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Ragion della critica (im)pura

Ah, quanto mi piace giocare con le parole… per chi non avesse colto il ludico titolo mi sento ancora abbastanza buona da spiegarlo. Alla fine di quest’articolo però potrei non esserlo più, quindi meglio che lo faccia subito. Il buon vecchio Kant nel suo “Critica della ragion pura” offriva un’analisi critica dei fondamenti del sapere. Io invece oggi voglio farvi sapere la mia idea circa i fondamenti di un’analisi critica. Insomma, parliamo ancora di recensioni.

Non è la prima volta che Mondoscrittura affronta l’annoso argomento: abbiamo già detto cosa sono le recensioni, o meglio, cosa dovrebbero essere, e a cosa servono. Eppure quotidianamente m’imbatto in discussioni più o meno costruttive sull’effettiva potenza della critica. Per un fenomeno che potrei definire curioso – se non sapessi che in realtà è patetico –  sembra che le recensioni portino a conseguenze diametralmente opposte a seconda del contenuto: quando sono positive, la maggior parte delle volte non servono a niente e non se le fila nessuno. Quando sono negative invece, quasi sempre contengono un potenziale distruttivo pressoché infinito attirando frotte di paladini che avanzano con gli scudi levati. Paladini inviati ovviamente dall’autore o dall’editore di turno, che spesso sostengono quanto una recensione negativa, seppur motivata e razionale, sia capace di radere al suolo in un istante la carriera di uno scrittore emergente dalle sicure prospettive. Sicure?

Ci è stato recriminato di non essere politically correct perché nelle nostre recensioni ci capita spesso di dire la verità. Questo perché a mio parere si è perso il senso ultimo della recensione, visto che da un po’ di tempo si assiste al dilagante fenomeno del più sfrontato e imbarazzante marchetting che viene fatto passare per critica. Oppure a un’altra spiacevole attitudine presente in molti pseudoblog del settore che mira a recensire testi limitandosi a esporne la trama e i personaggi principali, senza che il critico di turno si sbilanci in alcun modo nel dare un giudizio per non inimicarsi lo squadrone dell’autore. Peccato che il verbo recensire derivi dal latino e significhi proprio esaminare. Peccato che la recensione sia proprio l’analisi dell’opera nel suo complesso, con annesso giudizio, positivo o negativo che sia.

Per tornare sull’argomento recensioni, oggi prendo spunto da un testo di Melfino Materazzi e Giovanni Presutti del 1999 intitolato “Nonsolotema. Guida alle nuove prove scritte di italiano per la maturità. No, non ho nostalgia dei miei diciott’anni (occhio al naso… BUGIA! Ne ho tantissima, anche se questo non interessa nessuno…) ma in quest’opera c’è un capitolo che ritengo particolarmente significativo, sia per gli autori che si accingono a pubblicare e intendono chiedere delle recensioni, sia per chi le recensioni le redige.

il recensore si pone tra l’autore e il lettore e il suo scopo è invitare alla lettura di un libro e confezionarne una “pre-lettura”. Il giudizio critico espresso dal recensore si basa sulla sua “enciclopedia”, ossia sul suo patrimonio di conoscenze e orientamenti critici e ideologici.

La recensione è dunque un testo interpretativo-valutativo, la cui struttura consta di tre elementi fondamentali:
a) una parte a carattere informativo, con notizie sull’autore, titolo del libro, casa editrice, anno di pubblicazione, eventualmente il prezzo di copertina;
b) una parte a carattere interpretativo, dove si specifica il genere letterario cui appartiene l’opera. In caso di opera di tipo narrativo, si accennerà alla trama, ai temi e ai motivi affrontati dall’opera, alle soluzioni di linguaggio e di stile, adottate dall’autore. Per argomentare le proprie tesi l’estensore della recensione potrà riportare citazioni dirette dall’opera esaminata;
c) infine una parte a carattere valutativo, consistente nel giudizio sul valore estetico e comunicativo del libro recensito.

La recensione dovrebbe essere un testo breve, che si prefigge di informare, spiegare e valutare. Il recensore accorto, nel proprio lavoro, si servirà di alcune tecniche nella redazione del suo testo:
a) lettura selettiva: il recensore selezionerà di un’opera i passi che egli ritiene significativi;
b) uso di relazioni intertestuali: l’estensore farà riferimento ad altri testi conosciuti dal pubblico dei lettori;
c) uso di strutture lessicali e sintattiche particolari: chi scrive la recensione ricercherà un giusto equilibrio fra linguaggio tecnico ed esigenze di leggibilità.

PREMESSA: forse è superfluo specificarlo, ma forse no. La prima cosa che un recensore deve fare è LEGGERE. Ma leggere tanto. Imparare a considerare la lettura non più solo come un piacere, ma anche come un lavoro, da affrontare con serietà e precisione. Perché un giudizio imparziale può scaturire solo dal confronto, dalla conoscenza. La lettura e la critica “di mestiere” non si discostano dagli altri mestieri, dove la competenza e l’abilità si acquisiscono soprattutto con l’esperienza.

Innanzi tutto lasciatemi dire che all’inizio di questo breve inciso c’è una frase che non mi trova del tutto concorde: il giudizio critico espresso dal recensore si basa sulla sua “enciclopedia”, ossia sul suo patrimonio di conoscenze e orientamenti critici e ideologici.
Se da una parte è indubbio che la recensione esprima sempre il punto di vista di chi la fa, dall’altra è altrettanto vero che la critica occupa una posizione intermedia tra l’opera e il pubblico. E il pubblico, quanto più è allargato tanto più è appiattito sui principi del senso comune. Per questo ritengo che una simile affermazione sia pericolosa. Credo che il giudizio critico non possa basarsi esclusivamente sull’enciclopedia del recensore, perché egli fa parte del pubblico, e in quanto pubblico, il suo giudizio sarà viziato da ciò che il senso comune impone. Una buona critica invece dovrebbe rimanere aderente a quelli che ormai possono essere considerati canoni universali da prendere in considerazione, perlomeno per la narrativa. Quali sono dunque questi canoni?

Una cosa nelle parole di Materazzi e Presutti è fondamentale: il recensore si pone tra l’autore e il lettore e il suo scopo è invitare alla lettura di un libro. In altre parole, il recensore dovrebbe essere in grado di consigliare o meno la lettura dell’opera in questione. E come potrebbe essere in grado di farlo se non possiede i rudimenti della critica? Possibile limitare tutto a “è bello” oppure “fa schifo”? No, non è possibile e non è giusto, perché dire che un libro è bello o che fa schifo è un giudizio del tutto opinabile e soggettivo. Perché è necessario argomentare le proprie tesi con spiegazioni mirate che vadano oltre il semplice gusto. E l’oggettività si raggiunge solo attraverso la conoscenza della materia.

In primis quindi, chi scrive una recensione dovrebbe conoscere il genere in cui il romanzo è inserito: l’analisi di un poliziesco, per esempio, per forza di cose sarà molto diversa da quella di un fantasy, perché sono gli elementi peculiari, i topoi, le caratteristiche dei due generi a essere profondamente differenti, così come differenti sono gli approcci stilistici: se leggo un poliziesco che si perde in prolisse descrizioni di ambientazioni o divagazioni sui generis, del tutto inutili ai fini della fruibilità del romanzo, sarà inevitabile evidenziare che l’autore non è stato in grado di imprimere il giusto ritmo alla propria esposizione, che non è stato capace di mettere in risalto gli elementi chiave del genere annegandoli in un mare di futilità.

A questa considerazione se ne aggancia un’altra, riservata agli autori: evitate l’invio selvaggio e selezionate con attenzione i destinatari delle vostre richieste di recensione. Perché se avete appena terminato di scrivere un noir dai risvolti introspettivi e lo mandate alla blogger tiziacaiastellineebacetti il cui sito è zeppo di cuoricini sbrillucicosi e recensioni di chick-lit o young adults, probabilmente la povera ma volenterosa tiziacaia non avrà i mezzi necessari per offrirvi un giudizio critico esaustivo e competente, perché magari preferisce leggere altro rispetto al vostro noir introspettivo. Soprattutto, prima di inviare un testo in recensione, date un’occhiata al tenore delle recensioni già presenti su quel sito: potreste scoprire che l’ipercriticità di quel recensore non è nelle vostre corde, o al contrario, che le argomentazioni a supporto delle sue critiche non vi convincono e potrebbero risultare penalizzanti per il vostro romanzo.

Pensiamo poi che un romanzo si definisce tale quando di esso presenta almeno la struttura: in questo articolo di qualche mese fa ve ne ho già parlato. Viene dunque da sé che un testo privo di una o più di queste componenti, sia un testo che parte già con una marcia in meno rispetto a un’opera meglio costruita. E no, il discorso “l’arte è soggettiva, non può essere confinata e io sono un’artista” non regge: l’arte della scrittura come tutte le arti risponde a delle convenzioni che prima di essere scardinate devono essere assimilate, messe in pratica e ottimizzate. Poi, e solo poi, eventualmente, ci si potrà permettere di uscire dal seminato che qualcuno, di sicuro molto più illustre di noi, ha tracciato proprio per evitare di farci commettere errori.

L’analisi dei personaggi è indubbiamente una delle componenti fondamentali di una recensione, considerando che sono proprio i personaggi il vero motore della macchina narrativa. Ma attenzione, il giudizio non può basarsi sui sentimenti che i personaggi suscitano nel lettore, perché anche qui si entrerebbe nel soggettivo, senza considerare che spesso quando un autore restituisce un personaggio odioso, lo fa con cognizione di causa. L’esame di un personaggio deve invece basarsi su criteri più oggettivi quali lo spessore, la verosimiglianza, la coerenza, le qualità specifiche che permettono al lettore di distinguerlo dagli altri personaggi. Se in un romanzo ci capita di confondere il principe azzurro con lo stalliere della principessa, a meno che il principe non sia soggiogato da un incantesimo che lo costringe ad assumere una doppia identità, significa che nella caratterizzazione messa in piedi dall’autore c”è qualcosa che non funziona.

Un fattore imprescindibile da considerare è la fluidità della lettura, facendo bene attenzione a non cadere nell’errore di considerare un romanzo fluido come un romanzo leggero o peggio ancora, superficiale. Una scrittura fluida può essere morbida, avvolgente, seduttiva come può essere incalzante, martellante e rapida. Un romanzo fluido può contenere anche mille pagine ed essere scritto talmente bene da farle bere al lettore come fossero cento. Avere una scrittura fluida vuol dire lasciar scorrere le parole senza mai incartarsi su di esse, vuol dire dare piacere agli occhi di chi legge senza mai costringerlo a fermarsi su periodi troppo complessi, dal punto di vista del significato o della costruzione. Una scrittura fluida è quella talmente tecnica da sembrare spontanea. In altre parole, una scrittura fluida è quella che incolla il lettore alle pagine e gli fa guardare l’orologio esclamando “CACCHIO! Ma è già passato tutto questo tempo???”
E a proposito di costruzione, discorso a parte lo merita proprio la costruzione formale e stilistica: credo di non dover essere io a dire che un testo che presenta errori sintattici, grammaticali, ortografici o di qualunque altro tipo, sia un testo fortemente compromesso, che verrà letto con forte pregiudizio e probabilmente non verrà goduto come meriterebbe, andando a inficiare il parere complessivo.

Pensiamo anche che la narrativa non è la vita reale. La narrativa è finzione, è romanzo, è bellezza e orrore al tempo stesso. La narrativa in alcuni casi può simulare la realtà, ma non deve mai scimmiottarla. La narrativa, per quanto possa sembrare sacrilego, è soprattutto tecnica. Se i contenuti di un libro sono avvincenti ma sono scritti in maniera mediocre, quel libro non interesserà nessuno se non a chi l’ha scritto. E per l’autore quella può essere anche la storia più emozionante del mondo, perché è la sua, ma la verità è che al lettore non gliene frega niente di sapere che quella storia è vera, o è frutto di anni di fatiche, perché quella storia non gli piace, punto. Il lettore vuole emozionarsi, vuole vivere in prima persona le vicende, vuole scoprire l’assassino prima dell’investigatore, vuole sentire l’orgasmo della protagonista, vuole vivere la storia fregandosene se sia autobiografica o completamente inventata. Le regole che muovono la vita reale non possono valere anche per la narrativa: ogni elemento in un romanzo deve essere introdotto con uno scopo preciso. Ogni situazione deve trovare il giusto scioglimento, ogni personaggio deve avere un ruolo definito. Per dirla con le parole di Cechov

se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.

Per dirla con parole mie, invece, in un romanzo non devono essere introdotti più elementi rispetto a quelli necessari. Ogni elemento piazzato nella storia deve avere una propria funzione; se quella pistola non spara, il lettore deve comunque percepire che ciò sia accaduto per un determinato motivo, che sia stato l’autore a scegliere in maniera consapevole e funzionale di non premere il grilletto.

In ultimo, voglio dire una cosa che dico spesso in privato a quegli autori che si sentono penalizzati dalle nostre recensioni: pubblicare un libro significa rendere pubblico qualcosa. E nel momento in cui si decide di rendere pubblico ciò che si è scritto, si deve necessariamente mettere in conto che il prodotto delle nostre fatiche potrebbe non essere perfetto come si pensa. Il fatto di aver trovato un editore disposto a pubblicare il nostro libro non significa che esso sia scevro da errori: ricordate sempre che la pubblicazione è solo il primissimo passo verso il sogno di diventare uno scrittore. 

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RUSSO, Rosario – Il martirio del Bagolaro

Titolo: Il martirio del Bagolaro
Autrice: Rosario Russo
Editore: Carthago
Genere: Giallo storico
Pagine: 151
Prezzo: 12 Euro
[xrr rating=3.5/5]

Suo padre, da tempo, era diventato tacitamente il capo famiglia ed il nonno lo lasciava fare, quindi che senso aveva un azione del genere? Del resto, all’apertura del testamento sarebbe stato lui solo l’erede universale; lo zio Saverio era sacerdote e non rimanevano più fratelli o sorelle, e denari non gliene mancavano comunque, dato che egli gestiva l’amministrazione di tutta la casa. Quindi, non poteva essere stato lui! Ma la grettezza nel simulare un incidente, per non incappare in qualche scandalo, restava lo stesso una cosa vergognosa. Ma con chi poteva confidarsi? La baronessa madre, sicuramente no, non sarebbe stata capace di convincersi che le cose erano andate diversamente da come si credeva; lo zio Vincenzo, manco a parlarne; forse lo zio Saverio. Ma il solo pensiero che il padre venisse a sapere la cosa, lo atterriva. Per il momento, forse, sarebbe stato più saggio stare zitto e vedere come finiva la cosa.

In quella che oggi è una città della provincia catanese, una volta residenza di nobili disposti a tutto per mantenere lo status, deboli con i potenti e potenti solo con i deboli, ovvero con chi non ha nessuno che li difende, muore per un colpo di fucile Lionardo Mancini. I suoi funerali sono paragonabili ai festeggiamenti in onore di San Sebastiano, tanta era l’influenza del barone sulla città di Aci Reale.

ATTENZIONE: SPOILER! SelectShow

Il testo parte subito bene, intenso e circostanziato. Un po’ prolissa la presentazione dei personaggi, ma è un giusto prezzo da pagare, altrimenti dipanare l’intreccio che da lì a poco verrà raccontato diventerebbe impresa ardua. Mi devo complimentare per la presentazione di Venera, poche semplici parole per descrivere un amore enorme, leggendo mi sono subito sentito partecipe e incuriosito dal sapere come lo sviluppo del flirt, restandone appagato e meravigliato allo stesso tempo.
Un giallo di ambientazione storica con una novità: il vero assassino lo si scopre subito, o almeno questo è quello che ho percepito.

ATTENZIONE: SPOILER! SelectShow

Purtroppo qualche difettuccio c’è. Quando si scrive in Italia ci si divide fra due fazioni, d eufonica sì e d eufonica no. L’Accademia della Crusca è notoriamente a favore del secondo schieramento e io pure. Sembra uno sbarramento alla lettura e in questo libro abbondano, anzi non ne manca nemmeno una.

Spesso ci si trova a leggere qualche vocabolo in dialetto siciliano, come dire “alla Camilleri”. Ma il papà di Montalbano lo utilizza in modo che esso sia chiaro e non venga equivocato o mal interpretato, per esempio non tutti sanno cosa sia una trazzera, bisogna essere nati in Sicilia o essere imparentato con un siciliano. “A tavula è trazzera” è un modo di dire semplice e inequivocabile, ma per chi è abituato a imbandire banchetti chilometrici tra gli ulivi o le palme, non per tutti.

I titoli dei capitoli sono altri modi di dire, ma forse sarebbe stato più proficuo tradurli non letteralmente ma piuttosto con l’equivalente italiano. Per esempio: A quartara va tanti voti all’acqua fino a quannu si rumpi, è più conosciuto nello stivale come Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.

In meridione spesso si trascura la sintassi della frase per trovare una forma più musicale, così che il complemento oggetto sia lontano dal predicato o il soggetto nascosto fra una miriade di complementi: spero che questa sia stata una scelta stilistica dell’autore in accordo con l’editore per accentuare la sicilianità del componimento.

Tutti questi possono anche essere pareri personali ma su un punto la soggettività si riduce: i dialoghi. Sono credibili, anche ben strutturati ma impaginati malissimo. Quando c’è un dialogo per sottolineare l’alternanza tra un interlocutore e un altro, è indispensabile andare a capo; se si procede diversamente il lettore è portato a credere che sia sempre lo stesso personaggio ad avere la parola.

A proposito di impaginazione, ci sono un bel po’ refusi, qualche virgola che non serve e altre che mancano, e non c’è armonia nel rientro al capoverso: o lo si mette sempre o non lo si mette, ma fin dall’inizio e non una volta no e tre volte sì.

Concludendo, il romanzo è piacevole e sono da elogiare le note finali, perché saziano alcune curiosità dello scenario, che nascono spontanee per chi non è del luogo e legge una storia che percorre feste patronali e il carnevale più bello di Sicilia.

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Sportello Strega nr. 1: perché farmi recensire?

Il primo di questa serie di post sui vari servizi editoriali e al target cui dovrebbero rivolgersi è dedicato alle recensioni: servizio tra i più richiesti. Forse perché gratis? Okay, domanda retorica.

Questo argomento è stato già oggetto di altri post, sviscerato e analizzato al microscopio. Tuttavia, persiste sia il misunderstanding tra recensione e valutazione, sia l’assenza di consapevolezza riguardo l’esordiente (e anche l’editore) che cerca una recensione.

Perché farsi recensire, dunque? Una recensione è una pubblicità. E perché dovrei decidere di pubblicizzare un prodotto? Per venderlo. Elementare? Sì e no. Perché quando parliamo di recensioni, l’assioma sembra farsi più sfumato, perdendo i contorni di etica e funzionalità.

Se decidiamo di acquistare una macchina, è logico aspettarsi che la casa di produzione paghi un’agenzia per la realizzazione di uno spot efficace, che tesse le lodi della vettura descrivendone pregi e prestazioni. È vero anche che spesso vengono organizzati dei week end di prova, test su strada che ci permettano di toccare con mano quanto potremmo decidere di acquistare. Con un libro non possiamo certo ‘provare prima di acquistare’, quindi dobbiamo affidarci a chi quella macchina l’ha già acquistata. Così è bene distinguere, quando leggiamo una recensione, se è stata fatta su commissione (spot a pagamento) oppure da lettori, più o meno competenti. Se volete che qualcuno parli del vostro lavoro (o di quello dei vostri autori) non avete altro modo che inviarglielo oppure pagarli perché lo pubblicizzino. Aspettare che lo peschino tra mille altri titoli pubblicati ogni anno è un’altra strategia, che può rivelarsi più o meno vincente.

Ora sono io a rivolgere a voi alcune domande: perché un autore dovrebbe voler vedere recensito un testo che non è ancora stato pubblicato? Che cosa potrebbe mai vendere al possibile acquirente? È come se la casa di produzione automobilistica pubblicizzasse un progetto in cantiere: a quale scopo? Oppure, ancora: perché un autore dovrebbe chiedere la recensione di un testo incompleto, ad esempio privo di ISBN? Che cosa fareste, voi, se dopo aver testato e acquistato la macchina, vi dicessero che questa non è stata immatricolata? In ultimo, perché un editore dovrebbe desiderare vendere le vetture, ma rifiutarsi di pubblicizzarle, mettendole tutte nel garage di casa propria e dicendo: se le volete, venite qui e compratele. Sono magnifiche, ma lo so solo io e il mio vicino di casa.

Perché un autore richiede una recensione di un testo inedito?

A- Non conosce la differenza tra recensione e valutazione
B-  Vuole sfruttare le indicazioni ricevute risparmiando su una valutazione
C- Non comprende che una volta reso pubblico il testo non è più inedito, quindi difficilmente una CE lo accoglierà in catalogo

Perché un autore autopubblica un testo senza ISBN?

A- Perché non conosce il significato dell’ISBN
B-  Perché vuole prima vedere i feedback al testo, per apportare eventuali modifiche prima di renderlo definitivo
C- Perché non distingue tra stampa tipografica e pubblicazione

Perché un editore sceglie di non inviare testi per recensioni, limitandosi a pubblicizzarli sul proprio sito?

A- Perché confida nella vendita ad amici e parenti
B-  Perché ritiene che le recensioni non incidano sulle vendite
C- Perché si aspetta che blogger e critici entrino a far parte del proprio bacino di acquirenti e lettori

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DI DIO, Diego – Condannati a morte

Titolo: Condannati a morte
Autore: Diego Di Dio
Editore: Milanonera
Pagg: 30
Prezzo: 3.07€ (ebook)

VALUTAZIONE: migliorabile

Massimo è un assassino, un killer sadico che passa le notti a uccidere anziani. Andrea è un traditore, uomo senza scrupoli che progetta di assassinare la moglie per ereditarne il patrimonio. Tonino è uno spacciatore, che sta per concludere un affare destinato a portare sull’isola un nuovo tipo di droga. L’assassino, il traditore e lo spacciatore: tre angeli neri che diffondono il male nei vicoli bui di una Procida gotica. Tre mostri che ignorano di essere solo pedine di un gioco, pezzi di un piano  orchestrato dalla mente implacabile della figura con falce e mantello, la signora che non perdona: la Morte.

Dopo un’eternità passata a raccogliere le anime alla fine della propria vita, la Morte stessa riceve la notizia che i suoi servigi non saranno più richiesti e che ha ancora cento anni di lavoro: un tempo che, visto con gli occhi di chi è sempre esistito, sembra poco più di un breve istante. Così la morte si siede mesta e, fumando una sigaretta, pensa a cosa le resta da fare. È questa l’ombra che il lettore sa aleggiare su Procida e sull’intreccio che si va formando nella vita di tre abitanti dell’isola: uno spacciatore, un aspirante vedovo, e un meccanico con un oscuro segreto.

Sebbene sia molto interessante lo spunto di una Morte fortemente umanizzata che riceve un avviso di licenziamento – un avviso dall’Alto  che non può essere contestato – e che lo affronta sedendosi a fumare, come una persona qualsiasi, nel racconto manca un approfondimento del carattere del personaggio che dovrebbe essere l’elemento chiave della storia. La profondità del personaggio finisce per essere affidata solo a un vizio che, ripetuto per l’arco del racconto, rischia di avere il sapore di una gag di humour nero.

I tre protagonisti Andrea, Massimo e Tonino rimangono più superficiali e stereotipati; da ognuno di essi non esce nulla che non ci si aspetti da personaggi di genere: il viscido timoroso, sposato per soldi che abborda ragazze minorenni in discoteca, il criminale con pochi scrupoli e la fama del più-cattivo-dell’isola, e un assassino seriale di vecchi di cui non si sa altro e che non riesce a incuriosire.

La forma del testo è semplice, esterna e descrittiva: se da una parte non si perde nella ricerca di uno stile estremo né nell’uso di un vocabolario elevato che sarebbe poco adatto alla storia narrata, dall’altra non riesce a aggiungere l’atmosfera che lo stile di narrazione dovrebbe portare. Il linguaggio molto comune (come si può ritrovare spesso su internet, in televisione o in molti romanzi di consumo) non dà carattere alla storia, così finisce per avere l’effetto opposto di banalizzarla. Anche lo svolgimento delle scene, narrato come sequenza di eventi, non riporta sui personaggi,  né crea pathos, né riporta mai al mistero della Morte che (il lettore dovrebbe ricordare) resta in attesa.

L’idea del racconto, svelata alla fine, che la Morte stessa giochi a solitario con le vite degli esseri umani, è un buono spunto che però non riesce a essere concretizzato nello svolgimento della storia.

L’intreccio dei tre personaggi manca di profondità e la lettura non riesce a essere trascinata da un climax, da un mistero da scoprire o da una tensione continua. Senza elementi che aggancino il lettore, la lettura perde di interesse; e il gancio del personaggio della Morte, introdotto all’inizio, è ininfluente. Nell’epilogo si scoprono nuovi elementi della storia ma è tardi per riprendere l’interesse.

L’effetto è che gli eventi del mondo reale sono troppo poco importanti rispetto all’incipit.  Da lettore mi chiedo “Perché lo scrittore mi ha narrato proprio questo?”: nonostante lo sconvolgimento nella vista della stessa signora Morte (elemento in scala assoluta-universale) il racconto parla delle vite di personaggi mediocri che finiscono in modo anche apparentemente casuale (scala minimale). Per ottenere un effetto migliore, oltre a caratterizzare meglio la vecchia mietitrice, sarebbe servito avere personaggi più profondi – non per forza ricchi o famosi, ma unici – che in qualche modo avrebbero giustificato l’interesse della Morte per loro.

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Bravo, bravissimo… ma chi ce lo dice?

Qualche settimana fa, nel post Autopsia di una recensione ho iniziato a sviscerare il tema delle recensioni, uno tra i servizi più richiesti (e più discussi) di Mondoscrittura.
Oggi vorrei compiere un passo in più, raccontandovi la mia esperienza di un altro, ahimè, dilagante fenomeno.

Quando inizio un romanzo, di solito mi astengo dal leggere anche la quarta di copertina, se questa invece di riportare un passo del testo ne descrive la trama. Lo faccio perché voglio arrivare al libro senza spoiler o anticipazioni di nessun tipo. Stesso vale per le sinossi inviate dagli autori. Una volta chiusa l’ultima pagina, e prima di iniziare la recensione, faccio un giro sul web per vedere cosa hanno detto gli altri. Lo faccio sia per testi classici sia per testi di emergenti e in particolar modo quando un testo non mi ha convinta. Questo non perché io mi lasci influenzare, ma perché sono consapevole di quanto una recensione negativa possa incidere su un autore esordiente, specie se autopubblicato. Infatti, se posso valutare con 2 stelline “Cinquanta sfumature di grigio” senza correre il rischio che la recensione incida sulle vendite del romanzo (né sull’ego dell’autrice) la stessa cosa non è vera per gli autori nostrani esordienti.

E qui accade una cosa curiosa. Per le recensioni di testi editi mi trovo quasi sempre in linea con quanto leggo: i giudizi possono espressi in maniera più o meno marcata, ma se ho rilevato ad esempio che i personaggi di un determinato romanzo risultavano stereotipati, lo stesso rilevano altri recensori. Mi riferisco sempre a siti che fanno recensioni e non “marchette”, ovviamente.

Le sorprese arrivano quando cerco il rating su siti di self publishing come ilmiolibro.it (solo per citare il più conosciuto).

Ecco comparire rating di 5 stelle su 5 per romanzi zeppi di errori grammaticali e sintattici, con gravi incongruenze sui tempi verbali, con una cura del testo a dir poco inesistente. E questo, prima ancora di arrivare ai buchi nella trama, alla piattezza dei personaggi, alla banalità dei dialoghi. Com’è possibile trovare solo lodi sperticate, anche se a dire il vero molto poco contestualizzate?  Dopo un primo attimo di stupore, ecco le ipotesi:

–       ho appena terminato di leggere un capolavoro della letteratura moderna e non l’ho capito?

–       chi ha commentato ha potuto leggere solo l’incipit, e sulla base di quello non è in grado di fornire un giudizio globale?

–       chi ha commentato, a sua volta, non conosce le basi della lingua italiana?

–       i commenti sono lasciati da amici e parenti dell’autore?

–   in questi siti gli autori costruiscono una sorta di “rete di supporto”, scambiandosi reciprocamente stellette per incrementare la vendita del testo?

Giro a voi, cari utenti, queste domande, dato che io un’idea me la sono fatta. E se volete un indizio-consiglio, per evitare di farvi abbindolare da troppo luccicare di stelline, prima di acquistare un testo così infiocchettato fatevi un giro sui social network e sui blog dell’autore. Qualche risposta potreste trovarla.

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Autopsia di una recensione

Tra i servizi gratuiti offerti da Mondoscrittura, di certo il servizio recensioni è quello più richiesto, sia dagli autori sia dagli editori.

In questa sede vorrei armarmi di bisturi e sezionare con voi questo spinoso, controverso e affascinante servizio. Qualcuno di voi potrà trovare ovvio qualche concetto, ma un anno di esperienza in Mondoscrittura mi ha insegnato che per tanti altri non lo è affatto.

In primo luogo, una recensione non è una valutazione. Ogni lettore al termine di un romanzo ha una propria opinione su quanto ha letto. Il lettore medio solitamente esprime tale opinione in termini di ‘pesantezza vs scorrevolezza’ o ancora più semplicemente ‘mi è piaciuto vs non mi è piaciuto’. Il lettore che si è costruito un senso critico per diverse ragioni (insegnanti, critici letterari, giornalisti, scrittori, editori insomma tutte quelle figure genericamente definibili addette ai lavori) è solito commentare un testo secondo criteri più oggettivi e condivisibili. Allora la scorrevolezza o meno del testo si chiama stile, e andando a scavare si scopre che il mi piace o non mi piace è legato allo spessore dei personaggi, alla costruzione dell’intreccio, alla coerenza della trama. Mentre una valutazione esamina tutti questi aspetti in una scheda che, a seconda della lunghezza del testo, può essere lunga anche quindici pagine, una recensione tocca solo i punti fondamentali in molto meno spazio.

In secondo luogo: per chi sono fatte le recensioni? Le recensioni non servono ‘all’ego dell’autore’ come qualcuno di recente ha tentato di propinarmi. Le recensioni servono per l’acquirente, potenziale futuro lettore. Sono opinioni che invogliano o scoraggiano all’acquisto di un romanzo. Sono consigli di un amico, che ti dice ‘compra questo libro perché è bellissimo’ oppure ti dice ‘lascia stare, spendi diversamente i tuoi soldi’. L’amico può essere qualificato oppure no, oltre ad avere un ben preciso gusto personale e un proprio background. Quindi, per esempio, non chiederò mai un consiglio sul fantasy a chi legge solo gialli. L’altra faccia della medaglia è che le recensioni servono all’editore, ovvero chi deve guadagnare con il romanzo e magari si auspica che buone recensioni facciano lievitare le vendite. L’editore ha fatto selezione, ha investito tempo e denaro sul prodotto, aspettandosi in cambio dei ritorni economici. La risposta è, per entrambi gli attori, che le recensioni rientrano nell’ambito della promozione.

Per nessuna ragione la recensione dovrebbe diventare una ‘marchetta’ (passatemi il termine un po’ forte) positiva a ogni costo perché fatta come scambio favori o peggio in cambio di denaro, poiché rappresenterebbe un tradimento nei confronti del lettore.

Una fascia particolare, in grande espansione, è quella delle autopubblicazioni. Lo scrittore che autoproduce il proprio libro (per diverse ragioni) è ovviamente interessato alle vendite, poiché titolare per una grossa percentuale dell’introito. Anche lui, dopo aver lavorato a lungo sul proprio testo, averlo revisionato, fatto leggere non solo ad amici e parenti ma anche a figure diverse, lo rende disponibile per la vendita e si accinge a promuoverlo, mediante le presentazioni e le recensioni. L’autore che scambi la recensione per una scorciatoia, un espediente per avere gratis una valutazione del proprio testo, commette un errore.

Scegliere un portale (o un giornale, o una  rivista) a cui far recensire il proprio testo non è molto diverso, in definitiva, dallo scegliere una casa editrice con la quale pubblicare: si evitano le situazioni EAP, si verifica il taglio delle recensioni, la loro accuratezza e la visibilità che ne può derivare. Il tutto tenendo presente una parola: fiducia – o forse sarebbe meglio dire affidabilità.

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Un giveaway tira l’altro!

Le streghe ci hanno preso gusto: fin dai primi giorni di questa rovente estate abbiamo messo in palio i nostri romanzi e l’antologia “Le prime volte” premiando la vostra fedeltà al nostro sito. Ora che inizia a soffiare il vento d’autunno, desideriamo condividere con i voi la visibilità offerta dai giveaway, organizzando un nostro piccolo bookcrossing.

Tutti gli autori che ci hanno inviato il loro romanzo per una recensione, e che hanno ottenuto almeno tre stelle e mezzo (oppure sette stelline, con il vecchio rating) possono mettere in palio la propria opera per i giveaway di Mondoscrittura.
Come? È sufficiente che ci inviino una mail a streghe@mondoscrittura.it con l’intenzione di aderire all’iniziativa dei giveaway, e contestualmente spediscano il testo cartaceo (con piego di libri al costo di € 1,28) presso la sede legale di Mondoscrittura, via Icaro 21, 00043 Ciampino.

Il giveaway, che culminerà come al solito con un’estrazione casuale, avrà durata di due settimane e verrà pubblicizzato sul sito e sulla pagina FB di Mondoscrittura. Il vincitore del giveaway verrà sorteggiato tra quanti esprimeranno l’interesse a leggere l’opera motivandolo in relazione alla quarta di copertina, oppure in relazione all’autore. Il romanzo verrà recapitato al vincitore a spese di Mondoscrittura. Tutto chiaro? Facile, no?

Autori emergenti a rapporto! Cercate o no visibilità? Volete o no che il vostro romanzo venga letto da più persone possibile? Forza, allora! È il vostro momento!

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MURPHY, Martin – La prigione di Ojeda

Titolo: La prigione di Ojeda

Autore: Martin Murphy
Editore: Intermezzi
Genere: Narrativa
Pagine: 112
Prezzo: Euro 10,00 , ebook Euro 2,99

 

Ojeda è un impiegato scialbo e abitudinario. Sposato, senza figli e quasi senza amici, vive in pace e tranquillità grazie al suo lavoro nel reparto amministrativo di un’impresa. A seguito di un ridimensionamento aziendale viene promosso a supervisore: questa nuova condizione di responsabilità, però, sgretola il suo mondo spingendolo a rinchiudersi in una prigione fatta di complicati calcoli matematici o minuziose descrizioni che appunta maniacalmente sul suo blocco note. Poco a poco si concentrerà sugli oggetti che lo circondano, escludendo e rovinando definitivamente le relazioni con altri esseri umani. La sua auto-reclusione diventa sinonimo di una reinvenzione dell’universo attraverso le parole, un compito che si rivela troppo pericoloso, poiché l’esistenza del mondo dipenderà esclusivamente da ciò che Ojeda deciderà di descrivere.

RECENSIONE

La prigione di Ojeda è un viaggio, lento ma inesorabile, nella progressiva alienazione di un impiegato amministrativo assuefatto alla routine di un’insipida vita sociale e lavorativa. La massima aspirazione di Ojeda, a trentadue anni, è fare zapping sul divano dopo una giornata trascorsa a compilare tabelle.
L’inizio della malattia coincide con i cambiamenti lavorativi imposti dall’azienda; Ojeda, abituato a nascondersi nella monotonia di gesti e pensieri sempre uguali, non riesce più a metabolizzare la realtà, preferendo rifugiarsi in un mondo maniacale costruito dalla sua psiche ballerina.
I malesseri si mostrano inizialmente a livello fisico, ma i continui dolori non sono altro che la manifestazione esterna di un profondo disagio interiore; le prime avvisaglie del vortice che risucchierà Ojeda si hanno già alla festa a cui sua moglie Betina lo trascina: mentre tutti si divertono, lui passa il tempo a ricostruire il contenuto dei cassetti del suo comò e calcolando quanta polvere si sarà accumulata accanto al bidet dall’ultimo passaggio della donna delle pulizie.
Il confronto con lo psichiatra Nero convincerà Ojeda che l’unico modo per non venire inghiottito dal panico è trovare conforto in qualcosa di sicuro: azioni ripetitive che gli impediscano di distrarsi, di pensare al proprio disagio. Comincia così il rapporto ossessivo di Ojeda prima con i numeri, poi con le parole, poi ancora con i numeri, alla disperata ricerca di un equilibrio che non arriva. Il progressivo distacco dalla realtà lo porterà prima al licenziamento, poi all’abbandono di Betina, facendolo decidere di rinchiudersi in casa sigillando porte e finestre, mantenendo come unico contatto con l’esterno il supermercato a cui ordina le provviste. Eccola, la prigione di Ojeda, una prigione che prima di essere fisica è soprattutto interiore; Ojeda è schiavo delle proprie compulsioni, e i palliativi di Nero non bastano a liberarlo dal recinto in cui la sua mente lo ha rinchiuso.

I personaggi sono poco più che tratteggiati, l’ambientazione inesistente; eppure “La prigione di Ojeda” è un romanzo vivo e pulsante, in grado di mostrare le manie e le paranoie del protagonista senza mai scadere nel cliché. La struttura del libro infatti è disegnata ad arte sul contenuto: l’inizio è lento, routinario, formale, quasi faticoso. Dal momento in cui il disturbo ossessivo di Ojeda viene portato alla luce, il ritmo aumenta e il romanzo diventa affascinante e coinvolgente. Il viaggio nella psiche distorta di Ojeda è un’allucinazione continua, che non permette di distinguere dove finisca la paranoia e dove inizi la realtà.

Un buon romanzo, una scrittura capace di cogliere i dettagli più significativi per risucchiarti nelle sabbie mobili della follia.

 

VOTO FINALE: [rating=7]