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GERINI, Valentina – Volevo un marito nero

TITOLO Volevo un marito nero
AUTORE Valentina Gerini
EDITORE 0111 Edizioni
GENERE Mainstream
PAGG 162
PREZZO 14,50 euro
ISBN 978-88-6307-616-5
[xrr rating=1.5/5]

Da Zanzibar alla Repubblica Dominicana, si raccontano le avventure di Federica che per lavoro si ritrova a vivere per alcuni mesi in luoghi esotici e, con grande spirito di adattamento, voglia di conoscere il mondo, desiderio di fondere le diverse culture e coraggio nell’affrontare le difficoltà, riesce sempre ad ambientarsi. Lei crede in importanti valori quali l’amicizia e l’amore ed è certamente quest’ultimo, travolgente e inaspettato, ciò che muove tutte le situazioni e influenza le sue decisioni al punto di cambiare la direzione del suo viaggio. Fin da piccola aveva desiderato di sposarsi con un uomo straniero e il suo sogno alla fine si avvera. Crede ciecamente nel destino e tutto quello che una veggente un
giorno le aveva predetto, diventa presto realtà. Volevo un marito nero è una breve opera ispirata ai viaggi che Valentina Gerini ha realmente intrapreso e alcune esperienze che ha realmente vissuto. Per il rispetto della privacy di tutte le persone che hanno fatto parte di questi viaggi, sono stati inventati per loro nomi di fantasia.

“Volevo un marito nero” è un libro frutto di esperienze realmente vissute dall’autrice, come specificato da lei stessa nella pagina dei Ringraziamenti. E come tutti i libri che raccontano storie realmente vissute, presenta molti difetti che ne pregiudicano la riuscita.

Per quanto possa sembrare ovvio vorrei premettere che la scrittura è – o dovrebbe essere – una forma di comunicazione: si scrive per essere letti. Per raccontare qualcosa a qualcuno. Dunque è legittimo sostenere che si scrive sempre per gli altri, mai soltanto per se stessi. E scrivere per gli altri dovrebbe implicare il fatto che l’autore si ponga delle domande sulle storie che vuole raccontare, sul come raccontarle, e soprattutto sul perché farlo. Quest’ultimo aspetto è quello che mi interessa di più, poiché la maggior parte delle volte in cui mi ritrovo tra le mani un testo autobiografico, mi chiedo perché l’autore abbia sentito l’impellente necessità di mettermi al corrente proprio di quegli avvenimenti e di farlo in quel determinato modo. E di solito quando ho questa reazione significa che l’autore non è riuscito a rendermi partecipe della sua storia.

Il testo preso in esame è assimilabile a un memoir, un genere letterario basato su ricordi relativi a momenti di vita del protagonista. Ma scrivere soltanto per raccontare eventi che si sono vissuti porta solo a un autobiografismo esasperato che il lettore nella maggior parte dei casi non può né apprezzare, né condividere, a meno che l’autore non sia talmente padrone delle tecniche narrative da riuscire a trasformare la propria storia in qualcosa di fruibile dal pubblico. Perché l’obiettivo primario di uno scrittore di narrativa dovrebbe proprio essere quello di permettere l’immedesimazione del lettore. In questo caso, purtroppo, l’autrice non si dimostra ancora pronta ad affrontare un compito tanto gravoso.

Il racconto di Valentina Gerini difatti non è efficace, poiché presenta una lacuna a mio parere incolmabile: una scrittura acerba e inespressiva, incapace di sollevare una trama priva di elementi di particolare interesse. Il libro appare difatti come un resoconto poco sviluppato, frettoloso e quasi mai approfondito della vita di un’animatrice turistica, che prima scopre le meraviglie dell’Africa lavorando diversi mesi a Zanzibar, e poi trova l’amore a Santo Domingo, unendosi a Ronny, sposandolo e trasferendosi a vivere in Italia. Di elementi da approfondire in realtà ce ne sarebbero diversi: il razzismo, la corruzione, la miseria dei paesi in via di sviluppo, ma purtroppo l’assenza di tecnica fa sì che il motore narrativo non venga mai messo in moto.

Sono solita dire che anche le storie più comuni e banali possono diventare dei capolavori, se trattate con metodo ed esperienza; ma la storia che ci viene raccontata dalla Gerini è solo raccontata e mai mostrata, con troppe ripetizioni, con concetti reiterati, con descrizioni statiche e poco incisive e dialoghi inesistenti. Indubbiamente, un accurato lavoro di editing e revisione avrebbe giovato.

Mi permetto di ricordare per l’ennesima volta ai nostri lettori e agli autori che ci inviano i propri testi per le recensioni che la narrativa non è la vita reale: la narrativa è finzione, una finzione che deve essere il più possibile verosimile per non incrinare il patto di sospensione dell’incredulità con il lettore. A questo proposito ritengo utile citare una frase di Francis Scott Fitzgerald che ormai è diventata il mio mantra: in letteratura non descrivere la noia e la stanchezza come sono, perché, fondamentalmente, la noia annoia e la stanchezza stanca.