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MANZI, Luca – Il destino è un tassista abusivo

Titolo: IL DESTINO È UN TASSISTA ABUSIVO
Autore: LUCA MANZI
Editore: RIZZOLI
Collana: DI TUTTO DI PIÙ
Pagine: 360
Prezzo: 16,50 EURO

Giorgio Correnti vive in una periferia romana di acquedotti e binari, dividendosi tra lo studio dell’arte medievale, le supplenze in una scuola superiore, i cornetti del bar del Zozzo e illuminanti viaggi in treno verso Milano per collaborazioni inconsistenti quanto prestigiose. Nella sua precarietà esistenziale non mancano poche ma granitiche certezze: i passaggi in macchina del fratello Mario, un ventitrenne grunge posthippy che ha redatto sul suo taccuino le tavole della legge uomo-donna; il salotto contaminato di Davide, il vicino che calcola algoritmi per una società di telefonia e che, tra un’ottomana bellissima e un bidet scollegato dai tubi, gli racconta di una donna che a rigor di logica  potrebbe anche non esistere. Ma come sempre, mentre tu aspetti che il destino bussi delicatamente da una parte, lui arriva dall’altra e ti stana coi lacrimogeni. La casa di Giorgio viene travolta dall’arrivo di un nuovo amico che lo inizia all’arte della decorazione dei videopoker, al furto delle fave sulla Sacrofanese e alla degustazione comparata dei biscotti nel latte. E, proprio negli stessi giorni, alla sua porta bussa anche la persona che più gli occupava i pensieri ma da cui meno se lo sarebbe aspettato: Agnese, una Madonna del Botticelli vestita da Barbie estetista, di fronte a cui non puoi che sentirti inattrezzato perché tutto in lei è così lieve e necessario da risultare per paradosso impenetrabile. Perché spesso, quando credi di aver trovato ciò che tanto stavi cercando, ti devi arrendere al fatto che sia completamente diverso da quello che sognavi… come aver fatto una fila di sei ore per entrare al derby e, una volta seduti, scoprire che per incanto c’è il campionato interregionale di tresette col morto.

Sono sempre stata convinta che la buona riuscita di un romanzo dipenda per tre quarti dal modo in cui è scritto e per un quarto dalla storia che racconta.
Nel saggio “La trama” di Ansen Dibell c’è una frase che recita testualmente: anche gli scrittori competenti ogni tanto sbagliano. In molti casi, quando un errore vistoso arriva fino alla pubblicazione, è perché la storia risplende come un gioiello, difetti compresi, e una svista è oscurata dalla qualità dell’insieme. La Dibell, che insomma, non è proprio l’ultima arrivata, prosegue parlando di cosa sia realmente la buona scrittura e dei metodi per arrivare a scrivere bene.
Nulla di più vero: esistono romanzi talmente accattivanti, per fluidità e gradevolezza, che tutto il resto passa in secondo piano. “Il destino è un tassista abusivo” rientra a pieno titolo in questa categoria.

Quello di Luca Manzi è stato il primo romanzo che, dopo anni, mi ha fatto ridere. E non parlo di un sorriso tirato, parlo proprio di risate grasse e sfacciate; forse perché racconta di cose che conosco, quartieri che frequento, personaggi che in un modo o nell’altro ho lambito. Forse perché gli eccessi del romano e del romanesco, bene o male, risultano spesso divertenti. Ma sicuramente perché Luca Manzi sa scrivere: tratteggia i suoi personaggi in maniera talmente cristallina che sembra di sentirseli respirare accanto, delinea le sue ambientazioni cogliendo tanti piccoli dettagli che mettono a fuoco la scenografia in maniera permeante, tanto che sembra di stare seduti accanto a Giorgio a guardare il sole che sparisce dietro l’acquedotto, pare di sentirsi entrare l’umidità nelle ossa mentre si attraversa a passi rapidi una Milano autunnale.

Le emozioni di Giorgio sono quelle di tutti noi: le fasi del sentimento che attraversa in maniera trasversale la sua età di mezzo ci coinvolgono e ci avvincono: disillusione, incredulità, sorpresa, gioia, paura. Perché paura, senso d’inadeguatezza e incertezza in quest’opera abbondano, ma trattati sempre con estrema ironia e con una sottile ma onnipresente intelligenza narrativa.
Le lunghe disquisizioni sulla consistenza dei biscotti si mescolano a strampalate teorie sull’amore in un’opera che fa dell’ironia e della leggerezza i suoi punti di forza. I dialoghi sono indubbiamente una delle componenti di pregio: realistici, divertenti, coinvolgenti, perfettamente incuneati tra quadri attivi e riflessivi, mai troppo lunghi, mai troppo scarni.
Da incorniciare le sequenze che vedono Franco e Corrado a contatto: pensate di chiudere in una stanza Er monnezza dei tempi d’oro e Roberto Bolle, e provate a immaginare cosa potrebbe succedere.

I difetti, dicevamo. Qualcuno ce n’è. Qualche personaggio che ogni tanto si strappa di dosso il vestito cucito dall’autore assumendo atteggiamenti incoerenti e contraddittori. Ma ci sta. Ci sta perché “Il destino è un tassista abusivo” è trasposizione della vita reale, e nella vita reale l’incoerenza e il cambiamento sono fisiologici. E ci sta perché come ci insegna la Dibell, se uno sa scrivere le piccole imprecisioni passano in secondo piano.

Qualcuno potrebbe obiettare che a questo romanzo manchi una trama. Che gli argomenti siano frivoli e abusati. Che i personaggi sfiorino i cliché. Beh, chissenefrega. Non credo che Manzi pretendesse di fare alta letteratura. Credo piuttosto che volesse confezionare un prodotto divertente ma non demenziale, un romanzo che riuscisse a smuovere qualcosa senza  necessariamente usare effetti speciali o deus ex machina improbabili. Manzi è un autore in grado di far ridere, di commuovere, di coinvolgere. Insomma, è uno che sa scrivere. E quando uno sa scrivere, potrebbe metterti sotto il naso le Pagine Gialle e tu non te ne accorgeresti nemmeno.

VALUTAZIONE 

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CHRA, Monica – Lo sposo imperfetto

Titolo: Lo sposo imperfetto
Autore: Monika Crha
Editore: CIESSE Edizioni
Genere: Thriller
Pagine: 208
Prezzo libro: Euro 16,00

 

 

Carla, una giovane donna trasferitasi da poco a Torino, una domenica mattina incontra Marco; quest’ultimo si siede sulla panchina accanto a lei e inizia una lunga conversazione-confessione. Carla infatti è stata notata da Marco perché vive nell’appartamento che fu di Francesca, la sua amante, appartamento che Marco vede dal suo balcone.
Inizia così “Lo sposo imperfetto”, il racconto di una vita apparentemente perfetta, quella di Marco, che viene sconvolta dall’arrivo di Francesca, donna matura e misteriosa, sua dirimpettaia.
Marco è un uomo giovane e bello, sposato con una bella ragazza e con un figlio. Ha una famiglia che lo segue e lo aiuta, un lavoro stabile e un’esistenza scandita dalla quotidianità. Quando incontra Francesca però si rende conto di aver basato tutta la sua vita su una bugia, perché niente di quello che ha, è in realtà ciò che vorrebbe avere. Inizia così un percorso tormentato, fatto di fughe e bruschi ritorni alla realtà. Marco scopre che Francesca è la figlia di un amico di suo padre, che è un ex-terrorista e ha una figlia che vive lontana da lei. La forte attrazione che Marco prova verso Francesca lo porterà a mettere tutto in discussione fino all’epilogo della vicenda. Sullo sfondo una Torino magica e generosa che riesce ad apparire molto più bella di quanto sia in realtà.

RECENSIONE

Iniziamo col dire che questo romanzo NON è un thriller. “Lo sposo imperfetto” è infatti il classico romanzo non di genere, e se proprio qualcuno sentisse il bisogno d’inquadrarlo potrebbe farlo nel settore della narrativa mainstream. Non basta un personaggio con un passato da pseudoterrorista per ottenere il minimo sindacale del genere thriller, ma questo, considerando la bontà dell’opera, tutto sommato è un dettaglio di poco conto.
Se mi avessero raccontato a grandi linee di cosa parla questo libro, probabilmente non l’avrei letto. E avrei commesso un errore, come spesso succede quando si giudica senza conoscere.
Perché nonostante il tema portante sia stato già ampiamente dibattuto e per questo potrebbe risultare – passatemi il termine – inflazionato (l’uomo che ha un figlio troppo presto, si sposa, inizia una vita perfetta con mogliettina bella, figlio bello, cane bello e casa bella, e poi perde la testa per un’altra, bella e dannata, inseguendo la giovinezza che non ha potuto avere) l’autrice riesce ad appassionare il lettore, con uno stile fresco e originale che t’incolla alle pagine.
Le vicende di Marco, Giulia e Francesca vengono narrate con leggerezza ma allo stesso tempo con un’attenzione maniacale a quei dettagli che ti permettono di entrare appieno nella storia, facendoti vedere quello che succede, riuscendo a farti annusare gli odori, a essere travolta dai colori, dai profumi, dalle emozioni.
La trama, come detto, non è particolarmente originale; ciò nonostante l’intreccio è ben riuscito e la storia fila liscia, anche se c’è qualche sbavatura di troppo nella scelta dei tempi verbali, con una narrazione che salta dal passato al presente con superficialità.
Lo stile dell’autrice è sicuramente il punto di forza del romanzo, poiché “Lo sposo imperfetto” è il classico esempio di come una storia semplice possa diventare un romanzo avvolgente.
Quello che ho particolarmente apprezzato è proprio la mancanza di punti morti, che in apparenza sembra essere in contrasto con le descrizioni minuziose della quotidianità presenti nel romanzo. Ma Monika Chra ha la capacità di raccontare tutto con attenzione senza inciampare mai, riuscendo a tenere sempre alta l’attenzione con uno stile uniforme e fluido, sia quando racconta le emozioni, sia quando si cimenta nel racconto di scene di sesso, riuscendo a tenersi sempre in equilibrio tra forza e dolcezza, tra ruvidezza e sentimento.
Ognuno dei suoi personaggi è forte e fragile allo stesso tempo, ognuno vive le proprie emozioni con intensità e rabbia, e ognuno mostra il meglio e il peggio di sé permettendo al lettore di immedesimarsi, di volta in volta, in ognuno dei protagonisti. Non c’è un buono e un cattivo, ci sono solo persone, diverse tra loro ma ugualmente vere.
La banalità dei piccoli gesti quotidiani diventa quindi interessante e persino originale; l’autrice riesce a rendere i suoi personaggi tridimensionali e a farli uscire dalle pagine: tutti, nessuno escluso.
Alcuni passaggi nella loro disarmante semplicità riescono a essere persino poetici, come la descrizione del cane Flip, comprimario fondamentale nella psicologia del racconto e costantemente presente nelle vite dei protagonisti.
Unica nota stonata sembra essere proprio la figura di Carla, che risulta essere solo l’espediente che permette a Marco di raccontare la sua storia. Il finale che cerca di renderle giustizia e farle assumere un ruolo all’interno della storia, non è sufficiente a far affezionare il lettore.
Nel complesso è un romanzo che mi sento di consigliare sicuramente, scritto da un’autrice che dimostra ottime potenzialità e che ritengo giusto tenere d’occhio.