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[QUATTRO CHIACCHIERE CON…] Chiara Fattori, Intermezzi Editore

Oggi Mondoscrittura intervista CHIARA FATTORI, redattore della casa editrice Intermezzi.

Salve Chiara, benvenuta in Mondoscrittura. Abbiamo preparato una serie di domande che speriamo possano aiutare autori e pubblico a conoscere meglio non solo la tua casa editrice, Intermezzi, ma anche il mondo della piccola e media editoria in Italia. Qualcuna sarà un po’ spinosa ma altrimenti… che Streghe saremmo?

Puoi dirci, in linea di massima, quanti manoscritti ricevete in valutazione nell’arco di un mese e quanti di questi sono ritenuti “passabili”? 
Riceviamo una media di sessanta testi al mese, di questi in genere ne riteniamo “passabile” uno.

Potremmo dire che la vostra casa editrice è ‘a conduzione familiare’, gestita da tre attori, ognuno con la propria specifica professionalità. Il carico della parte letteraria (selezione manoscritti ed editing) è tutto sulle tue spalle: come organizzi il lavoro? 
Non sono per natura, e anche per il fatto che oltre a questo faccio altri lavori, una persona “organizzata”; quindi diciamo che più che altro mi dedico, in modo molto disordinato, alla lettura e alla valutazione dei testi, all’editing e alla revisione delle bozze, durante tutto l’arco del giorno, appena posso e dopo che ho sbrigato le faccende quotidiane, come rispondere alle mail, andare alla posta e aggiornare il blog e i canali social.

Nella vostra mail di conferma ricezione testo, chiedete all’autore di comunicare in caso il manoscritto venisse scelto da un’altra CE in modo da eliminarlo dalla coda: gli autori lo fanno?
No, non sempre gli autori lo fanno.

Ti è capitato di scegliere un testo che era già stato selezionato da altri, senza che l’autore ne desse comunicazione?
Di solito quando comincio a leggere un testo e mi sembra interessante, prima di andare avanti nella lettura, per scrupolo vado a cercare su internet per vedere se è già stato pubblicato e un paio di volte è capitato che lo fosse già.

Come hai reagito in quella situazione?
Mi sono arrabbiata molto, in silenzio.

Sei molto giovane, così come lo è la tua casa editrice, fondata (o meglio venuta alla luce) nel 2008. Ma tuttavia non così giovane, se consideriamo che le statistiche parlano di numerose case editrici che aprono e chiudono nel giro di un anno. In quest’ottica, Intermezzi è una ‘nonnetta’. Ci racconti qual è l’ingrediente principale del vostro elisir di lunga vita?
Mi piacerebbe davvero dare una risposta edificante e positiva ma devo dire la verità: per ora ci teniamo su con il fatto che tutti e tre abbiamo altri lavori con i quali ci manteniamo e manteniamo Intermezzi, con grande passione e con la speranza che diventi, anche solo per uno di noi, l’unico lavoro.

Alcuni dei vostri autori hanno pubblicato un secondo romanzo con una CE diversa: da questo evinciamo che Intermezzi non ‘fidelizza’ l’autore, ma contrattualizza l’opera. Come mai questa scelta editoriale?
La nostra non è una scelta editoriale, naturalmente cerchiamo di “tenerci” i nostri autori ma non possiamo obbligarli a rinunciare a una opportunità, come pubblicare con minimum fax per esempio, come farà Stefano Sgambati. I nostri autori ci presentano i loro nuovi testi ma si guardano anche intorno, in alcuni casi sono seguiti da agenzie, cercano di fare le scelte migliori per sé e noi per il momento non possiamo assicurare loro le stesse condizioni (anticipi, distribuzione, promozione) di una minimum fax.

Pur comprendendo, da parte dell’autore, il desiderio di iniziare con una medio-piccola per poi tentare di sfondare con una big, non è altrettanto chiaro il presupposto dell’editore: non dovrebbe desiderare a sua volta diventare una major, grazie al famoso ‘boom’ di un autore?
Sì, sono d’accordo. Possiamo solo augurarci di poter avere in futuro un pochina più di forza contrattuale che ci permetta di usufruire di un qualche “boom” di un nostro autore.

Intermezzi è una casa editrice NoEap: il marchio è bene esposto sul sito. Togliamoci il dente: che effetto ti fa condividere spazi importanti come le fiere gomito a gomito con editori a pagamento?
Prima mi metteva a disagio ora me ne sono fatta una ragione: noi andiamo avanti per la nostra strada, mettendo in mostra il marchio NoEap, facendo informazione in tal senso e cercando di evidenziarci con il nostro lavoro. Sta ai lettori scegliere.

La Intermezzi è membro della NEI, Nuovi Editori Indipendenti: ci parli di questa iniziativa?
L’iniziativa è nata per unire le forze, cercare insieme di acquistare maggiore visibilità. Siamo sei editori con una comune idea di editoria: non a pagamento, ricerca della qualità, cura del libro, scouting, valorizzazione dei talenti, ricerca di vie alternative per la promozione e la distribuzione. Abbiamo condiviso insieme lo stand al Salone del Libro di Torino per due anni e abbiamo organizzato reading e interventi insieme in occasione di altre manifestazioni.

Intermezzi si occupa attivamente della promozione dei propri testi, tra fiere e presentazioni. Che ne pensi di quegli editori che pubblicano  gli autori sottolineando che questi devono però diventare ‘agenti di se stessi?’
Non mi piace come espressione e non la userei mai. I nostri autori molto spesso si impegnano attivamente insieme a noi per promuovere i loro libri, è nel loro interesse e fa loro piacere farlo. Non sono obbligati. Al momento di stipulare un contratto siamo sempre molto chiari su quali sono i nostri canali e i nostri mezzi, che la nostra è una presenza soprattutto sul web e alle fiere, che non abbiamo un distributore e che è per noi molto difficile entrare in contatto con canali di promozione tradizionale come stampa e televisione. Per noi è importante che l’autore non si illuda e che sappia che ogni suo suggerimento e aiuto sarà non solo accolto ma anche molto gradito, è un modo per crescere insieme.

 Le fiere e le presentazioni sono momenti produttivi a livello pubblicitario e per le vendite?
Sì, certo, anche se non tutte le fiere che vengono organizzate e le presentazioni sono ugualmente produttive, cerchiamo di selezionare con attenzione dove andare per evitare di disperdere energie inutilmente.

Una delle difficoltà maggiori delle piccole e medie case editrici è arrivare capillarmente nelle librerie. È vero che nei confronti delle piccole CE c’è un vero e proprio ostruzionismo da parte delle librerie?
Non di tutte le librerie. Noi abbiamo poche librerie fiduciarie che ci accolgono volentieri e con cui curiamo noi i rapporti direttamente. Però con molte i rapporti sono difficili: in genere se vediamo che non sono interessati lasciamo perdere.

Intermezzi punta molto anche sul digitale: qual è la tua esperienza in merito alle vendite degli ebook? 
Ottima. Gli ebook permettono di eliminare il problema della distribuzione. Nelle piattaforme di vendita degli ebook possiamo davvero competere alla pari con le major, ovviamente la loro maggior forza produttiva e promozionale li rende leader anche lì ma almeno riusciamo a entrare anche noi.

Abbiamo conosciuto Intermezzi a Torino, quando proponeva l’intero catalogo in digitale a un prezzo accattivante. Vi aspettavate che qualcuno lo avrebbe recensito interamente?
No che non ci aspettavamo che qualcuno recensisse per intero tutto il catalogo. Soprattutto in tempi così veloci e in modo così accurato. Siete delle pazze e vi adoriamo per questo.

Più in generale, come vi relazionate con le recensioni? Siete voi a richiederle come ufficio stampa a siti o riviste?
Come ufficio stampa contattiamo le redazioni e richiediamo il permesso di inviare una copia saggio, sperando che venga recensita.

Hai verificato se in qualche modo le recensioni (positive o negative) incidono sulle vendite?
In alcuni casi le recensioni incidono, certo, ma è la quantità che fa la differenza: insomma, funziona sempre il bene o male purché se ne parli.

Sempre a proposito di recensioni, ormai sono diversi i portali che richiedono di essere pagati per recensire i testi. Che ne pensi di questo fenomeno?
Se un portale chiede di essere pagato la sua non è una recensione ma una pubblicità. Non c’è niente di male ma è come per l’editoria a pagamento: è importante essere chiari.

Mondoscrittura è un’agenzia di servizi editoriali, realtà molto diffusa: che ne pensi? Come editore, gradisci un testo che sia stato precedentemente editato oppure preferisci lavorare sul prodotto grezzo?
Penso che anche chi apre un’agenzia di servizi editoriali, così come chi apre una casa editrice, sia un folle, ma a parte questo, come editore accetto sempre i testi che mi arrivano dai consulenti editoriali. È indifferente per me se il testo sia stato editato o meno: giudico quello che leggo.

Una piccola nota tecnica: sui vostri testi si riscontra la presenza di d eufoniche, nonostante la maggior parte degli editori ritenga che appesantiscano lo stile rendendolo antiquato. Che ne pensi?
Prima non mi davano fastidio, le consideravo una nota stilistica, ma proprio in questi ultimi mesi, dopo un confronto con un collaboratore mi sono ricreduta. Se leggerete l’ultimo nato non ne troverete traccia.

Il vostro catalogo è di qualità ma molto ristretto: ci parli dei progetti di Intermezzi per il futuro, a breve e lunga distanza?
A breve distanza: una collana di soli ebook dedicata ai testi brevi, non solo narrativa ma anche saggistica e inchiesta. A lunga distanza: una collana di inchiesta e una collana di traduzioni di classici inediti o quasi, già nel 2013 uscirà il primo titolo, un’opera minore di Roberto Arlt.

Grazie per la tua disponibilità.

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Ghebreigziabiher, Alessandro – L’intervallo

Titolo: L’intervallo
Autore: Alessandro Ghebreigziabiher
Editore: Intermezzi Editore
Genere: Urban fantasy
Pagine: 245
Prezzo: € 5,00 versione e-book
ISBN: 978-88-903576-1-9

L’intervallo è la storia di Mario, l’eroe del terzo millennio. Il prescelto è un uomo qualunque, uno come tanti. Solo qualcuno capace di vincere le proprie paure riuscendo a non fare pipì. Mario vive a Roma ed è un esperto viziato. La sua vita procede tranquilla, come un noioso film. Ed è proprio nell’intervallo di uno di questi, al cinema, abbandonando gli amici per andare al bagno, che il nostro verrà catapultato in un’avventura rocambolesca, della quale si ritroverà inaspettatamente eroe riconosciuto.

TRAMA

Chi lo dice che andare al cinema non è un’attività ad alto rischio? Mario beve un po’ troppa Coca-cola, e il bisogno di urinare lo conduce non in bagno, bensì in una Roma alternativa e parallela a quella in cui ha sempre vissuto.  In questa nuova Roma, con il cielo che sembra disegnato da un bambino (sempre meglio che dallo smog) Mario inizia quello che è a tutti gli effetti un Viaggio dell’Eroe, o meglio un ‘viaggio dell’eletto’. Incontra un guru molto poco ortodosso, dei compagni di viaggio talmente sui generis da far impallidire qualsiasi Compagnia dell’anello, due gruppi di estremisti che interpretano la vita secondo ferree regole di comportamento. Sulla storia incombe l’ombra nera di Malindrus, il sorcio infame che sodomizza tutti con la paura, insieme all’ironica capacità dell’autore di rendere metafora divertente ogni aspetto della quotidianità, dalla politica al trash in tv. Quando il termine del viaggio sembra ormai raggiunto, scopriamo che Mario ha un asso nella manica: perché lui, di farsi imbrigliare nello stereotipo dell’eroe, proprio non ne vuole sapere.

PERSONAGGI

Il romanzo di Ghebreigziabiher è ricco di personaggi freschi e divertenti, che si accomodano nel salotto della memoria senza nessuna intenzione di andarsene. Mario è un protagonista a tutto tondo, con le sue fragilità e le sue certezze: tuttavia lo scopriamo per quello che è solo nella Roma alternativa, dove appare in tutta la propria tridimensionalità, a differenza dell’inizio del romanzo, dove la voce narrante ce lo descrive decisamente piatto e monocorde. I numerosi amici che incontrerà durante il suo viaggio sono, ognuno a proprio modo, dei coprotagonisti: Milo e la sua convinzione di essere un bambino, non per l’aspetto esteriore ma per la sua anima pura;  Malachia, ex eletto con un forte desiderio di rivalsa ma la difficoltà a tenere a freno le emozioni; perfino Kurpatiello, il ratto trasformato in cane, ha una personalità ben definita pur non pronunciando mai (ovviamente) nemmeno una frase. Poi c’è il Baffo (un piccolo Dio in miniatura che mi ha ricordato il Baffometto), Amilcare con la vocetta deformata dagli steroidi, Teodoro il coach muto, Girolamo che tenta di nascondere le origini campane e innumerevoli altri. Una fra tutti, però, spicca rubando la scena a Mario come protagonista: Stella, il travestito barese compagna di Amilcare. Il suo ‘velato’ dialetto, l’incapacità cronica di utilizzare termini esatti e una semplicità di pensiero disarmante strappano più di una risata di cuore al lettore.

Meritevoli di comparire come personaggi sono anche le categorie e i gruppi generati dall’autore: gli imbracchi (adulti vecchi dentro) i narcisisti e i depressi. La storia di Nicolai Barlokkin fondatore dei depressi e la spiegazione della differenza tra narcisista e coatto sono vere e proprie perle.

STILE E FORMA

Lo stile di questo romanzo è fluido e scorrevole. L’autore mette in secondo piano la prosa per portare alla ribalta la metafora e l’ironia, con un risultato sorprendente. Le pagine corrono via veloci e gustose. Nel testo si trovano disseminate numerose riflessioni profonde e pregevoli.

Si  denota tuttavia una scarsa cura nella revisione della bozza: permangono le d eufoniche, l’utilizzo smodato di punto esclamativo e punto interrogativo insieme, diversi refusi specie nella parte della prigionia di Stella.

GIUDIZIO

Questo romanzo mi ha stupita all’inizio come in coda. L’esordio spiazzante è solo una mia colpa: il maledetto vizio di non voler mai leggere la quarta di copertina, per salvarmi dallo spoiler, mi ha catapultata in un urban fantasy quando invece credevo di avere in mano un classico mainstream. Ho faticato a entrare nel “mondo straordinario” di Mario, ma una volta compreso il meccanismo mi sono trovata completamente a mio agio, desiderosa di sapere come l’autore avrebbe sciolto la complicata e funzionale architettura messa in piedi. E la soluzione è stata quanto mai inaspettata: gli elementi per una perfetta struttura alla Vogler c’erano tutti, così come numerosi indizi sui possibili finali previsti. Invece Ghebreigziabiher ti spiazza sul finale, congedando gentilmente tutte le convenzioni da perfetta sceneggiatura americana e rifugiandosi in un inatteso finale pirandelliano.

VALUTAZIONE: 

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ANDREINI, Damiano – Slowtuscany

Titolo: Slowtuscany
Autore: Damiano Andreini
Editore: Intermezzi Editore
Genere: arte, storia
Prezzo cartaceo: Libro + CD, € 14.00
Ebok: € 3.00

Slowtuscany è un insolito “viaggio in Toscana” alla scoperta di opere d’arte note e meno conosciute, strade poco percorse, borghi abbandonati, storie misteriose, personaggi che ne hanno fatto la storia, leggende che ne costituiscono il fascino. Il racconto si propone come utile strumento per il viaggiatore che desideri visitare questa regione, cogliendone il vero “senso”, gustandone, lentamente, tutti i sapori, gli odori, i colori e per chi, già conoscendola o magari abitandoci, senta l’esigenza di riscoprirla e di assaporarne i più sottili retrogusti.

L’essenza di Slowtuscany è tutta nelle prime frasi del libro:

…nel corso degli anni ho maturato l’impressione che l’offerta di materiale informativo per i visitatori della Toscana sia spesso, purtroppo, sostanzialmente di due tipi: poco esauriente quella di certe guide tascabili; troppo complessa e settoriale quella reperibile in diverse pubblicazioni che, copertina rigida ed elegante carta patinata, fanno bella mostra di sé nelle vetrine delle librerie nostrane, finendo per rimanervi a lungo prima di essere tristemente esposte, a metà prezzo, nei mercatini domenicali.Lo sviluppo di questo insolito “viaggio” in Toscana è avvenuto in seguito ad alcune riflessioni su come si potesse colmare il “vuoto” di contenuti cui ho accennato.

Così inizia un excursus che prende spunto da quanto fatto da Johann Wolfgang Goethe. Dopo un lungo viaggio nel bel paese, il tedesco scrisse Italienische Reise, Viaggio in Italia, ma anche una serie di lettere inviate ai suoi amici.

La formula funziona, ci si trova subito immersi nel caleidoscopio di opere, paesaggi, persone e non si può fare a meno, in parallelo, di fare qualche ricerca su ciò di cui l’autore ci parla prendendoci da parte. Forse proprio perché egli si esprime con semplicità, mettendo su carta il filo logico di pensieri alimentati dal gusto vero per la riscoperta di luoghi e sensazioni, conditi da una cultura polivalente che aiuta a conferire al tutto uno spessore concreto. Per questo, dopo aver letto i primi riferimenti a Giovanna Tornabuoni, bisogna trovare il ritratto del Ghirlandaio su web e viene spontaneo annotare mentalmente che non sarebbe male dare una sbirciatina dal vivo al pregevole quadro di una bella donna morta prematuramente di parto. Per andare oltre le considerazioni di Andreini, per farne di nostre.

L’intento di Andreini è quasi scientifico, vuole dimostrare che lo spirito della Toscana è… rintracciabile in ogni aspetto della vita, dalla gastronomia alla letteratura, dall’arte all’agricoltura, dal folklore all’accoglienza turistica.

La dimostrazione ha pieno successo nonostante qualche termine ripetuto, qualche imperfezione nello stile e qualche ingenuità, elementi che tuttavia pesano meno che in un generico altro contesto narrativo, vista la connotazione molto colloquiale del libro. Lo sguardo incantato di Andreini spazia ovunque. Si distende su un cielo antico, quasi fosse in compagnia di un paio di pastori attratti da qualcosa di misterioso. Indugia sul celeberrimo David di Donatello. Si fissa innanzi alla Trinità del Masaccio, particolarmente sentita dall’autore che non manca poi di evidenziare la necessità di sostare nella Chiesa di Santa Maria Novella che si trova proprio di fronte alla Stazione. Andreini elegge il cipresso albero-simbolo della regione, della nostra regione, anzi, specifica, rivolgendosi al suo pubblico per eccellenza, tutto toscano. Salvo poi scoprire che l’albero pizzuto è solo una scusa per affrontare il tema della rappresentazione del paesaggio nell’arte figurativa.

Andreini gioca a tutto campo, dunque. Prosegue senza indugi nella sua carrellata cercando di cancellare l’oblio che circonda la figura di Giovanni Gonnelli, il Cieco di Gambassi. Affiancandoci nell’esplorazione di 17 misteriose cappelle disposte intorno a un convento in mezzo a un bosco di collina. Dicendoci che il formidabile Buzzacchiotto è un pesciolino lungo non più di cinque centimetri ingordo e ghiotto di larve di zanzare. Osservando con dovizia di particolari come la sorte di tale Gostanza da Libbiano, accusata di stregoneria nel lontano 1594, venne condizionata dall’intervento di un inquisitore fiorentino, certo Dionigi da Costacciaro. Puntando il dito verso un paese fantasma dove vive un novello eremita che fa il sommozzatore.

Insomma, si toccano gli argomenti più disparati, si viaggia avanti e indietro nel tempo, sopra e sotto la superficie dell’acqua, dentro e fuori palazzi, musei, case e chiese. Senza alcuna regola, avvolti dal puro piacere di leggere di cose che sanno di Toscana.

VALUTAZIONE: 

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PASQUINI, Daniele – Io volevo Ringo Starr

Titolo: IO VOLEVO RINGO STARR
Autore: DANIELE PASQUINI
Editore: INTERMEZZI
Genere: NARRATIVA
Euro 13,00 cartaceo / Euro 5,00 ePub

DAL SITO DELL’EDITORE:

Una volta la musica era per i musicisti. Studiavi musica, avevi talento e poi campavi di quello. Nelle orchestre, nelle bande. Negli eserciti, addirittura. Dal rock in poi la musica diventò di tutti, chiunque poteva farla, bastava fare tre accordi alla chitarra, attaccarsi ad un amplificatore e far cantare un amico, mentre un altro batteva su un tamburo. Più veloce lo fai, più fai ballare. Più pesante sei, più impersoni la rabbia.

Vanni da grande voleva essere David Gilmour ma poi si è rassegnato. Ora ha la fissa per le date degli eventi storici e per Schopenhauer. Suona in una band insieme a Mejer, Gabo e Tommy Boyler, cercando di riordinare il flusso caotico degli eventi e di dargli un senso.

RECENSIONE
Musica e filosofia, amore e disillusioni ma soprattutto vita, nell’accezione più ampia del termine. Questi gli elementi portanti del romanzo di Pasquini, una storia in quattro quarti frizzante e ricca di spunti di riflessione. Ci sono i sogni di gloria di un gruppo di musicisti ventenni, c’è l’amore, il bisogno di trovare un’identità, la confusione e i dubbi tipici di chi abbandona l’adolescenza per incamminarsi verso l’età adulta.

Alla chitarra Vanni, voce narrante. Al basso Gabo, suo migliore amico e playboy inespresso. Alla batteria Mejer, spigoloso rasta dalle pieghe marxiste che non si prende mai troppo sul serio. Alla voce Tommy, romantico grassoccio d’altri tempi. Ed ecco a voi The Smugness, gruppo rock dell’underground fiorentino che suona alle feste di paese e nei cortili delle scuole. Quattro ragazzi che sublimano le proprie angosce e le proprie convinzioni nella musica, che nella musica trovano forza e speranza, storie d’amore e dinamiche famigliari più o meno complicate che si affiancano a esami universitari non dati e casse di birra scolate davanti a un piatto di spaghetti aglio e olio.

Il romanzo parte con grandi aspettative: già dalle primissime pagine il lettore è immerso nell’atmosfera giovane e scanzonata che graviterà attorno all’intera narrazione, anche durante le sequenze più drammatiche. A suscitare curiosità è soprattutto l’impronta stilistica di Pasquini che si dimostra genuina e fresca, connotando la confusione esistenziale dei suoi protagonisti con dileggio e ironia. L’autore sceglie di giocare molto su fabula e intreccio alternando i piani temporali senza ordine logico, riuscendo a mantenere armonia nell’apparente incoerenza. La passione per la musica è sicuramente la tematica portante, che corre parallela all’amore per la filosofia e per la storia; le figure di Schopenhauer e dei regnanti d’Europa completano il quadro dei personaggi, tutti complessi e ricchi di sfaccettature ma ben delineati, anche grazie all’utilizzo di una terminologia giovanilistica che li avvicina al lettore. Da notare che nonostante Vanni sia la voce narrante, non assume mai una posizione preminente, riuscendo sempre a amalgamarsi ottimamente con gli altri protagonisti. Un’esposizione senza eccessi, normale ma mai banale, come i protagonisti che racconta: uno stile ben plasmato al contesto.

Io volevo Ringo Starr non presenta componenti particolarmente innovative, ma la mancanza di originalità della trama viene quasi completamente compensata da uno stile fresco e spontaneo, anche se non del tutto uniforme; la struttura presenta infatti sostanziali differenze ritmiche tra sequenze attive e riflessive. Queste ultime in alcuni passaggi risultano troppo insistite e troppo interiorizzate per riuscire a tenere alta la tensione narrativa. Un’altra area di miglioramento è quella relativa ai dialoghi, spesso troppo lunghi e non non sempre agili da decifrare, specialmente nelle conversazioni tra più personaggi.
Nel complesso Io volevo Ringo Starr è un romanzo giovane per i giovani, ma apprezzabile da fasce di pubblico eterogenee, soprattutto grazie ad alcuni passaggi di rara intensità e bellezza presenti nel testo; nonostante i piccoli difetti di una scrittura un po’ acerba, in questo romanzo si scorgono le potenzialità di un autore che potrebbe davvero diventare una figura di spicco del panorama narrativo italiano.

 

A casa dei nonni mi dissero che il babbo era morto, che tornando dal lavoro aveva fatto un incidente in macchina. La sua Golf si era spezzata contro un grosso furgone ad un semaforo. Era rosso ma lui era andato a dritto. Con una distrazione quasi convinta, da poter sembrare gesto deliberato. Tutti sanno che possono succedere queste cose. Succedono da quando sono state inventate le automobili, e da quando sono stati inventati i furgoni. Succedono da quando sono stati inventati i mestieri, e i semafori, e i rientri a casa. Queste cose, cioè la morte, succedono. Mi arrabbiai molto con tutte le persone che venivano da me e da mio fratello e da mia madre a darci baci sulle guance, tutti vestiti di nero, tutti a dire «Condoglianze». Sentire i commenti degli anziani o di vecchi amici che mormoravano fuori dalla chiesa: «Era ancora tanto giovane». Io lo sapevo che non era vero. Non si è mai troppo giovani per morire. Un incidente in macchina è un incidente in macchina a dieci anni come a cento.
Ma se c’è una cosa, nell’insensatezza generale, che mi faceva stare male, era l’incomprensione della gente, che cercava motivi, rassicurazioni, dinamiche. Cosa c’era, cosa c’era stato, come era stato. Mai a pensare a quel che non c’è più. A che sarebbero serviti i rasoi e la schiuma da barba? Anche mio fratello era ancora troppo piccolo per usarli. E la metà destra del letto matrimoniale? A che serviva un letto così grande, per la mamma da sola? E le tazze con i nomi, quelle per la colazione: Vanni, Enrico, Rossella, Giampiero. A che serviva la quarta tazza? E chi ci portava al mare? Chi si vestiva da babbo natale e poi usciva di casa vestito di rosso e poi rientrava in borghese dicendo «Ho trovato babbo natale per le scale, mi ha detto che è passato anche da voi!»
Nessuno: questa si chiama mancanza, e nessuna autopsia la riempie.

 

VOTO FINALE [rating=7]