Il carnevale dei delitti

Titolo: Il carnevale dei delitti
Autore: Bruno Elpis
Editore: Ciesse edizioni
Genere: Thriller
Pagine: 176
Prezzo: 14,60 cartaceo; 7,30 ebook

 

QUARTA:

Un omicida seriale insanguina l’Italia con omicidi efferati. A Faggeto Lario, Marina viene uccisa mentre esce dal lago ove si è tuffata. In provincia di Urbino, Ottavia viene accoltellata durante un festino per scambisti. Laura, un’egittologa che sta lavorando a una tesi rivoluzionaria su Tutankamon, viene assassinata nel suo studio… Indaga sul caso il commissario Giordan, un uomo che fa del ragionamento e dell’osservazione il proprio punto di forza, anche se la lotta contro la follia omicida sembra impari e, a tratti, disperata. Il commissario è sostenuto, nei momenti più difficili dell’indagine, da Gabriella, nipote quindicenne, che gli offre ottimi spunti per la soluzione del caso. La narrazione viene condotta lungo due direttive. Quella di chi indaga da un lato. Quella dell’assassino dall’altro: secondo la sua logica folle e attraverso una poetica sinistra e trasgressiva, che si articola in un percorso attraverso maschere e fiabe. In un viaggio ispirato dalle malattie della psiche. La vicenda si conclude con l’individuazione del criminale e con un’estrema vendetta.

RECENSIONE:

Raccontare le vicende di un omicida seriale non è sicuramente cosa semplice, perché scandagliare l’animo di chi si macchia di tali efferatezze e cercare di esplicitare le ragioni di un simile malessere non è impresa per tutti; sotto questo punto di vista Bruno Elpis si dimostra documentato e preparato, usando all’interno della narrazione molti dei topoi che identificano le storie di serial killer per come siamo abituati a conoscerle: un passato turbolento, nodi mai sciolti, senso di inadeguatezza che canalizza l’energia verso una grande impresa (quella di essere ricordati per i propri crimini), nefandezze commesse con l’idea di pulire il mondo da questa o quella sporcizia.

Anche dal punto di vista strettamente tecnico, Bruno Elpis sembra essere un tipo che non lascia molto al caso, e l’attenzione per i dettagli emerge prepotente; nel romanzo non mancano infatti due elementi tipici dei serial killer, ossia il fil rouge che lega tutti gli omicidi e la firma dell’assassino.
Nonostante Elpis sfrutti molti degli stereotipi che legano la figura dell’assassino seriale all’immaginario comune, riesce a scrivere in maniera accattivante e ad alleggerire il peso dei molti  luoghi comuni usati.

“Il carnevale dei delitti” è un romanzo che si legge volentieri e che ti porta per mano fino all’epilogo; la carne al fuoco è tanta, e per rimanere in tema di paragoni culinari lo definirei un pranzo di matrimonio, dove ci sono tante portate, alcune raffinate e ottimamente riuscite, altre un po’ meno prelibate che a uno stomaco già sazio possono risultare superflue.
Nel complesso la lettura è piuttosto scorrevole, ma diversi passaggi in cui troppi dettagli sull’ambientazione e su vicende non strettamente inerenti il racconto ne sporcano la fluidità.

I personaggi appaiono ben tratteggiati e delineati in maniera completa, sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico, tuttavia l’impressione che ho ricavato leggendo “Il carnevale dei delitti” è che non sia stata ingranata quella “marcia in più” che poteva trasformarlo da una piacevole lettura in un ottimo romanzo.

Forse se l’avessi letto con la mente scevra dagli inevitabili condizionamenti che un’assidua lettrice del genere si porta dietro, lo avrei trovato sicuramente migliore. Perché Bruno Elpis sa scrivere, ha un lessico ricco e variegato e una buona tecnica narrativa, e credo che quest’opera possa essere molto apprezzata da un lettore “non professionale”.
Purtroppo quando si tratta di gialli, thriller e noir io, da appassionata del genere e di conseguenza puntigliosa e maniacale ( e diciamolo pure, rompiballe), non posso proprio fare a meno di notare dove ci sono mancanze, incongruenze e domande che rimangono senza risposta, e in quest’opera ne ho trovate alcune, che non pregiudicano la buona riuscita del romanzo ma lo fanno peccare un po’ di poca “professionalità” all’interno del genere specifico affrontato.
L’argomento trattato, l’universo della mente e le sue debolezze, è molto intrigante, e proprio per questo ritengo che l’intreccio, o meglio, alcuni dei punti fondamentali per l’indagine, avrebbero meritato maggiore approfondimento.

Mi sembra che a livello puramente giallo tutto rimanga troppo in superficie, che ci sia una patina di “non detto” che stona un po’ con l’attenzione posta invece su dettagli meno influenti ai fini della comprensione, come se mancasse quel qualcosa che fa scattare nella mente del lettore l’interruttore della luce.
Insomma, per tornare al paragone culinario credo che ne “Il carnevale dei delitti” ci sia un ottimo contorno, saporito ai limiti del pericolo ipertensivo, e proprio per questo motivo la portata principale dovrebbe essere maggiormente elaborata, per non tradire le aspettative di un palato troppo ben abituato.

Spero che i rimanenti volumi della trilogia riescano a sciogliere anche questi piccoli nodi, e a ingranare quella marcia in più che trasformerà il prossimo giallo di Bruno Elpis da “una piacevole lettura” a “un ottimo romanzo”.

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BELLIZIA, Gianluca – L’ultima scimmia sulla luna

Titolo: L’ultima scimmia sulla Luna

Autore: Gianluca Bellizia
Editore: Enzo Delfino Editore
Genere: Giallo fantascientifico
Pagine: 211
Prezzo: 5,99 solo ebook

QUARTA

Nel 1919 Viktor Tausk, psicanalista slovacco allievo di Freud, pochi giorni prima di suicidarsi pubblica uno studio su una sua paziente, convinta di essere posseduta da un meccanismo elettronico maligno in grado di controllare i suoi pensieri da remoto. La macchina influenzante è ancora oggi un testo fondamentale nello studio delle patologie mentali ed è la prima fonte di ispirazione di questo thriller, in cui la ricerca della soluzione del giallo coincide con un viaggio interiore del protagonista nelle zone più remote dell’io, fino al collasso delle sue convinzioni e di tutto ciò che prima interpretava come reale. Un’espiazione allucinogena: la sua ultima scimmia. Sullo sfondo la scena hacker italiana e le interconnessioni tecnologiche nel mondo dell’informazione. Un romanzo il cui intreccio funziona da pretesto per inquadrare il condizionamento mediatico nella società moderna, con una scrittura giovane, scorrevole e divertente.

RECENSIONE

La quarta di copertina non rende giustizia a quest’opera, decisamente più interessante e variegata di quanto sembrerebbe.
La mia idiosincrasia verso il genere fantascientifico mi ha fatto avvicinare a questo libro con ben più di un pregiudizio, ma man mano che scorrevo le pagine mi sono piacevolmente ricreduta, perché “L’ultima scimmia sulla Luna” è un ibrido tra una storia fantascientifica, un thriller e un romanzo grottesco con picchi di comicità geniale che chiunque dovrebbe leggere, a prescindere dal genere prediletto.

È la storia di Michelangelo, un trentenne qualunque che ha trovato la propria realizzazione nel posto fisso come ingegnere informatico; ha una bella moglie di qualche anno più grande di lui e il passato di un qualunque adolescente urbano, tra droghe più o meno leggere e amicizie fraterne. Per una serie di quelle che sembrano essere strane coincidenze, Michelangelo si ritrova catapultato nel proprio passato con la missione di salvare il mondo da un terribile virus informatico in grado di condizionare la mente delle persone fino a indurle al suicidio. Nel mezzo, episodi grotteschi, malinconici, romantici e inquietanti sono il collante di una storia già di per sé appassionante, che tiene alta l’attenzione del lettore fino alla fine, senza stancarlo mai.
L’abilità di Bellizia sta soprattutto nell’intrecciare alla perfezione i fili di un thriller che solo nell’epilogo assume una forma definita, riuscendo a creare aspettative e domande proprio come farebbe un consumato giallista.
L’autore infatti tiene a galla la storia in un oceano di supposizioni, seminando quelli che sembrano essere indizi fondamentali ma che poi si rivelano ingannevoli, lasciando nelle pagine dubbi che sembrano certezze e certezze che sembrano troppo assurde per esserlo. Ma poi, alla fine, tutto trova una spiegazione soddisfacente.

La scrittura di Gianluca Bellizia è intelligente e scanzonata; l’autore dimostra infatti la perfetta padronanza di uno stile fresco e ironico, ottimamente plasmato al contesto, realistico e uniforme, senza tempi morti e arricchito da trovate comiche davvero ben riuscite.
Un altro aspetto interessante di quest’autore è la capacità di pennellare al meglio i suoi personaggi senza dargli caratteristiche precise; nessuno appare né buono né cattivo. Esistono, vivono, possono piacere o meno, ma nessuno di loro appare guidato dalla mano dall’autore, tutti vivono di vita propria e tutti vengono caratterizzati in maniera originale e mai noiosa, partendo da dettagli apparentemente insignificanti come un nonno a cui sta bene sia la destra che la sinistra basta che sia dittatura, o un cagnolino che una mattina ha deciso di fare il giro del mondo e non è più tornato. Apprezzabile anche la precisione con cui Bellizia descrive le scene, dimostrando un’ampia conoscenza di tutto ciò di cui parla, riuscendo allo stesso tempo a non apparire mai saccente o eccessivo.
A voler essere particolarmente pignoli, posso dire che mi aspettavo qualcosa di più dal finale, ma ci si arriva talmente soddisfatti che anche questo passa in secondo piano.

Nel complesso “L’ultima scimmia sulla Luna” è sicuramente una delle opere di esordio migliori che abbia mai letto, sia per la capacità di Bellizia di svincolarsi dallo specifico, addentrandosi in una pericolosa commistione di generi ottenendo un ottimo risultato, sia per l’impronta dell’autore, personalizzata, scanzonata e ironica ma allo stesso tempo matura e intelligente.
È un peccato che quest’opera sia disponibile solo in e-book, perché ha tutte le carte in regola per essere apprezzata da un pubblico molto più ampio di quello digitale.

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POSSIERI, Gianpiero – Il fuoco nell’anima

Titolo: Il fuoco nell’anima
Autore: Giampiero Possieri
Editore: Sogno Edizioni
Genere: Giallo Poliziesco
Pagine: 257
Prezzo: € 13,50
ISBN: 978-88-96746-12-7

TRAMA

La trama del romanzo è costruita intrecciando sapientemente le storie di vita dei protagonisti attraverso tre differenti archi temporali. Partendo dal 1988 fino al 2008 seguiamo le vite di Carlo e Manuel, osservando come le aspirazioni e i sogni di gioventù si sono trasformati in demoni, cedendo il passo al bisogno e al desiderio di redenzione. Filo conduttore è un’indagine che torna e ritorna a stimolare, mettere alla prova e tormentare i due ragazzi prima e gli uomini poi, fino a metterli di fronte al medesimo colpevole. Il romanzo conserva  intatto un finale ad effetto non anticipato che risulta pienamente congruente, strappando un plauso verso l’ingegno dell’autore.

 PERSONAGGI

Carlo, il protagonista, risulta il personaggio maggiormente caratterizzato, seguendo un proprio percorso di evoluzione/involuzione, pur limitato al senso di colpa e angoscia derivante dalle scelte compiute. Manuel, il coprotagonista, risulta coerente con le scelte compiute e con il desiderio di rivalsa, ma poco approfondito. Gli altri protagonisti risultano poco più che abbozzati, in particolare il personaggio di Samuel, fratello poliziotto di Manuel. Egli è infatti il più funzionale alla trama in quanto fornisce spunti e informazioni, ma risulta poco verosimile riguardo la scelta di violare numerose regole e segreti istruttori sulla base della fiducia risposta in due adolescenti.

I numerosi dialoghi e scambi tra Manuel e Carlo, volti a mostrare il rapporto d’amicizia tra i due, risultano poco freschi e forzati, non riuscendo nell’intento di stemperare la tensione e divertire il lettore.

 STILE

Lo stile è abbastanza fresco e scorrevole, fatta eccezione per alcune sequenze retoriche e per un incipit particolarmente faticoso che non invita a proseguire nella lettura. La scrittura si fa più fluente quando l’autore abbandona il piano dell’elaborazione mentale a favore del piano dell’azione.

Nella presentazione tipografica risultano stonate alcune scelte, come l’uso di riportare il dialogo telefonico tra il rapitore e Carlo con un carattere più grande.

 GIUDIZIO

Il romanzo nel suo complesso è godibile, e dimostra una notevole maturazione stilistica rispetto al libro d’esordio dell’autore.
Punto di forza è la storia: coerente, lineare e ben congegnata. Pur nella sua semplicità costituisce di fatto il treno portante che invita a proseguire nella lettura per arrivare a conoscere il finale.
Punto debole è la poca caratterizzazione dei personaggi. Il mancato approfondimento delle interiorità rende difficoltosa l’empatia, portando il lettore a essere più interessato al “come andrà a finire” piuttosto al “cosa accadrà loro”. La perdita e il dolore del protagonista si presentano come la benzina che avvia il motore degli avvenimenti più che come il vero corpo della storia.

Notevole è il finale, seppure sbrigativo nel liquidare aspetti pratici e aspetti psicologici abbozzati in precedenza, in quanto “chiude il cerchio” in maniera perfetta: la tela bianca della prima pagina trova il suo posto e la sua compiutezza nelle battute finali.

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ARAGONA, Enrica – Dalla parte sbagliata

Titolo: Dalla Parte Sbagliata

Autore: Enrica Aragona
Editore: POD Lulu
Genere: Antologia racconti noir
Pagine: 115
Prezzo: € 10.00
ISBN: 978-1-4477-4195-4

TRAMA

L’autrice riesce nella non semplice impresa di legare gli uni agli altri i racconti di questa antologia mediante diversi fili conduttori:  la follia, il sovrannaturale e  gli estremi di cattiveria cui può arrivare l’essere umano, la fanno da padrone nelle pagine di questo testo. In perfetta sintonia con il clima del libro compare, a tradimento, un ultimo filo che stempera la tensione ma lega strettamente la stessa autrice ai suoi protagonisti, creando il loop perfetto.

 STILE

 Lo stile narrativo è fluido e scorrevole, privo di sbavature e sempre adeguato alla situazione narrata.  La notevole capacità affabulatoria riesce a tenere alta l’attenzione del lettore senza creare momenti di stanca.
Trattandosi di un POD è da segnalare la cura nell’impaginazione e la quasi totale assenza di refusi.  Unica pecca risulta la scelta di non aver utilizzato il rientro al capoverso; differente scelta grafica sul carattere utilizzato poteva mettere maggiormente in risalto la scansione dei capitoli.

 GIUDIZIO

 Il giudizio globale è molto positivo: abbiamo a che fare con una raccolta godibile che si presta a farsi leggere in una sola sorsata.
Punto debole: il punto debole dell’antologia è la brevità di ogni singolo racconto, ridotto all’essenziale e focalizzato sul ribaltamento/colpo di scena finale. Trattandosi di racconti omogenei in questo senso, la ripetizione del meccanismo può portare a una prevedibilità dell’attesa. Il lettore è portato a chiedersi il come, consapevole che avverrà un qualcosa. L’approfondimento di personaggi e situazioni poteva rendere più vario e interessante il cammino verso una destinazione certa.
Punto forte: il tredicesimo racconto riesce a rendere unitario il testo senza che ve ne fosse la necessità o l’attesa, rappresentando un valore aggiunto di grande pregio.