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DE BLASIO, Ferdinando – Ali di ruggine

Titolo: ALI DI RUGGINE
Autore: FERDINANDO DE BLASIO DI PALIZZI
Editore: NULLA DIE
Collana: LEGO NARRATIVA
Pagine: 116
Prezzo: EURO 12,00
ISBN 978-88-97364-40-5
[xrr rating = 4/5]

 

ROMANZO FINALISTA AL PREMIO LETTERARIO MONDOSCRITTURA SEZIONE EDITI

Quando sul giovane Pippo, detto Senzamotivo, si abbatte senza riguardo tutta la violenza del suo tempo, gli restano solo due alternative: fuggire o resistere.
Resistere. Come un albero che, colpito da un fulmine, non si spezza, lottando al fianco dei propri amici, difendendo le proprie montagne.
Resistere, nella lieve consapevolezza che la guerra fa schifo, nella voglia di combattere per qualcosa di bello. Oscillando tra la realtà di un freddo inverno del ’43 e l’irrazionalità del mondo dei sogni, fra la rabbia e l’allegria, tra il sentimento e l’ironia. Resistere. Giocando a fare il “parmigiano”, quello con la “M”, perché quello con la “T” non è un gioco, ma un affare pericoloso: ci si rischiano le penne.
Come accade quando le brutte notizie arrivano sul serio, il ritmo cambia, la storia cambia, il finale, irrimediabilmente, cambia. E le cose di sempre, tanto amate, cominciano a colorarsi di malinconia, diventano ricordi, come fiori non ancora appassiti in mezzo a collezioni di oggetti arrugginiti.
Sentimento e ironia: sono questi gli elementi che raccontano di un ragazzo che voleva fare il “parmigiano”, di resistenze personali, di amori radicali.

RECENSIONE
Scegliere di esordire con il termine Resistenza in bella mostra sul frontespizio denota coraggio e sicurezza nei propri mezzi. Un lettore difatti, potrebbe esserne scoraggiato, temendo di ritrovarsi a nuotare in fiumi di inchiostro politicizzato increspati da sangue partigiano. Ma non è questo il caso di Ali di ruggine, che come recita il sottotitolo, più che un romanzo è una favola, raccontata con un dileggio e un’ironia evidenti già dalle prime battute. In questo senso più dell’immagine è la quarta di copertina a dare un indizio sul tipo di libro che ci ritroveremo tra le mani.

Nell’opera di esordio del giovane de Blasio la Resistenza più che un periodo storico è un modus vivendi, un pretesto per raccontare una storia che potrebbe prendere corpo in altri luoghi e in altre epoche. L’autore infatti sceglie di ambientare le vicende in una cornice assai nitida, avvalendosi di descrizioni calzanti e accurate, lasciando di contro poco spazio alla connotazione temporale, sganciando l’opera dallo specifico contesto in cui dovrebbe collocarsi. Tutto ciò che nell’immaginario comune viene associato al termine “Resistenza” non rientra tra le componenti basilari di questo romanzo: gli stenti, le rappresaglie, le battaglie feroci, le lotte per la sopravvivenza e la povertà esasperata vengono solo sfiorati, a volte lasciati da parte, in favore di argomenti più soft come l’amicizia, la fratellanza, la libertà.
Caratteristica principale del breve romanzo d’esordio di questo giovane autore è la prosa frizzante; grazie a un’impronta irridente e quasi canzonatoria de Blasio riesce, soprattutto nella prima parte, a scardinare i più basilari principi di narratologia, creando un’opera in cui le convenzioni stilistiche e i formalismi perdono d’importanza. Questa peculiarità è molto più spiccata nei capitoli iniziali, in cui il protagonista è affiancato dal nucleo di amicizie storiche; in questi episodi, carichi di allegorie e disfemismi, l’esposizione riesce a rimanere uniforme, disinvolta e stravagante. Ciò che forse può essere recriminato al giovane de Blasio è quella tendenza a voler calcare troppo la mano sull’ironia a tutti i costi, che in alcuni passaggi dà alla narrazione un’impronta un po’ artefatta, anche se nel complesso il testo si presenta elastico e divertente.

In contrapposizione al brio e alla verve esibiti nella conduzione della prima parte del racconto, de Blasio sceglie di adottare, per la seconda, uno stile più sobrio ed essenziale. Il romanzo si può difatti suddividere in due macrosezioni, in cui la partenza di Senzamotivo per la città rappresenta la linea di confine tra due tronconi che presentano differenze marcate anche sotto l’aspetto stilistico.
Nella seconda parte, più “seria” dal punto di vista contenutistico, anche l’effervescenza dello stile sembra un po’ afflosciarsi in favore di una narrazione meno originale. Gli espedienti narrativi, come la ribellione degli intellettuali nei confronti dei roghi di libri oppure il saluto romantico di Arianne a Senzamotivo, sono logorati dall’usura di autori che ne hanno già usufruito in abbondanza, rendendo la seconda parte del romanzo un po’ più debole della prima.

Nel complesso, Ali di ruggine è comunque una lettura piacevole e divertente, che strappa più di un sorriso e dimostra le potenzialità di un giovanissimo autore dalla penna sardonica ma attenta ai dettagli. È difatti impossibile non scorgere i cammei che l’autore dedica a esponenti del cantautorato italiano, in special modo l’accenno alla sublime descrizione del “Giudice” di Faber o l’atto eroico di un Ottone di Gucciniana memoria.
Peccato per le piccole sbavature di forma disseminate lungo la narrazione: le ripetizioni, gli errori nei verbi, la punteggiatura che qua e là manca e la tendenza a spezzettare troppo le unità narrative guastano un po’ il piacere di una lettura altrimenti agile e fluente.

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FADDA, Luca – Bentesoi

Titolo: Bentesoi
Autore: Luca Fadda
Editore: Nulla die
Genere:
Pagg: 268
Prezzo: € 20,00
ISBN: 978-88-97364-64-1

VALUTAZIONE: discreto

L’amore è una finestra che si spalanca sulla vita, portando una ventata d’aria fresca. Ma quando la tempesta si scatenerà e verrà il momento di richiudere le imposte, lo si farà tentennando nella speranza che si plachi, fino a che non sarà troppo tardi. Le conseguenze di quel gesto intempestivo saranno danni irreparabili. Del persistente mutamento di questo sentimento si percepisce in maniera nitida solo la fase terminale, il suo divenire qualcosa che, a quel punto, non ha più niente in comune con la pulsione originaria, se non il medesimo oggetto, ora obiettivo di un’immorale ossessione. Una diversa ragione di vita, figlia della follia e della solitudine interiore, che non distingue più la realtà del mondo da quella raccontata nelle parole di un intimo diario. Pagine che inesorabili riportano la genesi di quel cancro che consuma l’anima, istigando a cercare la pace in un pindarico ritorno alle origini che non sarà mai indolore. Per nessuno.

Anche se nella vita ognuno deve seguire la propria strada, non possiamo fare a meno di legarci affettivamente a quelle persone che sentiamo simili; e fra queste, le amicizie più strette e più antiche diventano parte integrante della nostra stessa vita. Se due strade troppo strette si dividono, la separazione che ne scaturisce può sembrare un abisso invalicabile. Si corre il rischio di cadere e perdersi, se si rimane troppo a lungo fermi a cercare quel che si è perduto.
Quando i suoi amici Angelo e Marina scelgono di lasciare la Sardegna, Sergio vuole restare ancorato alle sue radici; ma si ritrova improvvisamente immerso in un vuoto incolmabile, che toglie ogni senso alla strada che ha davanti e che ora sente di odiare. Il dolore della separazione si mischia a invidie, alla solitudine e all’amore per Marina così a lungo represso.
Col passare degli anni Sergio sprofonda in una vita di cui non riesce più a trovare una ragione, schiavo di pensieri e recriminazioni che sfoga in un diario solo per continuare a rileggersi; alla lunga distrugge gli affetti e i ricordi, lasciandolo in preda alle parti più basse dell’animo umano.

La storia ruota attorno alle figure dei tre amici ma l’unico vero protagonista è Sergio, di cui si seguono gli eventi della vita e il progressivo decadimento morale; è seguito da due punti di vista: all’esterno dal narratore e all’interno da brevi stralci del suo diario. Sergio inizia a essere interessante quando inizia a diventare un personaggio negativo; tuttavia manca un approfondimento dell’evoluzione mentale che, negli anni di solitudine, l’ha portato al suo punto più basso. Il poco che viene descritto non è sufficiente ad approfondirne le fasi di decadimento, e quindi a farlo davvero conoscere al lettore.
Angelo e Marina sono personaggi abbastanza lineari e non riescono a far da contraltare a Sergio, che rimane quindi l’unico personaggio sviluppato della storia. Anche i brevi momenti di approfondimento sulla vita di Angelo ne svelano la piattezza: un ragazzo brillante di discreto successo, che realizza il suo status sociale con l’acquisto della Mercedes dei suoi sogni, ma continua a tenere la carriera davanti al concedersi il desiderato primo figlio.

La narrazione, in terza persona, è dedicata quasi per interno alla storia di Sergio. Raramente si lascia il punto di vista di Sergio per raccontare la situazione all’esterno.
La narrazione è oggettiva, e l’introspezione è affidata all’alternarsi dei passaggi del diario di Sergio, che ne svela i sentimenti più profondi e le intenzioni, a volte quasi anticipando i pensieri del personaggio stesso.
L’esposizione procede con uno stile chiaro e curato, e accompagna con ritmo veloce la lettura. Ci sono però diversi elementi che andrebbero rivisti o eliminati: l’autore usa spesso frasi fatte ed espressioni proverbiali, descrive scene che (per scelta o semplicità) fanno scadere la narrazione nel cliché, e spesso ripropone più volte gli stessi concetti o pensieri, quando una volta dovrebbe essere sufficiente.
Di tutt’altro registro è il linguaggio del diario, elaborato, metaforico e complesso, come a rappresentare l’intrico della mente di un Sergio sempre più irraggiungibile. È molto interessante il grosso cambiamento di stile, e riesce a rendere bene la divisione fra i due punti di vista. Tuttavia si accusa una stonatura proprio per questa differenza: se dalla narrazione Sergio sembra piuttosto diretto e chiaramente oscuro, la scrittura del diario lascia supporre un personaggio diverso, più ermetico e incomprensibile; insomma molto bene la differenza, ma sembra troppa.
Un ultimo appunto va fatto sui dialoghi, che risultano poco incisivi, spesso dilungati. Il testo è più vicino al linguaggio parlato rispetto a quello scritto, ancora carico di elementi lessicali che non sono adatti alla lettura.

L’intreccio scorre abbastanza fluido, e Fadda riesce a tenere il lettore sul filo della storia fino alla fine. Le situazioni che si susseguono, sempre più particolari e insolite, spingono in avanti la lettura, e il meccanismo del genere thriller ne è rafforzato.

Riguardo allo stile, il libro avrebbe bisogno di un’ulteriore stesura, mettendo più attenzione al linguaggio e all’uso di cliché, eliminando le porzioni ridondanti della narrazione e snellendo i dialoghi. Tutta la prima parte non sembra apportare un significativo approfondimento dei personaggi, e al punto che la storia potrebbe iniziare da momento in cui Sergio e Angelo si rincontrano a Milano.
È interessante come il racconto segua la discesa psicologica di Sergio, ma l’impatto introspettivo espresso dal diario non è sempre supportato dai fatti altrettanto profondi; per rendere al meglio la storia interna del personaggio sarebbe servito un intreccio più fitto e un carattere più complesso e meno comprensibile. Ciononostante, con la voce interiore espressa dal diario, Fadda riesce a dare una buona profondità almeno al protagonista.

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Salone Internazionale del Libro di Torino 2012

Un brevissimo post per informarvi che domani, sabato 12 e domenica 13 maggio, Amelia e Maga Magò saranno al Salone del Libro di Torino, sia come autrici Nulla Die sia come rappresentanti di Mondoscrittura. Per chi volesse assistere alla presentazione dei loro romanzi, o semplicemente chieder loro informazioni, ecco come trovarle:

Domenica 13 maggio alle ore 11 in punto, al Salone del Libro di Torino, presso l’area gestita da Simplicissimus Book Farm nello stand della Regione Marche – Padiglione 3 Stand Q-R 121: Nulla Die presenta “Lusores – Calciatori” di Cristina Lattaro e “La catena” di Greta Cerretti.

Non mancate, vi aspettiamo numerosi!

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[VETRINA] LUSORES, Cristina Lattaro

Titolo: LUSORES
Autore: CRISTINA LATTARO
Editore: NULLA DIE
Pagine: 150
Prezzo: Euro 15,00
Prima edizione 2012

ISBN: 978-88-97364-41-2

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Lusores può essere ordinato in libreria, acquistato direttamente sul sito della casa editrice senza spese di spedizione oppure sui principali store on-line:
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TRAMA:
Catello Saggi è un talentuoso attaccante, desideroso di una vita diversa da quella del padre, operaio nei cantieri navali. Settimio Mari è figlio del patron del Reate, una squadra di serie B. Colto e benestante, Settimio è perfettamente integrato con il team sul campo e mantiene un pretenzioso distacco dai compagni in tutti gli altri momenti. Cede, però, al richiamo di Catello: il rapporto fra i due sfocia in una storia d’amore il cui fragile equilibrio è messo alla prova dalle indagini della polizia sulla sospetta promozione del Reate in serie A. Settimio intraprende allora una riflessione serrata sul suo presente e sul suo passato che lo indurrà a riconsiderare ruoli e atteggiamenti e a compiere, così, scelte drammatiche e inaspettate.

LA PAROLA ALL’AUTORE:
Quando vivevo con i miei genitori e mia sorella, c’era un giorno della settimana (allora esclusivamente la domenica), in cui era praticamente impossibile parlare con… mia madre. Insegnante tifosa della Lazio, non perdeva nessuna trasmissione sportiva a base di dibattiti con personaggi come Mosca o un tizio con i capelli tinti di rosso di cui non mi ricordo il nome. Ma nel giorno del Signore era intrattabile, concentrata su un canale della radio pro-Lazio per godersi i pre-partita, sbilanciata in avanti davanti al televisore per intercettare gli spezzoni in diretta (naturalmente, l’emittente radio sempre live). Le cose sono peggiorate quando mia sorella è stata presa nella rete, perché pure a tavola non si poteva stare tranquilli, meno che mai durante il periodo del calciomercato. Poi ho contribuito anch’io portando in famiglia un suocero bianco-azzurro e pure duro d’udito così la domenica dai suoceri era pure peggio di quella a casa mia.
Bilancio: madre, sorella, suocero laziali. Marito soft romanista. Io, mio padre e la suocera vittime.
In Lusores, i giocatori che si amano e rimangono invischiati in diversa misura da un’inchiesta sul calcioscommesse, sono del Reate, invece. Reate è l’antico nome della mia città natale, Rieti, capoluogo dell’alto Lazio, giustappunto.
Mia madre è esperta di latino, da cui il titolo in latino del libro che le ho dedicato.
Naturalmente la casa dei miei genitori e quella di mia sorella parlano biancazzurro in ogni stanza. Sveglie biancazzurre, statuette con l’aquila, gagliardetti, cappellini e bandiere. Uno dei quattro fratelli di mia madre, pure, è laziale e a volte carica mia madre e mia sorella e se le porta a Roma, allo stadio. Santo subito!

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[VETRINA] LA CATENA, Greta Cerretti

Titolo: LA CATENA
Autore: GRETA CERRETTI
Editore: NULLA DIE
Pagine: 164
Prezzo: Euro 16,00
Prima edizione 2011
ISBN 978-88-97364-13-9

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DOVE ACQUISTARLO:

La Catena può essere acquistato direttamente sul sito dell’editore senza spese di spedizione oppure sui principali store on-line:
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QUARTA DI COPERTINA:
Quando il nonno è morto, è andato in cielo oppure gli hanno fatto il funerale?” Beata la semplicità dei bambini, beata voglia di comprendere tutto in un momento. […] Una sola domanda, le cui risposte sono intrise di storia personale, riti della cultura, quesiti millenari sulla religione e sull’aldilà. […] Cinque anni, occhi frangiati che si specchiano nei miei, simili ma non uguali: i suoi sono di una tonalità verde muschio, con striature castane, i miei di un nocciola intenso tendente al nero. Ciò che li rende diversi, per davvero e per sempre, non si potrà mai vedere attraverso il senso della vista. Se il Dio di Isacco avesse voluto punire la donna e l’uomo con vera ira, avrebbe detto all’ambiziosa Eva: “Ti ammalerai di una malattia cronica e incurabile.” E avrebbe aggiunto, rivolgendosi all’ingenuo Adamo: “Resterai al capezzale di questa donna, la vedrai deperire giorno dopo giorno senza che le tue cure possano aiutarla. “Questo è il vero dolore, il dolore imperfetto che non concede requie. La malattia cronica che ti logora e non termina, come la Salerno-Reggio Calabria, con una splendida vista sul mare di Sicilia.

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[VETRINA] LA SAGGEZZA DEI POSTERI, Cristina Lattaro

Titolo: LA SAGGEZZA DEI POSTERI
Autore: CRISTINA LATTARO
Editore: NULLA DIE
Pagine: 418
Prezzo: Euro 23,50
Prima edizione 2011
ISBN 978-88-97364-16-0

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QUARTA DI COPERTINA
Claudio Zeppe, come i suoi antenati, ha una particolare abilità nel trovare l’acqua, ma non è un rabdomante. Si è arruolato e ha raggiunto l’Afghanistan nel 2003, al seguito della spedizione italiana ISAF, per scavare 500 pozzi. Sette anni dopo, da civile, dovrà ricostruire nei dettagli cosa accadde dopo l’assalto subito dal convoglio militare italiano diretto a nord di Herat. Un attacco sferrato da un pugno di predoni, ma progettato da un essere senza morale che la sua famiglia chiama da generazioni l’uomo del pozzo.

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CERRETTI, Greta – La catena


Titolo: La catena
Autore: Greta Cerretti
Genere: Narrativa
Editore: Nulla die
Pagine:158
Recensione a cura di: Grimilde

‘La catena’ è un viaggio dentro la malattia intesa come unica ragione di vita e di morte, una malattia che come il mostro delle favole ammanta con la sua ombra orrorifica e imponente tutto quello che prima di lei è stato, e tutto quello che dopo di lei sarà.
La malattia, la catena, è protagonista indiscussa del romanzo; i personaggi che si muovono sullo sfondo vivono le proprie vite in funzione della catena stessa, sia quelli che ne sono direttamente coinvolti, sia quelli che appena la sfiorano.
Pur essendo un romanzo largamente introspettivo, non ci sono grossi nodi da sciogliere; ad accompagnare la vita di Sofia infatti, oltre alla catena c’è anche un’alleata preziosa: la consapevolezza.
Sofia, figlia soffocata, moglie adorata e madre premurosa, grazie anche al percorso di supporto psicologico seguito negli anni è perfettamente conscia delle cause del suo malessere e delle motivazioni che la spingono ad affrontare la vita affacciata a quella stessa finestra a cui un tempo si affacciava sua madre: una finestra spalancata sulla paura, sull’angoscia, sulla rassegnazione, che fa di Sofia una spettatrice passiva di fronte allo scorrere inevitabile degli eventi.

Il delicato rapporto con il padre, prima e unica vittima della catena, condiziona infatti la sua vita in maniera apparentemente irreversibile. La rabbia di Sofia nei confronti di quell’uomo incapace di vivere la propria condizione di malato con dignità, mescolandosi al grande dolore per la perdita, intreccia i fili di un’esistenza in cui Senso di Colpa e Paura della Morte non lasciano spazio a Vita di Sofia.
L’ineluttabilità della fine, intesa non soltanto in senso materiale ma soprattutto morale, vela con una patina scura e asfissiante il suo quotidiano e quello delle persone che le ruotano attorno, al punto che quella stessa consapevolezza, indispensabile e fidata amica, si rivela un ostacolo nella lunga corsa verso la speranza. Sofia infatti, sempre proiettata nel disperato tentativo di apparire razionale e concreta per proteggere se stessa e i suoi cari dal dolore, perde di vista il fatto che in tutte le favole, prima o poi, arriva l’eroe a liberare la principessa prigioniera.
Il suo eroe, che fisicamente assume i connotati del marito Mario e psicologicamente quelli di una fede ritrovata, le regalerà la speranza di una vita libera dagli anelli della catena.

I personaggi sono la colonna portante di quasi ogni opera letteraria. Sono loro che portano avanti l’azione, il racconto stesso, determinando le diverse situazioni, i diversi ruoli, sono loro che analizzano le differenti personalità e devono pertanto essere a loro volta analizzati minuziosamente dall’autore, tenendo conto di tutti gli elementi che contribuiscono a caratterizzarli. Ne ‘La catena’ i personaggi sono uno dei punti che ho trovato più controversi. Se da una parte si può affermare che siano complementari uno all’altro, dall’altra la caratterizzazione soffre di un difetto piuttosto evidente già dalle prime pagine: la troppa somiglianza tra tutti i protagonisti, somiglianza che si palesa non tanto nelle azioni, che si differenziano a seconda del carattere dei singoli, quanto nel modo di esprimersi e di relazionarsi con il lettore.
Anche se le reazioni di fronte alla catena sono diverse per ognuno, di fondo sembra esserci una comunione di espressività che non riesce a diversificarli abbastanza. Leggendo le varie sezioni del libro, nonostante sia apprezzabile lo sforzod’immedesimarsi di volta in volta nei vari personaggi arrivando a costruire una narrazione poggiata su più focalizzazioni differenti, si ha l’impressione che ci sia un unico punto di vista che infilandosi in panni sempre diversi provi a raccontare come tutti potrebbero aver vissuto la catena, e non come tutti l’abbiano realmente vissuta.
La necessità di caratterizzare al meglio i propri protagonisti nasce anche da una base di narratologia, in cui vengono distinte tre figure principali: il protagonista, l’antagonista e l’oggetto. Se si guarda a ‘La catena’ in quest’ottica, considerando Sofia come personaggio principale, gli altri faticano a trovare una propria e indipendente dimensione all’interno della storia, arrivando a sembrare più dei pianeti illuminati dalla stella di Sofia che figure in grado di brillare di luce propria.

Il lessico appare ampio e ben plasmato al contesto, nonostante si noti la ripetizione di alcuni termini piuttosto ricercati ricorrenti in più punti della narrazione (per esempio l’uso di caleidoscopio / caleidoscopico). Lo stile però è un po’ troppo carico, soprattutto nei passaggi in cui s’insiste nel descrivere la ‘concettualità astratta’ di sensazioni e sentimenti, che appesantiscono l’economia del racconto.
Tra un episodio concreto e il successivo, l’astrattismo di pensiero, con relative metafore e didascalie, a volte è troppo insistito e inquina la scorrevolezza della lettura. Il titolo stesso del romanzo è una metafora, seppur perfettamente azzeccata: la malattia vista come una catena che con i suoi anelli imprigiona chi ha la sfortuna d’incontrarla, direttamente o indirettamente.

L’ambientazione è ottimamente tracciata, piena e corposa anche nelle sequenze che descrivono situazioni più fredde e asettiche. Viene fatto un uso sapiente e centellinato di aggettivi significativi e azzeccati, che rendono al meglio profumi e colori, immergendo il lettore nella scenografia e dandogli l’impressione di poterla quasi toccare.

‘La catena’, come tutti i testi che trattano argomenti delicati e fin troppo personali, non è per niente un romanzo facile. È un’immersione in apnea in un mare che nessuno vorrebbe mai navigare, un mare denso e oleoso che ti paralizza e condiziona i tuoi pensieri, oltre che le tue mosse: il mare del dolore. Dolore inteso in senso totalitario, fisico e psicologico. Dolore che ti rode lentamente fino a renderti irriconoscibile agli occhi degli altri. Dolore che convive con te da sempre, al punto da arrivare a considerarlo un alleato, quasi un amico fidato. Dolore di cui hai bisogno, perché è l’unico modo di vivere che conosci. Dolore che ti trasforma, che ti plasma a sua immagine e ti rende qualcosa di diverso, qualcosa che non vorresti essere ma che per forza di cose sei costretto a diventare, per illuderti di riuscire a difenderti.
Non v’è dubbio che il romanzo sia principalmente introspettivo, ma un romanzo narrativo è tale quando racconta una storia, anche se questa funge da spunto per parlare d’interiorità; ‘La catena’ una storia ce l’ha, una storia assai difficile da gestire, una storia triste, nell’accezione più ampia del termine. Una storia consapevole, che ti stringe tra le sue spire e ti porta a riflettere sulle sue conseguenze.
La concettualità che esprime è paragonabile all’effetto che fa in chi lo legge: ha la forza dirompente di un pugno nello stomaco ma le conseguenze di una malattia cronica, che ti s’infila dentro e non ti molla. Seppur breve, ha bisogno di tempo per essere letto, e altrettanto tempo per essere assimilato. Leggerlo tutto d’un fiato porterebbe il lettore a soccombere sotto il peso dell’angoscia che Sofia si porta dentro e che permea il testo dal principio fin quasi alla conclusione.
‘La catena’ va presa a piccole dosi, proprio come quella medicina che potrebbe sconfiggerla, solo così si riescono a coglierne le sfumature e ad apprezzare il messaggio di speranza con cui si conclude.

VOTO [rating=6]

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Il fosso bianco, M. Bertarelli – RECENSIONE

Titolo: Il Fosso Bianco
Autore: Massimo Bertarelli
Editore: Nulla Die
Genere: Romanzo
Pagine: 139
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-97364-12-2

TRAMA

I protagonisti di questo romanzo, Mino e Uomo, sono distanti tra loro nello spazio ma soprattutto nel tempo: Mino è un uomo moderno, mentre Uomo è un uomo preistorico. Entrambi intraprendono un viaggio, spinti da pulsioni differenti: per Mino si tratta di una fuga dal dolore fisico e psicologico, mentre Uomo è governato da un indomita sete di avventure. Giungeranno in un luogo inaspettato, un luogo fisico e mentale, simbolo della libertà e della liberazione: il Fosso Bianco. Uomo potrà goderne incondizionatamente, scoprendo la spiritualità e anche la più dura delle lezioni: la linea sottile che separa il cacciatore dall’assassino. Mino troverà il Fosso Bianco senza poterlo vedere realmente, una promessa di quiete e felicità che gli viene negata dalla sorte.
Un’imponente massa bianca calcarea dell’Amiata è destinata a macchiarsi di rosso, ripetutamente, a simboleggiare lo scontro perenne tra l’essere umano e la natura.

PERSONAGGI

La psicologia dei personaggi è ben lavorata, viene dato ampio respiro a quelle che sono le emozioni in tutte le loro espressioni: rabbia, dolore, amore, esaltazione. Pregevole è la capacità dell’autore di rendere vivo e pulsante il pensiero di Uomo, dotato di una capacità di interpretazione della realtà ancora ingenua e pura, come la natura che attraversa. Anche Mino conserva uno spazio vergine nella propria mente, spazio che viene messo a dura prova dai  giochi del destino.
Personaggi ausiliari sono Lisa (moglie di Mino), Matteo il tossicodipendente, i suoceri di Mino e i compagni cacciatori di Uomo. Si tratta personaggi costruiti ad hoc per puntellare la trama, i quali si limitano ad assolvere la loro funzione di catalizzatori e attivatori di eventi, privi di uno spessore psicologico strutturato.

STILE E FORMA

La notevole capacità affabulatoria dell’autore tiene viva l’attenzione e il desiderio di proseguire nella lettura. Lo stile è semplice, lineare, privo di fronzoli inutili e totalmente diretto verso l’obiettivo. L’ambientazione è ben strutturata, accompagna il lettore in un viaggio fisico attraverso le terre della Val D’Orcia, oltre che in un viaggio mentale, attraverso il mondo interiore dei protagonisti.

GIUDIZIO

Nel leggere il Fosso Bianco, partivo svantaggiata: essendo nativa del luogo, l’immagine di copertina mi richiamava alla mente una bellezza naturale conosciuta, spesso sfruttata a livello pubblicitario. Difficile sostituire quell’icona con un soggetto narrativo, per lo più protagonista. Eppure l’autore è riuscito nel non facile intento di produrre meraviglia e stupore per ciò che mi era noto.  Mano a mano che mi addentravo nella trama, ho avuto modo di osservare le mie stesse terre attraverso gli occhi di chi le vedeva, annusava e odorava per la prima volta. Il risultato è stato quello di meravigliarmi ed emozionarmi di fronte al Fosso letterario al punto di sentire l’esigenza di tornare a visitarlo lì dove si trova, alle pendici del Monte Amiata.
Consigliato per tutti coloro che si emozionano ascoltando una canzone e guardando le bellezze della natura.